BLOG CHIUSO

Auguro ai lettori un buon autunno e stagioni a venire … ci risentiamo la prossima estate.

Ciao a tutti!

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PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale per laprofonline. Parlo di scuola, è vero, esprimo le mie opinioni su determinati argomenti ma quasi mai parlo di me, della mia esperienza in classe. L’avevo fatto una volta sul blog primario ed è successo una specie di putiferio a scuola. Ho dovuto censurare quel post, che di per sé era innocente perché, pur trattando fatti realmente avvenuti in classe, avevo garantito la riservatezza dei protagonisti. Ciò che avevo scritto era stato definito “sconveniente” dal preside che conosco da più di vent’anni. Eppure in quel frangente ho avuto l’impressione che per lui fossi una perfetta sconosciuta.

Io sono sempre stata contro le convenzioni. “Sta bene” o “non sta bene” sono dei limiti che ho sempre accettato per educazione (intendo quella ricevuta in famiglia) e per non deludere gli altri. Per fare un esempio, da ragazza andavo a teatro vestita da sera perché a casa mia dicevano che “così stava bene”, anche se erano già tempi in cui la gente si metteva i jeans. Ero già sposata e madre di due bimbi, andavo a teatro con mia mamma e la sera prima lei mi telefonava per dirmi come mi dovevo vestire “per non farla sfigurare”. Deprimente.

Insomma, io ho proprio voglia di liberarmi dalle “catene” dei due blog già ben avviati per tentare una nuova avventura estiva. Eh sì, perché, almeno nelle intenzioni, questo è un temporary blog (ormai ci sono i temporary shop, perché non dovrebbero esserci anche i blog a tempo?), un blog estivo. D’estate si ha piacere anche di occuparsi di cose frivole ché ci sono poi tutte le altre stagioni per fare le persone serie.
Lo so, è un po’ tardi. In effetti sarebbe stato meglio aprire questo blog all’inizio dell’estate. Ma l’idea mi è venuta oggi, poche ore fa.

Ho letto il post di Valentina in cui pubblicava la recensione di un libro Harmony. Lei è una lettrice assidua, divoratrice di libri e a me fa piacere che passi dai classici ai libri Harmony. Così ho commentato:

«Non ho mai letto Harmony però sono dell’idea che non si debba disprezzare nulla. Tutt’al più se una cosa non ti piace, ne farai a meno la prossima volta (non so se è chiaro il concetto: se Harmony fa schifo, non ne leggerai più; se ti piace, ne leggerai altri, fermo restando che non è detto ti piacciano tutti).
In genere non sopporto gli snob che dicono “io quelle robacce non le leggo”, anche perché sono fermamente convinta che lo fanno di nascosto.
Ho un’amica che mi ha chiesto se avevo letto Sparks e le ho detto di sì, “Le parole che non ti ho detto” e “Come un uragano”. Poi mi fa: “me ne ha parlato bene un mio amico e voglio provare a leggere qualcosa di lui. Sai, in genere, non leggo romanzi che non siano i classici. leggo saggi …”. Ora mi chiedo: “Come fai a leggere saggi d’estate? Voglio dire, lei è un’insegnante come me e io d’estate voglio liberare la mente., figurati se leggo saggi!
Stesso discorso vale per le fiction: quando dico che le guardo, alcuni mi lanciano sguardi inorriditi. Una prof che guarda fiction? Sia mai!»

Ecco, io qui non voglio essere una prof (quella che sono non solo nel blog laprofonline ma anche in quello principale perché la mia identità quella è!). Voglio essere semplicemente Marisa e occuparmi anche di sciocchezze, così giusto per passare il tempo cercando di non morire di caldo!

