PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale per laprofonline. Parlo di scuola, è vero, esprimo le mie opinioni su determinati argomenti ma quasi mai parlo di me, della mia esperienza in classe. L’avevo fatto una volta sul blog primario ed è successo una specie di putiferio a scuola. Ho dovuto censurare quel post, che di per sé era innocente perché, pur trattando fatti realmente avvenuti in classe, avevo garantito la riservatezza dei protagonisti. Ciò che avevo scritto era stato definito “sconveniente” dal preside che conosco da più di vent’anni. Eppure in quel frangente ho avuto l’impressione che per lui fossi una perfetta sconosciuta.

Io sono sempre stata contro le convenzioni. “Sta bene” o “non sta bene” sono dei limiti che ho sempre accettato per educazione (intendo quella ricevuta in famiglia) e per non deludere gli altri. Per fare un esempio, da ragazza andavo a teatro vestita da sera perché a casa mia dicevano che “così stava bene”, anche se erano già tempi in cui la gente si metteva i jeans. Ero già sposata e madre di due bimbi, andavo a teatro con mia mamma e la sera prima lei mi telefonava per dirmi come mi dovevo vestire “per non farla sfigurare”. Deprimente.

Insomma, io ho proprio voglia di liberarmi dalle “catene” dei due blog già ben avviati per tentare una nuova avventura estiva. Eh sì, perché, almeno nelle intenzioni, questo è un temporary blog (ormai ci sono i temporary shop, perché non dovrebbero esserci anche i blog a tempo?), un blog estivo. D’estate si ha piacere anche di occuparsi di cose frivole ché ci sono poi tutte le altre stagioni per fare le persone serie.
Lo so, è un po’ tardi. In effetti sarebbe stato meglio aprire questo blog all’inizio dell’estate. Ma l’idea mi è venuta oggi, poche ore fa.

Ho letto il post di Valentina in cui pubblicava la recensione di un libro Harmony. Lei è una lettrice assidua, divoratrice di libri e a me fa piacere che passi dai classici ai libri Harmony. Così ho commentato:

«Non ho mai letto Harmony però sono dell’idea che non si debba disprezzare nulla. Tutt’al più se una cosa non ti piace, ne farai a meno la prossima volta (non so se è chiaro il concetto: se Harmony fa schifo, non ne leggerai più; se ti piace, ne leggerai altri, fermo restando che non è detto ti piacciano tutti).
In genere non sopporto gli snob che dicono “io quelle robacce non le leggo”, anche perché sono fermamente convinta che lo fanno di nascosto.
Ho un’amica che mi ha chiesto se avevo letto Sparks e le ho detto di sì, “Le parole che non ti ho detto” e “Come un uragano”. Poi mi fa: “me ne ha parlato bene un mio amico e voglio provare a leggere qualcosa di lui. Sai, in genere, non leggo romanzi che non siano i classici. leggo saggi …”. Ora mi chiedo: “Come fai a leggere saggi d’estate? Voglio dire, lei è un’insegnante come me e io d’estate voglio liberare la mente., figurati se leggo saggi!
Stesso discorso vale per le fiction: quando dico che le guardo, alcuni mi lanciano sguardi inorriditi. Una prof che guarda fiction? Sia mai!»

Ecco, io qui non voglio essere una prof (quella che sono non solo nel blog laprofonline ma anche in quello principale perché la mia identità quella è!). Voglio essere semplicemente Marisa e occuparmi anche di sciocchezze, così giusto per passare il tempo cercando di non morire di caldo!

Volete seguirmi? Magari una granita (virtuale) o un buon gelato (altrettanto virtuale) ve lo posso offrire.

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CAVIGLIERA, SÌ O NO? PER ME NI.

Negli ultimi anni è riesplosa in Italia la moda della cavigliera. Ormai ne vendono di tutti i tipi: in argento o in oro, alcune impreziosite da pietre dure, altre con pendagli, sottili o più grosse, dipende molto dai gusti personali. Un dettaglio che forse oggi può passare inosservato ma fin dai tempi antichi indossare la cavigliera significava trasmettere un messaggio.

L’utilizzo della cavigliera è infatti attestato fin dall’età del bronzo (dal 3500 a.C. al 1200 a.C. circa) in Europa (sulle rive del Danubio, del Reno, le coste atlantiche e sulle regioni delle Alpi e del sud della Francia). Traccia di questa usanza si trova anche in un racconto epico indiano, il Tamil, che risale al  primo secolo d.C.). Il titolo, “Cilappatikaram”, significa proprio “La storia del braccialetto alla caviglia”. Narra la storia di una donna il cui marito viene ucciso da un orafo disonesto durante il tentativo di vendergli una delle sue cavigliere. Non a caso, forse, l’India rimane il paese nel mondo in cui l’uso della cavigliera non è mai passato di moda. Inoltre, le cavigliere, a seconda delle loro caratteristiche, assumono un significato simbolico. Per esempio, in alcune comunità quelle indossate dalle donne hanno grossi sonagli per allontanare i serpenti al loro passo, o per poter essere facilmente rintracciabili.

Anche in Africa sono molto utilizzate. In alcune tribù le usano rigide, realizzate a cera persa in bronzo, con incisioni di animali, tipo lucertole e coccodrilli, e la loro foggia rimanda all’appartenenza stessa a una determinata tribù.  In Burkina Faso la cavigliera è usata come dote e definisce lo status sociale della coppia, è spesso rigida con cerniera per agevolarne la rimozione. A volte sono dotate di sonagli e vengono usate per balli tradizionali.

Secondo la tradizione orientale, la caviglia in cui viene messa la tipica catenina rimanda a un determinato significato: se è indossata a sinistra significa che la persona è impegnata sentimentalmente, mentre portarla a destra rimanda a comportamenti aperti e liberi da vincoli, e infatti in alcuni casi è donata come pegno di fidanzamento dall’uomo alla futura moglie.  A volte è usanza indossarla il giorno delle nozze ed è talmente pesante da limitare la libertà dei movimenti. Presso alcuni popoli del sud-est asiatico, un tempo le cavigliere venivano portate a paia e collegate da una catena. Un simbolo di schiavitù piuttosto che un elemento decorativo.

