BLOG CHIUSO

Auguro ai lettori un buon autunno e stagioni a venire … ci risentiamo la prossima estate.

Ciao a tutti!

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PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale per laprofonline. Parlo di scuola, è vero, esprimo le mie opinioni su determinati argomenti ma quasi mai parlo di me, della mia esperienza in classe. L’avevo fatto una volta sul blog primario ed è successo una specie di putiferio a scuola. Ho dovuto censurare quel post, che di per sé era innocente perché, pur trattando fatti realmente avvenuti in classe, avevo garantito la riservatezza dei protagonisti. Ciò che avevo scritto era stato definito “sconveniente” dal preside che conosco da più di vent’anni. Eppure in quel frangente ho avuto l’impressione che per lui fossi una perfetta sconosciuta.

Io sono sempre stata contro le convenzioni. “Sta bene” o “non sta bene” sono dei limiti che ho sempre accettato per educazione (intendo quella ricevuta in famiglia) e per non deludere gli altri. Per fare un esempio, da ragazza andavo a teatro vestita da sera perché a casa mia dicevano che “così stava bene”, anche se erano già tempi in cui la gente si metteva i jeans. Ero già sposata e madre di due bimbi, andavo a teatro con mia mamma e la sera prima lei mi telefonava per dirmi come mi dovevo vestire “per non farla sfigurare”. Deprimente.

Insomma, io ho proprio voglia di liberarmi dalle “catene” dei due blog già ben avviati per tentare una nuova avventura estiva. Eh sì, perché, almeno nelle intenzioni, questo è un temporary blog (ormai ci sono i temporary shop, perché non dovrebbero esserci anche i blog a tempo?), un blog estivo. D’estate si ha piacere anche di occuparsi di cose frivole ché ci sono poi tutte le altre stagioni per fare le persone serie.
Lo so, è un po’ tardi. In effetti sarebbe stato meglio aprire questo blog all’inizio dell’estate. Ma l’idea mi è venuta oggi, poche ore fa.

Ho letto il post di Valentina in cui pubblicava la recensione di un libro Harmony. Lei è una lettrice assidua, divoratrice di libri e a me fa piacere che passi dai classici ai libri Harmony. Così ho commentato:

«Non ho mai letto Harmony però sono dell’idea che non si debba disprezzare nulla. Tutt’al più se una cosa non ti piace, ne farai a meno la prossima volta (non so se è chiaro il concetto: se Harmony fa schifo, non ne leggerai più; se ti piace, ne leggerai altri, fermo restando che non è detto ti piacciano tutti).
In genere non sopporto gli snob che dicono “io quelle robacce non le leggo”, anche perché sono fermamente convinta che lo fanno di nascosto.
Ho un’amica che mi ha chiesto se avevo letto Sparks e le ho detto di sì, “Le parole che non ti ho detto” e “Come un uragano”. Poi mi fa: “me ne ha parlato bene un mio amico e voglio provare a leggere qualcosa di lui. Sai, in genere, non leggo romanzi che non siano i classici. leggo saggi …”. Ora mi chiedo: “Come fai a leggere saggi d’estate? Voglio dire, lei è un’insegnante come me e io d’estate voglio liberare la mente., figurati se leggo saggi!
Stesso discorso vale per le fiction: quando dico che le guardo, alcuni mi lanciano sguardi inorriditi. Una prof che guarda fiction? Sia mai!»

Ecco, io qui non voglio essere una prof (quella che sono non solo nel blog laprofonline ma anche in quello principale perché la mia identità quella è!). Voglio essere semplicemente Marisa e occuparmi anche di sciocchezze, così giusto per passare il tempo cercando di non morire di caldo!

Volete seguirmi? Magari una granita (virtuale) o un buon gelato (altrettanto virtuale) ve lo posso offrire.