Volete seguirmi? Magari una granita (virtuale) o un buon gelato (altrettanto virtuale) ve lo posso offrire.

coppa-di-gelato-al-cioccolato

TORTA TIRAMISÙ


Il tiramisù è un dolce famoso di cui esistono molte varianti anche se quello tradizionale è senz’altro da preferire. La ricetta che riporto di seguito è quella del dolce tradizionale, per quanto riguarda gli ingredienti della crema al mascarpone e la bagna al caffè, ma prevede la sostituzione dei classici savoiardi con un Pan di Spagna rotondo che dà al dolce l’aspetto di una torta.

Ingredienti:

Una base di Pan di Spagna pronta (circa 24 cm di diametro)
5 uova
500 gr di mascarpone
120 gr di zucchero
6 tazzine di caffè amaro
cacao amaro qb

Preparazione:

In una terrina sbattete i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere una spuma chiara. Unite il mascarpone, continuando a sbattere ma con più delicatezza (se usate un robot, ad una velocità media) evitando di far “impazzire” la crema. Unite, infine, gli albumi montati a neve fermissima (con un pizzico di sale per ottenere un miglior risultato), mescolando dal basso in alto per non smontarli, fino ad ottenere una crema omogenea. Qualcuno aggiunge del liquore come brandy o rum, io la preferisco senza alcool. Evito in modo assoluto di aggiungere la panna!
Tagliate di Pan di Spagna ottenendo tre dischi. Versate il caffè (se volete, potete diluirlo con un paio di cucchiai d’acqua) in una terrina e bagnate abbondantemente, con un pennello da dolci, il primo disco su cui verserete un terzo di crema al mascarpone e livellate con un coltello o la paletta francese. Procedete allo stesso modo con il secondo disco e completate il dolce con la crema, se preferite utilizzando la sac à poche e creando delle decorazioni.
Al termine spolverizzate il dolce con il cacao amaro e mettetelo nel frigorifero (non nel freezer!) per almeno due ore prima di servirlo. In ogni caso, più sta a riposo nel frigo e più diventa gustoso. Nel periodo invernale lo potete conservare per tre giorni, in quello estivo (io non lo preparo perché si usano le uova crude e d’estate è meglio evitare) sarebbe meglio consumarlo entro 24-36 ore.

Cercando una fotografia da postare, ho trovato una ricetta che prevede una simpatica “aggiunta” di biscotti Togo spezzettati con cui guarnire la torta. L’immagine è presa da questo sito.

QUEI CHILI DI TROPPO, DOBBIAMO PROPRIO NASCONDERLI? IL CASO DI MARIAH CAREY E DI ALTRE VIP


Il web ha certamente dei meriti, come la facilità delle comunicazioni a chilometri e chilometri distanza nonché la possibilità di essere informati su tutto in tempo reale. Anche i social network e i blog – ormai in decadenza, ahimè – hanno dei lati positivi, specialmente se utilizzati per passare il tempo e comunicare con gli altri vincendo, a volte, la solitudine.

Come in tutte le cose c’è, tuttavia, una misura che sarebbe meglio non oltrepassare. Ad esempio, molti pensano che postare foto sui social sia un fatto pressoché privato. Non lo è, nemmeno se si hanno pochi follower. A maggior ragione se le pagine in cui si scaricano immagini – Instagram in testa – sono quelle dei “soliti noti” a caccia di click. Succede, però, che se da una parte il numero degli accessi lievita fuori misura – e ciò può essere in un certo senso anche motivo di vanto – dall’altra questi vip corrono il rischio di essere insultati per i motivi più disparati. Per le donne, i chili di troppo sono uno dei motivi che possono portare a questo rischio. Poi dipende dallo spirito delle persone e dalla loro capacità di sorvolare con leggerezza, a dispetto del peso, sull’ignoranza delle persone. Perché è più che evidente che l’insulto facile è sintomo di mancanza di cultura oltreché di stile.

Uno dei casi che ha fatto maggiormente discutere nelle ultime settimane è quello di Mariah Carey. Lo scatto “incriminato”, tuttavia, non l’ha postato personalmente sui suoi profili ma è stato diffuso da fan delusi per la sua recente esibizione a Los Angeles. La cantante, decisamente appesantita, è apparsa sul palcoscenico piuttosto goffa nei balletti che accompagnavano le sue canzoni e questo è stato certamente il motivo numero uno della valanga di critiche che le sono piovute addosso.