In Europa l’uso della cavigliera risale al Settecento ed era un segno distintivo delle prostitute che segnalavano che erano indisposte ed erano disponibili solo a servizi orali. Ma quest’uso è in realtà molto più antico, in quanto attestato in Egitto, Paese in cui nell’antichità la cavigliera rimandava allo stato sociale di appartenenza ma veniva usata anche dalle prostitute che dovevano vestirsi in abiti maschili ma esteriorizzare femminilità ed erotismo con un grande quantitativo di gioielli e l’utilizzo di molti olii, unguenti e profumi. Rispetto alle donne sposate, esse dovevano portate questo gioiello a una sola caviglia.

Negli anni Sessanta del Novecento la cavigliera conosce un buon successo grazie alla cultura hippy. Ma la moda prosegue negli anni e oggi si può dire che il gioiello da portare alla caviglia, più o meno prezioso (ci sono star di Hollywood, come Jennifer Lopez, che ne portano tempestate di diamanti…), è molto più che un privilegio di pochi e non è un caso se la moda riesplode ogni anno d’estate, poiché le caviglie sono più in vista. Anche se, ammettiamolo, la mania di indossare pantaloni attillati e corti, lasciando scoperte le caviglie, ha fatto sì che quest’abitudine non sia più solo stagionale.

Anni fa, Diletta Leotta e Melissa Satta ne indossavano di un tipo con conchiglie, quest’anno è il turno di Chiara Ferragni che ha lanciato la moda di quelle di plastica. Se la cavigliera della Lopez è fuori portata per il costo eccessivo, quella con i cuoricini di plastica lanciata dalla Ferragni si può ottenere con soli 20 euro.

Io personalmente non porto cavigliere, e non solo perché ormai sono fuori tempo massimo per l’età… quando avrei potuto, sono stata molto condizionata dal giudizio di mia mamma che, forse legata ancora al pregiudizio del 1700, diceva che non erano gioielli adatti a una ragazza per bene. E una ragazza per bene ascolta sempre i consigli materni, no?

[FONTE: giuwelyjewel.com]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “UN TÈ A CHAVERTON HOUSE” di ALESSIA GAZZOLA

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTRICE

Famosa per la serie televisiva “L’allieva”, tratta dai suoi romanzi, Alessia Gazzola è una scrittrice siciliana (Messina, 9 aprile 1982) che attualmente vive a Verona. Dopo la maturità classica si è laureata in Medicina e chirurgia, specializzandosi in Medicina legale (proprio come la protagonista de L’allieva, Alice Allevi). Il romanzo che ha dato vita alla fiction tv è il primo, pubblicato da Longanesi nel 2011, al quale hanno fatto seguito altri 5 volumi vendendo nel complesso oltre 370.000 copie in Italia dal 2011 al 2016. Nello stesso anno pubblica per Feltrinelli Non è la fine del mondo, una commedia romantica con protagonista una stagista che lavora per una società di produzione cinematografica di Roma.

Nel 2019 vince il premio Bancarella con Il ladro gentiluomo e nel 2020, durante il lockdown causato dal Covid-19, scrive Un tè a Chaverton House pubblicato da Garzanti nel marzo 2021.

In una sorta di introduzione al romanzo Gazzola si rivolge ai lettori spiegando che il romanzo, ambientato ai giorni nostri tra Italia e Inghilterra, è stato scritto in un mese e letto in anteprima, con cadenza settimanale, dalla mamma e un gruppo di sette amiche. L’autrice scrive: In un momento storico per noi senza precedenti, durante il quale abbiamo tutti sofferto la mancanza dei nostri cari […] per il gruppo di lettura di Chaverton House l’appuntamento quotidiano con questa semplice storia, che si prefiggerà come unico scopo l’evasione, portava conforto e senso di vicinanza.

LA TRAMA

Angelica è una ventisettenne che vive a Milano ma è appassionata dell’Inghilterra e dei romanzi di Jane Austen. Laureata in Lingue, dopo una fallimentare esperienza come insegnante supplente, approfitta della sua passione per la pasta lievitata e un’abilità che pare imbattibile, lavorando per un breve periodo in un panificio. Nel momento in cui apprende della prossima chiusura dell’attività, viene presa dallo sconforto ma non si arrende. Esattamente come non si è arresa davanti alla fine della relazione con Davide che l’ha lasciata preferendole la coinquilina e… l’appartamento con terrazzino (una rarità a Milano, specialmente per chi non ha grandi mezzi).

Oltre all’attitudine per l’inglese e la pasta lievitata la ragazza ha un’altra dote particolare: l’investigazione. Proprio questa sua predilezione la porta in Inghilterra a Yetminster, nella contea del Dorset. Lì, in una splendida anche se un po’ trascurata magione, Chaverton House, avrà il compito di scovare i misteri che riguardano il bisnonno, tale Angelo Focante, che lì aveva lavorato durante la guerra come deportato e che, contrariamente a quanto si diceva in famiglia, non era morto nell’immediato dopoguerra ma una ventina di anni più tardi, pare senza aver mai fatto ritorno in Italia dalla sua famiglia: la moglie Maria e le due bambine una delle quali è la mamma di Angelica.

Dopo aver raccolto alcuni indizi arrivati con un pacco dall’Argentina indirizzato alla zia Edvige, Angelica avvia una ricerca dall’Italia ma capisce subito che non è facile ottenere informazioni da Chaverton House e decide di recarsi sul posto. Giunta nel Dorset, la ragazza viene catapultata in un mondo che ama, tra sale da tè e biblioteca della residenza, e non ha nessuna intenzione di arrendersi di fronte all’apparente chiusura del padrone di casa, Alessandro Almirante, un italiano imparentato con il vecchio proprietario, Lord Harbury, avendone sposato la nipote. Alex, come si fa chiamare, è un giovane scostante, forse per via di un leggero difetto fisico che lo porta a zoppicare, poco disponibile ad aiutare Angelica nelle sue ricerche. Con il suo atteggiamento parrebbe volersi sbarazzare al più presto della ragazza ma non ha fatto i conti con la sua intraprendenza.