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VACANZE IN CROAZIA: ABBAZIA (OPATIJA)


L’estate ormai è agli sgoccioli ma, come capita da qualche anno, il sole, il caldo e le belle giornate caratterizzano questo settembre che ci illude che l’autunno sia ancora molto lontano. Il post è dedicato a chi può concedersi una vacanza in questo periodo godendo di molti vantaggi, soprattutto economici, che compensano l’accorciarsi delle giornate. Ma perlomeno non si muore dal caldo.

La mia regione, il Friuli – Venezia Giulia, è abbastanza vicina alla Croazia, specialmente alla penisola dell’Istria, e per questo da un paio d’anni con mio marito ci concediamo una breve vacanza sullo splendido litorale croato. Una vera e propria perla della riviera adriatica detta Quarnero, al confine tra l’Istria e la Dalmazia (entrambe regioni che politicamente appartengono alla Croazia, un tempo facente parte della Jugoslavia), è Abbazia.

La città, chiamata Opatija in croato, sorge ai piedi del Monte Ucka o Monte Maggiore e dista 70km da Trieste. Situata sulla costa orientale dell’Istria, è un vivace centro turistico balneare caratterizzato da ben 12 km di costa (la Riviera di Opatija) che parte da Volosca, sobborgo portuale medioevale della città, fino all’antica cittadina romana di Laurana (Lovran).
Abbazia è ricca di strutture alberghiere e appartamenti per l’ospitalità dei turisti che ogni anno la scelgono numerosi per le sue acque azzurre e trasparenti ma anche per le numerose attrattive che offre in ogni stagione: infatti la città è animata tutto l’anno, grazie anche al suo clima mite, da spettacoli teatrali e folkloristici, concerti, opere, mostre, ed è dotata di ottime e numerose strutture sportive e ricreative, ristoranti di pesce, bar e caffè.
Opatija è a 13 km da Fiume (Rijeka) dove si trova un aeroporto ed è facilmente raggiungibile dalla maggior parte delle città del centro Europa: dista infatti solo 500km da Milano, Vienna e Monaco.

Il nome della città deriva dall’antica abbazia benedettina di San Giacomo della Preluca nominata per la prima volta nel 1453. Ciò che resta oggi è una chiesetta attorno alla quale si forma il primo piccolissimo centro abitato, che conta solo 250 anime e che per qualche secolo viene identificato con il nome dell’abbazia.

Abbazia ha una lunghissima tradizione turistica che risale all’Ottocento.

Nel 1844 il patrizio fiumano Iginio Scarpa fa costruire, in onore della defunta moglie, Villa Angiolina nella quale ospita numerosi amici e anche personalità illustri come la consorte dell’imperatore Ferdinando I, Maria Anna. La città inizia ad animarsi e vengono edificate altre ville di gran pregio, per la maggior parte oggi trasformate in hotel. L’attrattiva turistica della città croata suscita l’interesse della viennese Società delle Ferrovie del Sud che, nel 1882, acquisì Villa Angiolina dal conte Chorinsky. Nel 1884, dopo solo 10 mesi dall’inizio delle costruzioni, le Ferrovie del Sud inaugurano l’hotel Quarnero, il primo albergo sulla costa orientale del mare Adriatico. Inizia così un grande sviluppo della città che ha portato Abbazia a diventare un centro mondano e di primaria importanza turistica nei secoli XIX e XX.
La città nel 1920 passò all’Italia, inizialmente assegnata alla provincia di Pola, e dopo l’annessione di Fiume all’Italia nel 1924 a quella di Fiume. Nel 1947, in base al trattato di Parigi, la sovranità passò alla Jugoslavia per entrare a far parte della Repubblica di Croazia nel 1991, in seguito alla disgregazione della Repubblica di Jugoslavia.

Tra le attrattive di Abbazia ci sono i giardini pubblici ben tenuti e curati, tra cui il parco di villa Angiolina, il Lungomare, costituito da 12km di passeggiata costiera ben illuminati di notte, in cui si stendono le numerose spiagge, perlopiù caratterizzate da scogli e cemento, alcune delle quali riservate ai numerosi hotel che si trovano sulla costiera.
Oltre alle spiagge, la città offre 11 piscine coperte, centri wellness, casinò, discoteche e un teatro estivo all’aperto con 2000 posti.