Ora, con tutta la stima che posso nutrire per la Carey e pur esprimendo senza riserve la mia solidarietà, in qualche modo la ritengo responsabile di tutto il clamore che è nato attorno ai suoi chili di troppo. La mise, infatti, è del tutto inappropriata: un body sgambatissimo e semitrasparente non può che mettere in evidenza una silhouette decisamente over size. Avesse indossato una blusa morbida su una gonna leggera, magari in chiffon, con spacchi laterali la sua “reputazione” sarebbe stata salva. Insomma, se la figura è appesantita meglio non mettere in evidenza i chili in eccesso.

Altri casi, più o meno recenti, hanno esposto alla gogna, diciamo così, donne famose che forse badano meno alla pancia piatta e al vitino da vespa, restando fresche e solari, con un sorriso smagliante e anche un po’ di autoironia che serve a sdrammatizzare e a mettere a tacere le lingue biforcute.


Qualche tempo fa, l’attrice spagnola Vanessa Incontrada è stato oggetto di critiche infuocate, sempre a causa di una linea non perfetta, in occasione dei Wind Music Awards, trasmessi su Rai 1 in diretta dall’Arena di Verona. La bella Vanessa, di fronte agli insulti dei cosiddetti hater, non ha reagito. Ha però ringraziato quanti le hanno manifestato solidarietà, dimostrando di avere, oltre a uno charme decisamente gradevole, lo spirito giusto per affrontare chi non merita poi nemmeno troppa attenzione: l’indifferenza.

In quella occasione, in un tweet indirizzato @VaneIncontrada avevo scritto:

E che dire dei chili presi in gravidanza che si fatica così tanto a mandar giù? Oggetto di insulti per questo motivo è stata la politica Giorgia Meloni, da pochi mesi mamma della piccola Ginevra, immortalata, a sua insaputa, dall’attrice Asia Argento in un locale romano. Qualche rotolino sui fianchi ha scatenato un odio immotivato. Il tweet della Argento è irripetibile (QUI potete leggere un articolo sul “caso” che risale al febbraio scorso) e non c’è nulla che possa giustificare una tale acrimonia, neppure l’avversità politica.
Anche in questo caso la replica non si è fatta attendere anche se quella della Meloni non può essere decisamente definita indifferenza.

Ultimo caso che sta facendo discutere in queste ore è quello di Michelle Hunziker che ha postato sul profilo Instagram una foto di qualche anno fa, che la ritrae mentre allatta la piccola Sole, commentando: «Guardate la bella ciccetta che spunta dal mio pantalone non sapete quanto ne andavo fiera. Era il rimasuglio dei miei 14 chiletti ‘messi su’ orgogliosamente in gravidanza». Guardando la foto, tuttavia, della ciccetta non si vede nemmeno l’ombra e ha fatto bene Selvaggia Lucarelli a replicare sulla sua pagina Facebook: «Non definire “bella ciccetta” quell’impercettibile filo di carne. Quello strato di carne lì è quello che divide ogni donna dalle sue ossa».

Fatta questa riflessione, vado direttamente alla domanda posta nel titolo: quei chili di troppo, dobbiamo proprio nasconderli?

Io direi di no, a patto che ci sia un po’ di buon gusto nell’esibizione. L’abbigliamento di scena della Carey, come ho già detto, è assolutamente inappropriato. Per il resto, la moda curvy sta dimostrando che si può essere belle, affascinanti e appetibili (i maschi, in fondo, preferiscono un po’ di carne nei punti giusti…) anche con un po’ di ciccetta. Quella vera, però.

In ultimo, non dimenticare mai che tutto ciò che viene postato sui social e più in generale sul web, non è ad uso e consumo dei 25 lettori di manzoniana memoria ma è dato direttamente in pasto alla collettività globale che a volte non perdona.