Venuta a sapere che l’Estate Manager della residenza, Alessandro in persona, sta cercando una guida per il tour all’interno della residenza, Angelica si propone per l’incarico che ottiene grazie alla sua caparbietà e alla sua abilità di imparare in breve tempo tutto ciò che su Chaverton House deve conoscere per accompagnare i turisti nonché vedersi tutte le puntate della serie L’orfana di Mallands Park, ambientata a Chaverton House e che attira numerosi appassionati a Yetminster.

Divisa fra il lavoro di guida turistica, che le permetterà di rimanere nel Dorset qualche mese, e le indagini sul bisnonno che si rivelano meno difficili di quanto pensasse, anche grazie a dei veri e propri colpi di fortuna, Angelica passa il tempo libero in un piccolo cottage, che le viene assegnato come residenza, dove continua a sfornare cornetti che riusciranno a conquistare anche il rigido e scostante Alessandro…

A causa di alcune incomprensioni con l’Estate manager, la permanenza a Chaverton House dura meno del previsto. Angelica ritorna in Italia delusa dal trattamento riservatole da Alex ma con un bagaglio di esperienze che le saranno utili per capire finalmente cosa vuol fare della sua vita. Il successo nelle indagini porta un po’ di amarezza in famiglia, mettendo in luce risvolti insospettabili nella vicenda di Angelo Focante. Ma senza il fiuto investigativo, la vita della ragazza probabilmente non avrebbe subito la svolta che il viaggio in Inghilterra le permette di fare.

***

Confesso che, pur avendo seguito tutte e tre le stagioni della fiction “L’allieva”, non avevo mai letto nulla di Alessia Gazzola. Questo romanzo mi ha attirata soprattutto per l’immagine di copertina: essendo anch’io appassionata dell’Inghilterra, non ho saputo resistere alla tentazione di scoprire quali segreti nascondesse la splendida residenza di Chaverton.

La lettura del romanzo è stata gradevole, lo stile è fresco e scorrevole, la trama, seppur non così avvincente come ci si potrebbe aspettare dalle premesse, ha comunque il pregio di far accelerare la lettura per seguire lo sviluppo della storia del bisnonno di Angelica.

Il rapporto con la zia Edvige mi ha ricordato molto quello che Alice Allevi, protagonista de L’allieva, ha con la nonna di Sacrofano.

Un tè a Chaverton House è scritto in prima persona e la narrazione è di tanto in tanto interrotta da brevi lettere e biglietti che riportano, come in una sorta di flashback, la narrazione al tempo della seconda guerra mondiale, al periodo postbellico per arrivare fino alla metà degli anni Sessanta, inseguendo le vicende tutte da scoprire che riguardano Angelo Focante.

INVIDIA… IN SENSO BUONO

Se c’è una cosa che proprio non ho mai capito è l’invidia “in senso buono”. Credo che se qualcuno si sente in obbligo di specificare che il “senso” è “buono”, ha già capito che di per sé provare invidia non sia una bella cosa. Certo, è uno dei tanti sentimenti umani, non si può condannare. Talvolta è anche comprensibile ma io quel “senso buono” non l’ho mai capito.

Stando all’etimologia, la parola “invidia” deriva dall’omografa parola latina che a sua volta ha la stessa radice del verbo invideo (in + video) che letteralmente rimanda al “guardare dentro”, quindi “guardar male”, ed è traducibile più correttamente con “odiare”.

Dante Alighieri nella sua Commedia inserisce gli invidiosi nella seconda cornice del Purgatorio e fa loro scontare la pena, fino al perdono divino, in modo da chiarire perfettamente il significato del termine latino. Essi indossano un mantello di panno ruvido e pungente, siedono a terra appoggiati l’un l’altro contro la parete del monte e hanno gli occhi cuciti da filo di ferro che impedisce loro di vedere. Infatti in vita hanno guardato il prossimo con occhio malevolo. La loro pena è resa ancor più gravosa dalle lacrime che versano attraverso l’orribile costura (cucitura), mentre recitano le litanie dei santi. L’invidia è, per il poeta toscano, uno dei mali della società poiché porta alla discordia, quindi all’odio.

Certamente noi oggi distinguiamo il sentimento dell’invidia dall’odio però, a guardar bene, possiamo dire che la persona invidiata sia anche un po’ odiata. Perché?

L’invidia ci porta a non apprezzare ciò che altri hanno oppure sono. Perché vorremmo essere al loro posto ma non possiamo. Facciamo un esempio: se ho un’automobile vecchia e malandata e vedo un’amica con la macchina fiammante, appena uscita dal concessionario, posso provare invidia perché quella macchina vorrei averla io. Allora cercherò di trovare in quell’automobile tutti i difetti: non mi piace il colore, è troppo grande per parcheggiarla nel mio garage, ha il cambio automatico che non fa per me… Mi concentro, quindi, sull’oggetto ma, allo stesso tempo, provo un sentimento che mi rende “cieca” perché non mi rendo conto che, essendo amica della proprietaria di quella macchina, dovrei semplicemente essere felice per lei.

Un modo per non rivelare i reali sentimenti è quello di dire o pensare che in fondo l’invidia che provo è “buona”. Ma è sbagliato. Io preferisco sostituire il termine con “ammirazione”. Faccio un altro esempio.

Io odio andare in palestra, appena vi metto piede ho l’istinto della fuga. Un’amica ci va regolarmente e i risultati si vedono. Certo, vorrei essere come lei ma senza far fatica... la mia non è invidia, è ammirazione. Le dico spesso “ti ammiro per la tua costanza, per il sacrificio, per la passione che ci metti. Io non ne sarei capace”. Dico esattamente quel che penso: non ha senso essere invidiosa perché quello che fa lei potrei farlo anch’io ma non lo faccio.

Insomma, l’invidia “in senso buono” per me semplicemente non esiste. Posso dire “sono felice per te” all’amica che si è fatta la crociera nel Mediterraneo, perché davvero mi rende felice il fatto che si sia potuta godere una bella vacanza. Non le direi mai “ti invidio in senso buono”.