Di Abbazia mi hanno colpito fin da subito le splendide ville dal sapore austroungarico, ben tenute e per la maggior parte oggi destinate all’ospitalità. Il lungomare che comprende la spiaggia principale della città, chiamata Slatina, è lo scenario ideale per alcuni hotel di pregio (il Milenij, il Savoy e il Mozart, per citarne alcuni) ed è caratterizzato dalla Passeggiata denominata Viale delle stelle (Walk of fame).
Il progetto del Viale delle stelle risale alla fine del 2005 ed è stato attuato dall’agenzia per le relazioni pubbliche “Apriori komunikacije” con lo scopo di premiare simbolicamente coloro i quali nel campo dello sport, della scienza, cultura e arte hanno contribuito alla promozione della Croazia nel mondo.


This photo of The Angiolina Park – Villa Angiolina is courtesy of TripAdvisor

Il parco di Villa Angiolina (edificio oggi dedicato alle esposizioni ed eventi culturali) costituisce un ottimo “rifugio” nelle ore più calde della giornata, se non si vuole passarle il spiaggia. All’entrata laterale del parco, vicino al porticciolo di Abbazia e all’ingresso del teatro estivo, spiccano dei murales che raffigurano importanti personaggi come lo scienziato Albert Einstein, la ballerina Isadora Duncan, lo scrittore James Joyce e… il nostro mitico Zucchero Sugar Fornaciari.

Vicino alla chiesetta di San Giacomo sul lungomare è possibile ammirare la romantica scultura di una ragazza in pietra che offre la mano a un gabbiano. Eretta nel 1956 e divenuta uno dei simboli di Abbazia, è opera del maestro Car. Lungo la passeggiata si trovano molte altre sculture dedicate a noti personaggi croati.

Chi decide di andare in vacanza ad Abbazia, può visitare lo splendido borgo medievale di Lovran (Laurana) che, molto ben tenuto, mantiene l’antico fascino. Dopo la gita, è possibile godersi il mare e il sole nella vicina spiaggia di Icici, dove ci sono alcuni tratti di sabbia, che è ben attrezzata (si possono noleggiare ombrelloni e lettini, come anche in altre spiagge della riviera) ed è dotata di ristoranti, caffè, bar ed empori.

Infine, considerata la vicinanza, consiglio una gita a Fiume. Per chi, come me, è cresciuto a Trieste non può evitare di trovare molte somiglianze tra le due città e di pensare, sospirando, “Un giorno tutto questo era nostro”.

[fonti: Wikipedia, croaziainfo.it, visitopatija.com, kvarner-touristik.com; immagine della ragazza con il gabbiano da questo sito. Le altre fotografie sono di mia proprietà. Per utilizzarle siete pregati di apporre il link del sito. Grazie]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “MEET ME ALLA BOA” di PAOLO STELLA

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTORE
Paolo Stella è nato a Milano il 12 marzo 1978 ma è forlivese d’adozione. Dopo la maturità scientifica si iscrive alla Facoltà di Architettura a Firenze senza portare a termine gli studi.
Fin da giovanissimo si sente attratto dal mondo dello spettacolo, grazie anche a un corso di teatro frequentato ai tempi del liceo. Decide quindi di proseguire su questa strada, seguendo un corso di teatro tra il 1993 e il 1997, partecipando a un seminario sul metodo Strasberg e ad alcuni laboratori tenuti da Francesca De Sapio.
Nel 2002 raggiunge la notorietà con la partecipazione al talent Amici di Maria De Filippi che gli permette di coltivare il suo talento d’attore, ottenendo delle parti in varie fiction tv (Incantesimo 7, Un ciclone in famiglia in cui recita per ben tre stagioni accanto ad attori del calibro di Massimo Boldi e Barbara De Rossi, Donna detective a fianco di Lucrezia Lante Della Rovere) e film come Last Minute Marocco, La terza madre, diretto da Dario Argento, e Penso che un sogno così. Dal 2004 al 2007 gira anche dei cortometraggi e degli spot pubblicitari.
L’amicizia con Emma Marrone, anche lei diventata famosa grazie alla partecipazione al talent Amici, ha portato Paolo Stella alla direzione creativa del videoclip del singolo L’isola della cantante salentina, in cui l’attore compare anche in un cammeo, e alla regia del video di altri due singoli, Effetto domino, in collaborazione con Alex Grazioli, e Mi parli piano in cui si vede un altro cammeo di Paolo.