[fonti per il testo e le immagini: 105net, panorama.it, dagospia.com, adnkronos.com]

RIFARE IL LETTO AL MATTINO MIGLIORA LA GIORNATA


Quante volte vi è capitato di rientrare a casa, magari a tarda sera, e ritrovare il letto disfatto, con le lenzuola arrotolate, i guanciali scomposti e il copriletto inesorabilmente declassato a scendiletto, ma dalla parte dei piedi? E com’era il vostro morale davanti a simile spettacolo? A terra anche lui, immagino, come il copriletto. E lo spettacolo peggiora, se possibile, a seconda delle stagioni perché con coperta o piumino la desolazione di un letto sfatto è ancora più marcata.

Non sempre è possibile rifare il letto prima di recarsi al lavoro. Più facile per un single oppure per un accoppiato che ha gli stessi orari del/della consorte. Io, ad esempio, uscendo di casa al mattino lascio mio marito ancora fra le braccia di Morfeo e non c’è verso di fargli capire che rifare il letto prima di uscire… migliora la giornata. Non so se migliora la sua, la mia di sicuro.

Detto ciò, pare che la sensazione di benessere che deriva, nel rincasare, dal vedere il letto rifatto sia condivisibile e verosimile. William McRaven, ex ammiraglio ora rettore dell’Università del Texas, ci ha scritto persino un libro, Make Your Bed: Little Things That Can Change Your Life… And Maybe the World, per dimostrare che iniziare la giornata con qualcosa di ripetitivo e noioso come rifare il letto può procurare ad alcune persone una spinta in più.

Così spiega il motivo di tanto interesse nei confronti di questa banale faccenda domestica: «Era il primo compito del giorno per me, e farlo era importante. Dimostrava la mia disciplina. Rifare il letto era una costante per me, qualcosa su cui potessi contare ogni giorno». E aggiunge: «Alla fine della giornata diventava un bel ricordo di qualcosa di buono che avevo fatto, di cui ero orgoglioso, indipendentemente dal fatto che si trattasse un compito piccolo».

L’idea di scrivere questo libro gli è venuta quando, nel 2014, addestrava le Forze speciali della Marina degli Stati Uniti (Navy Seal). McRaven racconta così l’esperienza maturata in veste di studente:

Ogni mattina, nella formazione di base SEAL, i miei istruttori, che all’epoca erano tutti veterani del Vietnam, si presentavo in camera mia in caserma e la prima cosa che ispezionavano era il letto.
Se avete fatto tutto bene, gli angoli bene in piazza, le coperte tirate strette, il cuscino centrato appena sotto la testata e la coperta extra piegata ordinatamente ai piedi del letto andrà tutto bene..

Era un compito semplice, banale.

Ma ogni mattina ci era richiesto di rifare il nostro letto alla perfezione. Sembrava un po’ ridicolo, al momento, soprattutto alla luce del fatto che tanti aspirano ad essere dei veri guerrieri, e ad affrontare una dura battaglia, ma la sapienza di questo semplice atto mi è stata dimostrata più volte.
Se si fa il letto ogni mattina avrete compiuto il primo compito della giornata. Vi darà un piccolo senso di orgoglio e vi incoraggerà a portare a termine un altro compito e un altro e un altro ancora.

Al di là del parere di McRaven, secondo gli psicologi ci sono degli ottimi motivi per rifare il letto prima di recarsi al lavoro: aiuta a vincere la pigrizia, concede qualche minuto per pensare alla giornata che ci aspetta e a programmare le nostre azioni, contribuisce a dare il buon esempio in famiglia, ci fa riposare belli freschi la notte perché, rifacendo il letto prima di coricarsi, magari già morti di sonno, è possibile che questa banale faccenda domestica non sia portata a termine nel modo migliore.