E voi? Avete mai provato invidia per qualcuno? In che senso? Buono o cattivo? 😉

ALESSANDRA MASTRONARDI: IL SUCCESSO DAI CESARONI ALLA FRACCI PASSANDO PER L’ALLIEVA

Sembra non arrestarsi il successo della giovane attrice Alessandra Mastronardi che il prossimo autunno sarà la protagonista di una serie televisiva ispirata alla vita della regina della danza che purtroppo ci ha lasciati recentemente: Carla Fracci.

Alessandra è diventata famosa grazie alla serie televisiva “I Cesaroni” andata in onda su Canale 5 dal 2006 al 2014. Ancora molto giovane al debutto – aveva 20 anni ma ne dimostrava molti meno – eppure di stagione in stagione la sua maturazione a livello artistico è stata tangibile. Eva Cudicini, la protagonista della serie tv, e Alessandra, insomma, sono cresciute assieme.

[immagine da questo sito]

Prima ancora di diventare famosa interpretando la figlia di Lucia (Elena Sofia Ricci), aveva partecipato ad altre serie televisive, esordendo ad appena 12 anni nel 1998 (Amico mio 2). Diventa protagonista de I Cesaroni nel 2006 per quattro stagioni, fino al 2012, mentre partecipa solo a quattro episodi della quinta. Ma ormai la giovane attrice è lanciata nel mondo dello spettacolo, prendendo parte anche a film importanti come To Rome with love di Woody Allen e alla serie internazionale Titanic – Nascita di una leggenda (entrambe nel 2011). La carriera dell’attrice prosegue luminosa: nel 2014 gira a Firenze, assieme a Brett Dalton e Stana Katic, il film per il cinema The Tourist, diretto da Evan Oppenheimer. Nella primavera dello stesso anno, Alessandra gira a Los Angeles e in Canada il film Life, per la regia di Anton Corbijn, nel ruolo di Anna Maria Pierangeli assieme a Robert Pattinson e Dane Dehaan. Il film viene presentato al Festival di Berlino nel febbraio 2015.

Che Alessandra avesse una marcia in più rispetto agli altri giovani attori che con lei hanno debuttato nella serie I Cesaroni, è testimoniato dal fatto che i suoi “fratellastri” e la “sorella” non hanno avuto la stessa fortuna.

Matteo Branciamore (Marco Cesaroni), che è anche cantante, ultimamente si sta dedicando maggiormente al teatro ma non si può dire che goda di una grande fama. Niccolò Centioni (Rudy Cesaroni) per un periodo ha lasciato il mondo dello spettacolo trasferendosi a Londra dove ha fatto il lavapiatti. Ora è rientrato in Italia e vorrebbe dedicarsi al doppiaggio. Micol Olivieri (Alice Cudicini), dopo qualche altra partecipazione televisiva, tra cui Pechino Express nel 2014, si è sposata con il calciatore Christian Massella e si occupa principalmente dei suoi due bimbi, Arya e Samuel. Federico Russo (Mimmo Cesaroni) è forse l’attore che ha avuto maggior successo e anche un certa continuità in fatto di partecipazioni televisive. Ha girato, negli anni, Provaci ancora Prof!, Alex & Co., Don Matteo 11, L’isola di Pietro (1 e 2).

Ma la Mastronardi ha decisamente una carriera diversa. Oltre ad aver girato la serie tv internazionale I Medici (2018-2019), ottiene un grande successo di pubblico in un’altra serie televisiva molto seguita che l’ha vista protagonista per tre stagioni: sto parlando de L’allieva, in cui ha recitato accanto a Lino Guanciale dal 2016 al 2020, dando definitivamente l’addio al personaggio, il medico legale Alice Allevi, nata dalla penna della scrittrice Alessia Gazzola. Un’ultima soddisfazione legata a questa interpretazione è il premio Vigliaturo, nell’ambito del Magna Graecia Film Festival (2020). Ottiene un altro riconoscimento internazionale nel 2018: è stata l’unica italiana ad aver sfilato ai Golden Globe ad Hollywood. Senza contare che nel 2019 ha avuto l’onore di fare la madrina della 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, presentando la cerimonia d’apertura e chiusura della manifestazione.

[immagine da questo sito]

Per quanto riguarda la sua vita privata, la Mastronardi ha avuto delle relazioni con colleghi italiani come Vinicio Marchioni e Marco Foschi. Nel 2011 sul set di Titanic conosce l’attore Liam McMahon e per amore si trasferisce a Londra, ma la storia è naufragata qualche tempo dopo. Ora Alessandra è felicemente fidanzata con il collega Ross McCall, attore di origine scozzese conosciuto a Roma sul set del film About us nel 2017. Pare che la coppia sia prossima alle nozze.

Scorrendo brevemente la carriera di Alessandra Mastronardi (per maggiori informazioni clicca QUI), ci si rende conto dell’impegno che la giovane attrice ci ha messo negli anni per diventare non solo famosa ma anche apprezzata da registi televisivi e cinematografici. Non stupisce, dunque, che per impersonare la più grande étoile  di tutti i tempi, famosa in tutto il mondo, Carla Fracci, la scelta del regista Emanuele Imbucci sia caduta sulla Mastronardi che assomiglia anche molto alla ballerina scomparsa due mesi fa.

[immagine da questo sito]

Alessandra, in un’intervista pubblicata sul settimanale F e in seguito riportata all’interno della rubrica Per niente Candida del Corriere.it, racconta che Carla Fracci aveva seguito da vicino le riprese della fiction, molto attenta all’interpretazione dell’attrice alla quale ha richiesto di trasmettere forza e dignità.

Molto intimorita dal mostro sacro che aveva di fronte, l’attrice ha comunque gradito tutti i consigli che la Fracci ha voluto e potuto dispensarle. Purtroppo, la morte improvvisa non ha permesso all’étoile di assistere al montaggio del film: «Dovevamo assistere insieme al primo montaggio proprio in questi giorni, – racconta Alessandra – non ha fatto in tempo. Non sapevo che stava male, per me, è stato un colpo basso. Per questo film, temevo solo il suo giudizio

Leggendo l’intervista, una cosa mi ha colpito. Alla domanda “Cos’è la forza e la dignità?”, Mastronardi risponde:

«Fare un lavoro durissimo, di disciplina, serietà, umiltà, di sacrifici non umani, che affronti solo c’è passione. Infatti, nel film, sorriderò pochissimo: la Fracci impegnata per ore e ore in esercizi e prove quotidiani era un fascio di nervi. Poi in scena, le si apriva il sorriso e lei si trasformava, diventava la danza, la musica che stava ballando, la follia di Giselle, la furia di Medea. La sua grandezza era l’interpretazione».