Attratto anche dal mondo del web, nel 2011 inizia l’attività di blogger, seguita da quella di influencer, incominciata grazie alla collaborazione con la rivista on line Elle.it e incoraggiata dall’amore che Paolo nutre per gli scatti e soprattutto per la bellezza. Iniziando a seguire la moda e a scrivere per i giornali diventa una web star (quando si dice nomen omen…) molto seguita soprattutto su Instagram. Il trampolino di lancio nel mondo fashion è costituito dall’attività di testimonial per importanti brand che ha spinto Stella, poco più di un anno fa, a creare con due amici una società di web strategy: la Grumble Creative.

Nel frattempo Paolo coltiva anche la passione per la scrittura, fino alla pubblicazione che lui stesso definisce “casuale” del suo primo romanzo Meet me alla boa (Mondadori, 2018). In una recente intervista per Il Resto del Carlino, a firma di Stefania Cugnetto, racconta:

«Scrivo da sempre, in modo molto personale ed intimo. Anni fa curavo anche un mio blog ma la scrittura istantanea e veloce del web non soddisfa totalmente il mio bisogno di introspezione. Questo romanzo l’ho scritto sette anni fa, avevo bisogno di farlo per affrontare un momento doloroso della mia vita ma non avrei mai pensato di pubblicarlo».

Così un attore, regista e influencer con la pubblicazione di un romanzo rimasto a lungo nel cassetto è balzato in poche settimane al top delle classifiche dei libri più venduti di questa estate.

IL ROMANZO
In Meet me alla boa si racconta la storia d’amore tra Franci (Francesco Stella, personaggio che al di là del cognome ha molto in comune con l’autore Paolo) e Marti, nome che racchiude in sé quelli delle due nonne, Maria e Matilde, facile compromesso per non scontentare nessuno. Lui è un attore, lei fa parte del mondo della moda e ciascuno vive nelle due capitali consacrate: lui a Roma e lei a Parigi. Un incontro fortuito in occasione di un evento mondano parigino fa scattare quella scintilla che nessuno dei due aveva messo in preventivo: un colpo di fulmine che alla fine diventa una storia importante, più di quanto i due amanti riescano davvero a confessarsi.

L’incipit del romanzo è drammatico: un evento luttuoso costringe Franci a fare i conti con il dolore e l’assenza, metabolizzati in quei trenta passi (che caratterizzano anche i capitoli del romanzo) che l’uomo deve compiere, i più difficili della sua vita, fino alla consapevolezza che la sua esistenza non sarà mai più quella di prima.

Ci siamo toccati in questa vita, basta una volta, si rimane lì, collegati dalla verità di un attimo, per sempre. (pag. 201 dell’edizione citata)

Il mondo fatuo dello spettacolo e della moda, in cui ciò che conta principalmente è apparire, si fa pian piano squarciare dalla profondità dell’essere. Passo dopo passo, Franci ripercorre non solo le varie tappe dall’incontro con Marti fino all’ineffabile crudeltà del destino, ma attraverso la consapevolezza dei suoi errori, che paiono perseguitarlo fin dalla fanciullezza e che il ragazzo cerca di mascherare con un’illusoria sicurezza di sé, riesce anche a superare l’apparente fragilità grazie alla forza del suo amore per Marti.