Ma, come per tutte le cose che appaiono ineccepibili, c’è il cosiddetto rovescio della medaglia. Secondo una ricerca fatta dalla Kingston University di Londra e durata degli anni, dormire in un letto disfatto aiuterebbe a tenere lontani gli acari e le conseguenti allergie.
Il team di ricercatori guidati da Stephen Pretlove ha analizzato la presenza di acari della polvere nei letti scoprendo che ce n’erano di meno in quelli non rifatti. Ciò sarebbe dovuto al fatto che il letto scoperto è un terreno meno appetibile per questi piccoli microrganismi che preferiscono un’atmosfera calda-umida in cui possono vivere e proliferare meglio. Così gli acari si disidratano e poi alla fine muoiono mentre nel letto rifatto l’ambiente caldo-umido viene mantenuto con il conseguente proliferare dei malefici.

A questo punto a voi la scelta: prendere per buona la lezione di William McRaven oppure correre il rischio ben descritto nella ricerca di Stephen Pretlove.

Per quanto mi riguarda, ora che sono in ferie riesco a rifare il letto in mattinata ed è già una gran conquista. Naturalmente arieggio la camera prima e cerco di esporre al sole almeno i guanciali per circa mezzora. Per il momento gli acari mi lasciano in pace e davvero entrare in camera e vedere il letto rifatto migliora, se non la giornata, almeno l’umore.

[Fonti: adnkronos.com, notizie.it, greenme.it; immagine da questo sito]

LO SPOSO NON SI PRESENTA ALL’ALTARE: I PARENTI DI LEI CI MANGIANO SU


La notizia, non recentissima, ha destato in me, all’inizio, qualche perplessità. Ma la mancata sposa, una donna sarda quarantenne, ci ha messo la faccia – in un’intervista pubblicata sul Corriere – e non ho quindi motivo di dubitare della veridicità dei fatti.

In breve: Nadia conosce il futuro – ormai mancato – sposo Giovanni via web e nell’arco di soli sette mesi i due decidono di sposarsi. Tutto è pronto per le nozze ma lo sposo non si presenta. Militare di carriera, si barrica in caserma e non ha nessuna intenzione di uscire da lì. Nadia, affranta, capisce che il matrimonio è saltato, congeda i parenti e si ritira in casa dei suoi. A questo punto, però, i genitori ci pensano su, ritengono che i soldi del pranzo, già pagato, non si possano buttare e decidono di richiamare gli invitati per recarsi al ristorante. La mancata sposa acconsente a parteciparvi, dimostrando uno spirito invidiabile nell’incassare il brutto colpo. Infatti ha commentato così la decisione di “mangiarci su”:

«Ho avuto coraggio? Sì me lo hanno detto e scritto tanti, ma io ho fatto solo quello che mi sembrava più giusto. Doveva essere una festa… Il giorno più bello. Non ho voluto che fosse il più brutto». Poi Nadia spiega che l’idea è stata di suo padre: «L’idea di andare comunque al ristorante dove erano pronti rinfresco e pranzo è stata di mio padre. Ci avevo pensato anch’io, ma è stato lui a dire “Andiamo, tanto è già tutto pagato”. Un modo per sdrammatizzare… e infatti ho subito reagito anche io. Ho pensato: in fondo non è morto nessuno, la vita continua».

Ora, questa vicenda offre diversi spunti di riflessione.

Mangiarci su? Perché no?
D’accordo che la spesa era stata affrontata, le pietanze pronte, il ricevimento allestito, ma io sinceramente non avrei mai proposto agli invitati di recarsi a pranzo e, nel ruolo della sposa abbandonata, mai e poi mai mi sarei presentata al ricevimento. Come può pensare la sposa Nadia che così facendo quel giorno non sarebbe stato il più brutto della sua vita? Brutto, bruttissimo ugualmente… altroché. Sdrammatizzare? Mah, questione di punti di vista. Assistendo a quella festa sottotono, la gente imbarazzata – lo sarà stata, no? – i sorrisi di circostanza, il brindisi a una nuova vita che di certo non era quella che Nadia sperava per sé… insomma, personalmente a me il tutto sembra abbastanza tragico.
Non è morto nessuno? Be’, credo che in cuor suo la bella Nadia avrebbe voluto in quel momento un cadavere su cui non versare lacrime: quello di Giovanni.