Da bambina ho studiato danza classica e confermo: la disciplina, l’esercizio continuo, i sacrifici lasciano poco spazio al sorriso mentre ci si allena. Poi sul palco è tutta un’altra cosa: la fatica è tanta, non solo per eseguire le coreografie ma anche per mantenere la concentrazione e per ricordare i passi, mentre gli errori sono in agguato, ma ciò non toglie che si debba sorridere. Il sorriso in scena non è solo un obbligo è in parte anche il veicolo con cui una ballerina trasmette la sua passione.

Sono certa che Alessandra non ci deluderà. Non resta che attendere l’autunno.

[fonti: dilei.it; tvzap.kataweb.it]

IL PICCOLO PRINCIPE… A WEMBLEY

La vittoria finale degli Azzurri agli Europei di calcio ha avuto e continua ad avere degli strascichi, belli o brutti che siano. Il tono polemico è ad ogni modo quello prevalente. Molte polemiche sono giuste: gli Inglesi hanno dimostrato di non saper perdere; atleti e tifosi hanno manifestato nel modo peggiore il loro disappunto. Perdere in casa e non riuscire a impossessarsi di un trofeo ambito e mai conquistato prima lascia certamente dell’amaro in bocca. In fondo, episodi deprecabili a parte, un po’ di rabbia è comprensibile. Altre azioni non sono invece né comprensibili né civili.

Una vera e propria prova di forza l’hanno dovuto sostenere i nostri calciatori costretti ad affrontare gli Inglesi a casa loro. Uno stadio, quello di Wembley, in cui il 90% di presenti tifa per la squadra avversaria è già di per sé un handicap. Giocare per quasi due ore sentendo più fischi che applausi non deve essere proprio il massimo. Ma quello che ha lasciato interdetti i più è stato il comportamento della squadra allenata da Gareth Harold Southgate (che già dal nome sembra giganteggiare di fronte al più “modesto”, a livello di fonico, Roberto Mancini): sfilarsi dal collo la medaglia del secondo posto pochi secondi dopo averla ricevuta non è stato un gesto sportivo, a maggior ragione se proprio di evento sportivo stiamo parlando. Senza contare che, al momento della proclamazione degli Azzurri, lo stadio di Wembley era ormai semideserto. E lasciamo perdere il disprezzo manifestato dai tifosi inglesi nei confronti della bandiera italiana, strappata e calpestata ancor prima del calcio d’inizio della finale giocata domenica scorsa. Lasciamo perdere anche i gesti di inciviltà di cui gli inglesi si sono resi protagonisti nella notte tra sabato e domenica nei pressi dell’hotel che ospitava gli Azzurri.

Fin qui tutto deprecabile ma si sa che i sudditi di Sua Maestà non sono tutti baronetti anche se i rappresentanti della Corona, William e Kate (la quale in realtà è una commoner), presenti in tribuna per godersi la partita, non hanno assunto un comportamento meno deprecabile ignorando il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che stava seduto a pochi passi da loro. Inoltre, visto che la loro nazionale aveva perso, si sono defilati senza nemmeno attendere la premiazione degli Azzurri. Noblesse non oblige.

Tuttavia, quello che mi ha fatto davvero arrabbiare sono stati i commenti, al limite del cyberbullismo, che ho letto sui social a proposito del principino George, primogenito dei duchi di Cambridge, che ha assistito alla finale degli Europei 2020 (non dimentichiamo che la pandemia ha imposto lo slittamento della competizione) assieme a mamma e papà.

Innanzitutto le critiche sull’abbigliamento. Certo, per noi vedere un bimbo di 7 anni in giacca e cravatta, a meno che non stia davanti all’altare per ricevere la prima Comunione, è qualcosa che fa sorridere. Ma la famiglia reale deve attenersi a delle regole, volente o nolente. E’ questione di etichetta. Mi rendo conto che per molti il termine è comprensibile solo se riporta le istruzioni per il lavaggio del capo di abbigliamento in questione.

Come racconta Marion Bartoli, ex campionessa di tennis che ha assistito alla strepitosa finale tra il nostro Matteo Berrettini e il pluricampione Novak Djokovic a Wimbledon nel pomeriggio, il piccolo George avrebbe voluto indossare a Wembley la maglietta della nazionale ma, mentre il papà non avrebbe avuto nulla da obiettare, Kate si sarebbe opposta. Sarà pure una commoner ma l’etichetta la conosce bene, specialmente in fatto di abbigliamento.

A due minuti dal calcio d’inizio l’Inghilterra segna il primo gol. Il principino George giustamente esulta (e qualcuno ha ironizzato sui “dentoni” esibiti nel sorriso soddisfatto). Esattamente allo stesso modo avranno esultato le altre decine di migliaia di boys and girls presenti a Wembley su cui però nessuno ha ironizzato. Al termine dell’incontro vinto ai rigori dall’Italia, il rampollo di casa Windsor sfoggia, si fa per dire, un musetto imbronciato espressione tipica del disappunto.

Ecco che il confronto tra il prima e il dopo è d’obbligo. Naturalmente accompagnato dagli sfottò “plebei” che poco si confanno al sangue blu del principino. “Ora non ridi più?”, il commento più gentile.

Io credo che la delusione potesse leggersi sulla faccia di tutti gli Inglesi, grandi e piccoli. Ma la “goduria” espressa da molti in merito alla delusione del piccolo principe è inqualificabile. E’ un bambino, purtroppo non può esserlo come tanti altri perché far parte della famiglia reale già di per sé è motivo di distinzione. A volte un vero e proprio fardello da sopportare di cui fu purtroppo testimone la nonna di George, Lady Diana Spencer.

Prendersela con un bambino di 7 anni e prendersi gioco di lui è qualcosa che fa poco onore e che fa scendere certi italiani al livello di certi inglesi. In fondo, tutto il mondo è paese.

Sorry my little prince George.

ORIETTA BERTI, LA REGINA DELL’ESTATE

Nonostante i suoi cinquant’anni di carriera Orietta Berti è ancora sulla cresta dell’onda. Fedez e Achille Lauro l’hanno, infatti, scelta per interpretare a tre voci quello che può essere considerato a buon diritto il tormentone dell’estate 2021: “Mille”, un brano frizzante e divertente, diffuso attraverso un delizioso video ufficiale che ha come sfondo il fascino intramontabile degli anni Sessanta.

Ed è proprio il 1961 l’anno di debutto della giovane Orietta (classe 1943): nonostante arrivi solo sesta, grazie all’interpretazione de “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, al concorso canoro Voci Nuove Disco d’Oro”, manifestazione organizzata dall’Enal di Reggio Emilia, la carriera della simpatica cantante non si è mai fermata, mietendo successi per merito di una vocalità che non tramonta mai. Un po’ retrò, se vogliamo, ma la camaleontica Berti riesce anche ad adattarsi nell’interpretazione di un pezzo come “Mille”, scritto e musicato dal duo inedito Fedez e Lauro che poco ha a che fare con il repertorio bertiano.

“Di problemi ne restano mille”, canta ammiccante. E forse mille è il numero delle gaffe collezionate nella lunga carriera. La spontaneità di Orietta è ormai diventata un patrimonio dell’umanità. Gaffe che non la imbarazzano per nulla proprio perché le nascono dal cuore. Come l’aver sbagliato il nome dei vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo, chiamandoli con nonchalance i “Naziskin” invece di Maneskin. Nomi, cognomi e soprannomi non devono essere il suo forte visto che, durante la stessa kermesse canora della città dei fiori, ha confuso il cognome di Ermal Meta chiamandolo Ermal Metal.

Ma anche quando racconta fatti di vita, Orietta non risparmia a chi l’ascolta qualche risata. Come quando ha raccontato che durante la settimana sanremese le si è allagata di notte la camera d’albergo e, invece di chiamare la reception che si sarebbe certamente attivata per cambiarle la stanza, ha raccolto acqua dal pavimento fino all’alba e al mattino dopo le facevano male le braccia.

Spostata dal 1967 con il suo Osvaldo, dimostra un attaccamento poco comune nel mondo dello spettacolo al suo ruolo di casalinga preparando torte, biscotti e tortellini, oltre a mille altre leccornie degne di una cuoca eccellente. Le offre anche ai suoi colleghi, come quella volta in occasione della sua partecipazione a Ora o mai più, trasmissione condotta su Rai 1 da Amadeus. Era il febbraio del 2019 e la rivale acida Marcella Bella, non sapendo come attaccarla dal punto di vista professionale, insinuò che i biscotti offerti a tutto il cast in realtà non erano stati preparati dalla Berti con le sue mani d’oro ma erano stati commissionati a terzi.

Sempre nella medesima occasione, arriva un altro battibecco (da sottolineare che Orietta non se li va a cercare, sono le rivali che la stuzzicano…) con Donatella Rettore la quale definì la canzone dell’artista emiliana Quando l’amore diventa poesia “tutto ciò che odio dalla musica italiana”. Senza perdere il suo aplomb, l’Orietta nazionale, ospite di Caterina Balivo in “Vieni da me” su Rai 1, dichiarò seraficamente: “Dietro le quinte siamo amiche, le ho portato anche i biscotti”.

Tornando alla sua famiglia, qualche settimana fa la Berti, ospite di Mara Venier a Domenica in, riferendosi all’adorato marito Osvaldo ha osservato che lui era un bell’uomo però è invecchiato male. E certo, Orietta, novella Dorian Gray, non ha in soffitta un ritratto che invecchia al posto suo. E’ il marito a invecchiare al suo posto mentre lei mantiene non solo la pelle liscia di una trentenne, complice quei chiletti in più che l’hanno contraddistinta sempre e che non dovrebbe mai perdere, secondo me, per poter essere la stessa genuina Orietta, ma anche la verve che non ha mai perso, nemmeno quando ha dovuto affrontare i problemi della vita. Lei stessa ci insegna che, risolto uno, ne restano mille.

[fonti: mediasetplay.mediaset.it/; ilfattoquotidiano.it/; newsby.it/; tvblog.it/]

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Spiaggia di Lignano Sabbiadoro (licenza Wikimedia Commons)

Riecco l’estate (in verità iniziata da un po’…) e mi pare che dallo scorso settembre la situazione non sia cambiata molto. L’argomento di cui si continua a parlare è sempre il dannato Covid-19 con l’unica differenza che ora, associate alla sua sigla, abbiamo altre due parole: vaccino e varianti.

Non voglio assolutamente riaprire il blog estivo trattando l’argomento. Se ne parla fin troppo sui giornali, ai tg e sui social. Sembra che tutti gli altri argomenti siano passati in secondo piano. Come molti, anch’io ho voglia di leggerezza quindi tratterò argomenti che possano far vagare la mente altrove.

Contrariamente allo scorso anno, in cui non ho mai messo piede in spiaggia – e chi mi segue sa che io amo tantissimo il mare – quest’estate ho già avuto più volte l’occasione di andare al mare. In particolare mi ha fatto piacere tornare a Lignano Sabbiadoro, per fare visita a mio figlio che si trovava là in vacanza con la sua famiglia a fine giugno.

Avete presente la canzone “Stessa spiaggia stesso mare”? Ecco, pare che la tradizione si trasmetta di generazione in generazione.

Fin dal mio primo anno di vita ho passato le vacanze estive a Lignano. La svolta “epocale” (nel senso che ero riuscita a schiodare mia mamma dall’ufficio spiaggia preferito) fu il cambio di ufficio spiaggia dove ho trascorso, assieme a una compagnia gigantesca di amici (eravamo davvero tanti) l’adolescenza e la prima giovinezza. Al mitico ufficio 9 – il bagno Ausonia – sono legati i ricordi più belli, le amicizie, il divertimento, l’amore… Vacanze che ormai quasi non si fanno più se consideriamo che, eccezion fatta per chi possiede una casa di proprietà, è quasi impossibile trascorrere un mese al mare.