Le relazioni che nascono sul web sono tutte destinate a naufragare?
Direi di no, anche se nelle relazioni che iniziano virtualmente si deve tenere nel debito conto che poi, quando il tutto diventa reale, si può rimanere delusi. Cose che capitano anche quando due s’incontrano di persona, sul luogo di lavoro, a una festa, grazie alla “mediazione” di parenti o amici. D’accordo su questo e sul fatto che ogni legame sul nascere può destare delle aspettative che poi, con la frequentazione, rischiano di diventare altro e quest’altro a volte è difficile da digerire.
Appurato che un rapporto di coppia, in qualsiasi modo e luogo nasca, non è detto sia duraturo, la domanda che personalmente mi pongo è un’altra:

perché cercare il lui o la lei sul web?
Di questo ho una certa esperienza, non diretta ma che riguarda persone a me vicine. Quello che ne ho potuto dedurre è stato che spesso – non sempre – le persone che cercano “il/la compagno/a di vita” via internet hanno molti complessi (talvolta ingiustificati) e non sono in grado di approcciarsi agli altri in modo diretto, di persona. Almeno non all’inizio, perché è scontato che, se dal virtuale si passa al reale, prima o poi si debba affrontare l’approccio diretto, fatto di sguardi, gesti, odori, sapori, suoni… insomma tutto ciò che ha a che fare con i sensi. E ciò appare molto diverso rispetto all’uso della sola vista che permette di leggere parole scritte su un monitor e costringe a indovinare ciò che si nasconde dietro faccine ed emoticon.
Considero questo modo di incontrarsi molto triste, quasi asettico, costruito attorno ad un’idea che ci creiamo dell’altro e che ostinatamente facciamo coincidere con l’ideale che abbiamo di chi vorremmo accanto per la vita. Ma è un’opinione personale discutibilissima, se volete. Ora, però, mi pongo un altro quesito:

la differenza di età che ruolo gioca nei rapporti di coppia?
Nadia e Giovanni hanno età assai diverse, e non sto parlando solo di numeri e date di nascita. Lei 39 anni, lui 24. Lei già mamma di un bambino di 5 anni, lui ancora nella fase dell’adolescenza che nei giovani d’oggi si prolunga fino ai 30 anni e passa… come nell’antica Roma, quando un giovane poteva emanciparsi.
Certo, questa differenza di età sembra non aver ostacolato i propositi di questa coppia, nei sette mesi che hanno preceduto le nozze mancate. Ma ho l’impressione che la decisione di sposarsi sia stata unilaterale, che Nadia più che un compagno per sé cercasse un padre per il suo bambino, tuttavia ha fatto male i suoi calcoli: avrebbe dovuto cercare un cinquantenne non un ragazzo di 24 anni, anche se molto attraente con il suo fisico palestrato. Decisioni così serie devono essere non solo condivise – magari nell’incoscienza del poco più che ventenne la convinzione di convolare a nozze c’era pure – ma soprattutto meditate in prospettiva futura specialmente nel caso in cui il matrimonio porti alla formazione non di una coppia ma di una famiglia vera e propria.

E’ giusto anteporre il lato economico a quello emotivo?
L’ultima domanda che mi pongo riguarda il padre di Nadia: che padre è quello che calpesta i sentimenti della figlia pensando ai soldi spesi, seppur con sacrificio? Io un padre così non l’avrei mai voluto. Non c’è spesa fatta che valga il benessere di una figlia, che possa compensare l’infelicità provata, nemmeno se con il giusto spirito di vendetta. Perché questo deve aver pensato quel papà, forse in buona fede e con l’intento – non unico, comunque – di dar soddisfazione alla figlia. “Quel mascalzone non merita le tue lacrime” deve aver pensato e detto a Nadia. “Mangiamoci su, tanto è tutto pagato”.
Nossignore, non si possono ingoiare le lacrime assieme a una fetta di torta nuziale. Forse l’idea migliore sarebbe stata raccogliere tutto quel ben di Dio e portarlo alla più vicina mensa dei poveri.