Quando sono nati i miei figli, mio marito ed io siamo tornati là e in quella spiaggia abbiamo trascorso settimane felici anche se estenuanti, considerato il fatto che i miei figli hanno 22 mesi di differenza e che al mare bisogna avere cento occhi.

Quando mio figlio primogenito, papà di due bimbi meravigliosi (un maschietto di 3 anni e mezzo e una femminuccia di 10 mesi), mi ha comunicato che avrebbe passato proprio lì le sue vacanze, sono ritornata volentieri. Stando a riva con il mio nipotino ho ripercorso le estati felici passate sull’arenile, controllando assiduamente cosa facessero i miei due diavoletti e ho pensato al tempo trascorso in un lampo… almeno così sembra a tutti, credo, quando diventano nonni!

Ho tanta voglia di mare, soprattutto di sole ma l’emergenza sanitaria mi ha profondamente cambiata. Mi è sempre piaciuto stare in compagnia e ora rifuggo la folla, non mi piace stare in mezzo a tanta gente anche all’aperto. Un’amica, che ha lo stesso mio problema, mi ha detto che va al fiume. Bello il fiume, per carità, favoloso il lago ma il mare è tutt’altra cosa. Per me il mare, essendo nata a Trieste che è una bellissima città che si affaccia sull’Adriatico, è tutt’altra cosa.

Buona estate a tutti!

PASCALE – TURCI: SCANDALO AL SOLE


Una vota c’erano i cosiddetti giornali scandalistici (mia nonna era una accanita lettrice di Stop… parlo degli anni Settanta) che tra i gossip ci sguazzavano. Ci sono ancora, eh, ma le notizie piccanti, diciamo così, vengono ormai diffuse anche dai quotidiani di tutto rispetto (o che dovrebbero essere tali…), come il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Messaggero, Il secolo d’Italia, solo per citare le testate che Google mette in prima pagina cercando “Pascale Turci”.

Eh sì, la notizia più scandalosa della settimana riguarda l’ex fidanzata di Silvio Berlusconi Francesca Pascale, avvistata in mezzo al mare su uno yacht in affitto assieme alla cantante Paola Turci. Fin qui niente di scandaloso, anche perché la frequentazione fra le due donne era cosa già nota. Ma il settimanale Oggi, dalle cui pagine la notizia è rimbalzata sulla carta stampata dell’intera penisola, riporta delle foto in cui le due amiche sono riprese mentre si scambiano un bacio saffico. Anche questa di per sé è una cosa che oggi come oggi non dovrebbe scandalizzare nessuno.

Eppure tale notizia ha suscitato molto scalpore e critiche di ogni genere diffuse attraverso i principali social come Facebook e Twitter.

Nello stesso articolo si legge che lo yacht da 25 metri si può noleggiare a 60mila euro a settimana. Certo, alla portata di tutti…

Poi c’è un link che rimanda a un altro articolo in cui viene reso noto l’ammontare della buonuscita concessa da Berlusconi alla Pascale dopo 10 anni di convivenza: 20 milioni di euro, cui si somma l’assegno annuo di 1 milione per non si quanti dei prossimi anni (finché Berlusconi vivrà?).

Anche qui nulla di eccezionale, considerando il reddito del cavaliere. Però fra lui e la giovane fidanzata non è mai stato contratto un matrimonio. Roba da fare invidia all’ex moglie Veronica Lario la quale, nonostante un regolare matrimonio e la nascita di tre figli, si è vista dimezzare l’assegno di mantenimento, che in origine ammontava a 36 milioni di euro l’anno, dopo la sentenza di Cassazione sul divorzio.

Detto questo, a mio modesto avviso non deve suscitare scandalo la foto pubblicata da Oggi quanto piuttosto il fatto che la signorina Pascale, oggi 35enne, possa godere di tanta generosità da parte dell’ex fidanzato. Non c’è nulla di scandaloso nella vacanza assieme alla Turci se non l’importo sborsato per il noleggio del panfilo. Né il bacio saffico deve far indignare nessuno dato che la libertà individuale è inviolabile e non può essere giudicata.

Secondo me l’unica cosa scandalosa è la reazione degli hater: ma come, la Pascale con una lesbica e per giunta comunista?

[immagine da questo sito]

PRIME DONNE E PRIMI UOMINI: IL CASO CUCCARINI – MATANO

È un caso, ve lo assicuro: l’ultimo post pubblicato su questo blog la scorsa estate parlava di Lorella Cuccarini e il primo, se tralasciamo quello di riapertura, ha ancora lei come protagonista. La più amata-odiata dagli italiani, secondo il ben noto ossimoro catulliano.

La showgirl “sovranista” presa di mira a fine estate 2019, nonostante la conferma come conduttrice de “La vita in diretta”, programma di intrattenimento che ci ha accompagnato in una versione più lunga durante il periodo di lockdown, è di nuovo finita nell’occhio del ciclone e questa volta forse con il benservito definitivo da mamma RAI.

Alberto Matano, co-conduttore a debita distanza (che con il distanziamento sociale ha ben poco a che fare, diciamolo), preso in prestito dal mondo del giornalismo che ha come sede elettiva Saxa Rubra, è certamente il più amato, almeno dalle donne, fra i conduttori del Tg1. Attraverso la conduzione di vari programmi (Uno mattina estate, Speciale tg1, Sono innocente, Photoshow), ha dimostrato di avere delle qualità al di là del ruolo da mezzobusto relegato alla scrivania del telegiornale.

Apparentemente timido e dotato di un’eleganza e gentilezza d’altri tempi, sarebbe forse rimasto nell’ombra se Luciana Littizzetto, al timone del Festival di Sanremo 2013 al fianco dell’inseparabile Fabio Fazio, non avesse apprezzato in modo tutt’altro che discreto, com’è nel suo stile, in Matano qualità decisamente non legate alla professione di giornalista. Alla fine di un collegamento tra tg e palcoscenico sanremese, la comica torinese, nel rivolgersi al suo compagno d’avventura Fazio, è esplosa in un: “Hai visto che figo?”, riferendosi naturalmente al bel Matano che, decisamente imbarazzato, non poté far altro che arrossire.

Da quel Sanremo ebbe inizio la parabola ascendente di un giornalista prestato alla conduzione, tanto da detronizzare Lorella che, in altre occasioni, aveva saputo trovare il giusto equilibrio con i partner (per esempio, il lungo sodalizio con Marco Columbro in quel di Mediaset).

Ma qual è il pomo della discordia tra i due? L’ego sfrenato, del tutto insospettabile come il suo maschilismo, del bell’Alberto. Di preciso, nel congedarsi dal pubblico de “La Vita in diretta”, la Cuccarini si è espressa in questi termini:

«C’è una ‘prima volta’ alla quale non ero preparata: il confronto con l’ego sfrenato e – sì, diciamolo pure – con l’insospettabile maschilismo di un collega di lavoro. Esercitato più o meno sottilmente, ma con determinazione. Costantemente. Talvolta alternato ad incredibili (e mai credute) dichiarazioni pubbliche di stima nei miei riguardi.».

Di certo la bella showgirl non presenterà l’edizione del prossimo anno, mentre Matano sarebbe stato confermato. C’entra in qualche modo lo sfogo sull’atteggiamento del co-conduttore, peraltro mai citato esplicitamente?

La causa più probabile sarebbe il “sovranismo” di cui la Cuccarini è stata accusata già lo scorso anno. Eppure forse c’è uno spiraglio: gira voce che la Rai stia pensando a una riedizione del celebre programma del sabato sera “Fantastico” che Lorella presentò, al fianco di Pippo Baudo, per due edizioni nel 1985 e nel 1986. Una vita fa e poi, diciamolo, un programma come quello, all’epoca innovativo, oggi di fantastico avrebbe davvero ben poco. E ancora, chi ci assicura che il motto “squadra vincente non si cambia” sia valido ancora adesso? Insomma, già la tv di oggi propone programmi di intrattenimento abbastanza mediocri e clonati, vedere le solite facce, con capelli bianchi (per Baudo) e rughe in più (per Lorella) potrebbe essere anche avvilente.

Non ci sono giovani di talento? Sembra quasi che puntare sui “vecchi” sia una garanzia ma a volte è meglio rischiare piuttosto che riproporre la solita minestra riscaldata.

Infine, siamo onesti, le prime donne hanno stufato. Quanto ai “primi uomini”, che nell’immaginario collettivo ci riportano all’Eden, quando si scatena una diatriba in contrapposizione con l’universo femminile, in genere si ritrovano con un palmo di naso. Meglio evitare l’ennesimo pomo della discordia. Quasi sempre il finale si ripete.

[immagine da questo sito]

È TORNATA L’ESTATE E…

L’estate è tornata e ci ha trovati duramente provati da una situazione che non ci aspettavamo, almeno non nelle proporzioni che sono andate al di là di ogni più pessimistica previsione.

Sto parlando, come i lettori possono facilmente immaginare, dell’emergenza sanitaria dettata dalla diffusione del COVID19, un virus insidioso che si è manifestato in tutta la sua forza, mietendo vittime di ogni età e coprendo quasi tutto il globo terrestre.

All’inizio ci avevano ingannati, paragonando il coronavirus a un’influenza o poco più. Però l’epidemia si è manifesta in tutta la sua potenza diventando ben presto pandemia. Nonostante le prime vittime fossero effettivamente persone avanti con l’età e/o afflitte da altre patologie gravi – sono morti con il coronavirus non per… dicevano gli esperti, forse nel tentativo di rassicurarci – con il passare del tempo e un aumento esponenziale di morti (ad oggi quasi 35.000 in Italia, 463.000 nel mondo, dove si contano quasi 9 milioni di contagi), si è compreso che questo virus non guarda in faccia nessuno. Consideriamo la morte di più di 200 persone fra medici e personale sanitario, gente abituata al contatto con malattie di vario tipo, e comprendiamo che questo maledetto nemico invisibile ha procurato anche dei “caduti”, delle vittime che si sono immolate non in trincea, come accade in guerra, ma nei reparti infettivi, nelle terapie intensive, negli studi professionali.

“I morti non fanno rumore, non fanno più rumore del crescere dell’erba”, scriveva Ungaretti, ma le notizie dei morti che il Covid19 continua a mietere, seppur in minor misura, fanno un rumore assordante.

Ora, però, dobbiamo guardare avanti con un po’ di ottimismo. Non voglio indugiare oltre su questo triste argomento, nel post di apertura di un blog che inneggia alla spensieratezza fin dalla sua nascita (ormai quasi 7 anni fa). Un blog vacanziero non può occuparsi di cose tristi, deve anzi distrarre il che non significa fare finta che il problema non esista, ma cercare di svagare la mente che, tg dopo tg, ogni giorno è concentrata sulla pandemia che presenta ancora molti rischi, seppur in modo forse maggiormente attenuato.

Così, seguendo la consuetudine di riaprire il blog per le vacanze postando un video, quest’anno non ho scelto un tormentone estivo degli anni che furono ma una canzone che, seppur datata anch’essa, possa portare un messaggio positivo.

Durante i giorni di reclusione forzata, accanto ai concerti improvvisati da finestre e balconi, è stato diffuso uno slogan che in qualche modo potesse allontanare la paura: #andràtuttobene.
La canzone di Howard Jones (1993) ha un titolo che fa ben sperare: Things Can Only Get Better

Non siamo spaventati di perdere tutto
la sicurezza è stata lanciata contro il muro
dobbiamo realizzare i sogni futuri
un migliaio di mani scettiche
non ci tratterranno dalle cose che pianifichiamo
a meno che non ci stiamo aggrappando alle cose che apprezziamo

E ti senti impaurito? Io sì
ma non mi fermerò né borbotterò
e se getteremo via tutto
le cose possono solo andare meglio

BUONA ESTATE A TUTTI!

[immagine da questo sito]