E voi che ne pensate?

AGGIORNAMENTO, 15 luglio 2017

Questa mancata sposa ha fatto la cosa più giusta: saltato il matrimonio, ha invitato al ricevimento gli homeless.

PAURA DI FERIRTI SUGLI SCOGLI? SONO ARRIVATE LE NAKEFIT, LE SUOLE ADESIVE

La spiaggia di ciottoli o sassi mettono a dura prova i nostri piedi. Ma non è da meno la spiaggia con la sabbia rovente che ci fa saltellare qua e là, disperatamente alla ricerca di un pezzetto d’ombra, fosse anche quello di un palo segnaletico.

In questi casi le calzature da spiaggia più comode sono le infradito ma non tutti le sopportano (io, ad esempio, le odio specialmente quelle di gomma). Ma ora possiamo farne a meno.

Una startup italiana ha inventato un prodotto che consente di camminare su qualsiasi superficie senza bruciarsi o farsi male. Si tratta di speciali suole che si attaccano alle piante dei piedi e le rendono superfici gommate per muoversi ovunque, senza scivolare e senza farsi male.

Le Nakefit, questo il loro nome, sono ipoallergeniche e si attaccano sotto il piede come un semplice adesivo e possono essere tolte e rimesse più volte. La vendita è al momento aperta su kickstarter.com, sito che aiuta il lancio delle start up con campagna di crowdfunding e la cifra da investire ammonta a 30 euro.

Non ho la più pallida idea di quanto possano essere comode ma mi piace l’idea innovativa. E poi si tratta di un prodotto made in Italy e credo debba essere valorizzato, soprattutto perché le idee geniali possiamo averle anche noi ed è ora di finirla con questa esterofilia che sembra premiare sempre gli altri… anche quando si tratta di cervelli in fuga che hanno lasciato il Paese a causa delle scarse opportunità.

Naturalmente la pubblicità è in inglese. 😦

[Fonti: Corriere.it e chedonna.it]

RIECCO L’ESTATE… DEI METEO-DIPENDENTI

Con qualche giorno di ritardo riapro questo mio blog estivo in cui mi ripropongo di chiacchierare con i miei “vicini d’ombrellone” di cose leggere, dopo un anno alquanto faticoso.

Un’estate, questa del 2017, che si presenta rovente. Solo oggi c’è stata una tregua con qualche acquazzone che ha fatto calare la colonnina di mercurio – si fa per dire, dato che il mercurio non è più utilizzato ma i modi di dire non tramontano mai! – di oltre dieci gradi. Un’estate che sembrava molto precoce, visto che già a marzo le temperature in tutta la penisola sono state ben al di sopra delle medie stagionali. Poi, verso metà aprile, il tempo è ritornato ad essere decisamente primaverile. Ma ora siamo in estate e dobbiamo attenderci un lungo periodo di caldo, con poche tregue come ci dicono gli esperti del meteo.

Ma perché così tanta attenzione nei confronti delle previsioni del tempo? Oggi siamo davvero tutti meteo-dipendenti? Parrebbe di sì e “colpevole” di questa sana dipendenza (ce ne sono di peggiori, in fondo!) sarebbe lo smartphone con le sue app che permettono di tenere sotto controllo ogni aspetto, o quasi, della nostra vita quotidiana.

E così magari ce la prendiamo con i meteorologi se sbagliano, perché siamo usciti di casa con il golfino troppo leggero o senza ombrello oppure abbiamo indossato un soprabito troppo pesante.

Ve lo ricordate il colonnello Bernacca? Il caro Edmondo, classe 1914, era una figura rassicurante anche quando prevedeva i temporali. Si era arruolato nell’allora Regia Aeronautica nel 1938 dove si occupò di meteorologia e del suo insegnamento fin da prima della seconda guerra mondiale e non smise mai di prevedere sole, pioggia, vento, tempeste o trombe d’aria per quasi tutta la vita. Nel 1968 gli fu affidata dalla RAI la realizzazione e la conduzione di un programma autonomo dedicato alle previsioni meteorologiche Il tempo in Italia, e ha continuato fino al 1979, anno del suo pensionamento quando lasciò l’Aeronautica Militare con il grado di generale. Ma rimase sempre il colonnello Bernacca, anche quando ritornò in Rai nel 1982 con il suo Che tempo fa?. Le sue previsioni erano precedute dalla sigla che aveva sullo sfondo l’immancabilmente bussola. Inconfondibile, poi, la musichetta che preannunciava la sua presenza in video.

E dopo questa apertura nostalgica, pensiamo a come passeremo quest’estate rovente in cui sarà difficile abbronzarsi, almeno per me che da qualche tempo soffro particolarmente il caldo, sempre che non si sia disposti ad esporsi al sole nelle prime ore del mattino o poco prima del tramonto.

Che ci rimanga soltanto la tintarella di luna?

IL MATRIMONIO IN ITALIA: BELLO, CARO MA DURA POCO

sposi
Più convivenze che matrimoni. Questa sembra essere la regola, di questi tempi. Ma convolare a nozze non è ancora passato di moda anche se spesso ci si sposa “tardi”, si sostengono spese assurde a costo di indebitarsi per i prossimi dieci anni… e magari il matrimonio dura di meno!

Iniziamo dall’età. In Italia ci si sposa, in media, a 35 anni (per lui) e 33 (per lei). Secondo una ricerca condotta da Zankyou, portale di nozze, sui 20 Paesi presi in considerazione, l’Italia si è classificata agli ultimi posti. Eppure un’altra ricerca, condotta da Nicholas Wolfinger, sociologo americano e insegnante presso l’Università dello Utah, rivela che le possibilità di divorzio tra le coppie di sposi dipendono dall’età e che il periodo migliore è compreso tra i 25 e i 32 anni. Quindi, stando a questi dati, gli sposi italiani hanno maggiori possibilità di divorziare.

Ma quanto dura un “matrimonio all’italiana”? In media 15 anni (dati ISTAT 2013), anche se è appurato che la passione ha una vita molto più limitata: 2 anni appena. Ma non bisogna disperare: se si rimane assieme, pare che dopo una fasce discendente si verifichi un altro picco di passione in età matura. Sarà vero?

Ma torniamo ai novelli sposi.
Uno dei motivi per cui non ci sposa oppure si rinvia di anni il matrimonio, preferendo a volte una convivenza more uxorio, è la spesa cui si deve far fronte per rispettare la tradizione: abiti, bomboniere, ricevimento, viaggio di nozze… Insomma, parliamo di cifre di cui i giovani e giovanissimi non dispongono, complice anche l’incertezza lavorativa, con contratti che non garantiscono una sicurezza a lungo termine.

Solo per il ricevimento, ad esempio, gli sposi italiani si accollano una spesa notevole: in media 130 euro a persona. Naturalmente, nelle classifiche si collocano ai primi posti per numero di invitati: tra i 100 e i 200. Fate un po’ il conto voi!

Le famiglie aiutano relativamente perché spesso i giovani che desiderano sposarsi si indebitano: ben il 68% di coppie chiede un finanziamento per sostenere le spese.

In conclusione: in Italia il matrimonio è “attempato” (insomma, relativamente…), costa molto e dura poco. Ma non è detto che un’unione non possa essere felice per tutta la vita. Dipende da tanti fattori: la stima, la fiducia, i compromessi… soprattutto l’amore.

Ci si ama ogni giorno di più o di meno. L’amore non ammette punti morti,
se non cresce cambia direzione
.

(Elie Wiesel)

[Fonti: linkiesta.it, lovopedia.net immagine da questo sito]