E riderò di me e del mio prendermi sul serio, della mia assurda presunzione di essere meglio di qualcun altro, delle scelte da fare e delle persone a cui sorridere. […] E anche il giorno in cui venni a trovarti, Marti, e tu mi aspettavi in fondo alle scale della metro. E io, preso dall’entusiasmo, mi affrettai a raggiungerti. E inciampai. Caddi per tre rampe, mi si aprì la valigia e feci volare la mia roba dappertutto. E mi squarciai il mento. […] Ma alla fine di quella scala c’eri tu e andava bene così.
Anche con il mento rattoppato.
Anche con le mie mutande sparse per la metro.
Anche se avevo fatto la mia solita figura dell’imbranato.
Alla fine di ogni scala ci sei tu.
Alla fine si muore, e forse è questa l’unica cosa che può salvarmi adesso. (pp. 126-127 dell’edizione citata)

L’ultima volta che Franci e Marti si incontrano, alla stazione, lui viene derubato. Tutto perso, le mie foto, i miei video, quello che scrivo nelle pause, anni di piccole storie. (pag. 86)
Ma i beni materiali, quelle cose alle quali crediamo di non poter rinunciare, non sono solo cose che un ladro porta via, sono attimi di vita. Ciò che ci appartiene è un pezzo della nostra storia, ci si sente defraudati anche se in fondo si tratta solo di oggetti. Eppure c’è qualcosa di più profondo che scaturisce da un semplice furto: la consapevolezza della solitudine.

Non ho più le nostre foto. Mia madre direbbe: «Le persone importanti non rimangono nelle immagini, ma nel cuore, dove nessuno può rubarle».
A me pare che invece ti abbiano proprio rubata, strappata dal mio abbraccio, lacerando i pezzi della nostra storia. […]
Non credo che arriverò alla fine di questo corridoio vivo. È davvero troppo.
I miei buoni propositi, l’ottimismo a tutti i costi, quel bastardo di lato positivo da cercare in ogni cosa, la giusta prospettiva da trovare sempre in qualsiasi situazione… tutte minchiate. Finché pensavo fosse un cellulare, okay, si può anche fare. Ma ora no.
Sono solo. (pag. 88 dell’edizione citata)

Ma davvero tutto è perduto? No, c’è ancora una boa, quella boa cui aggrapparsi per rimanere a galla.

C’è un biglietto, strappato su un lato, scritto a penna blu. Riconosco la tua calligrafia perché è un casino.
Meet me alla boa.
Ogni volta che ne avrai bisogno
. (dalla quarta di copertina)

***

Dire quello che penso di Meet me alla boa è tutt’altro che facile.
Seguo Paolo Stella dal 2011, da quando dopo la perdita di un caro amico decise di aprire un blog su WordPress, Oh my blog! Fin da subito ho apprezzato il suo stile che in parte ho riconosciuto nel romanzo. Solo in parte perché ci sono le sequenze narrative che devono raccontare i fatti e Paolo adotta uno stile fresco e giovanile, non perfetto se vogliamo dal punto di vista linguistico, ma di ciò ha consapevolezza perché per lui la scrittura ha una funzione salvifica e in questo caso la creatività non è legata tanto alla penna quanto al mondo interiore che prepotentemente esce dalle pagine del libro. Infatti, in un’intervista per sportinromagna.it, alla domanda “Come ti sei approcciato alla stesura del libro?”, Stella risponde:

«Sedendomi alla scrivania e scrivendo. Senza mai aver fatto un corso di scrittura o avendo la minima idea della struttura di un libro. Semplicemente buttavo giù parole e pensieri e magicamente avevano un senso.»

Ma non c’è scrittura senza storia, senza ispirazione che proviene in parte dai fatti della vita, belli o brutti che siano. In Meet me alla boa, come spiega in numerose interviste l’autore stesso, ci sono molti elementi autobiografici. Non è un caso che il protagonista si chiami Francesco, un caro amico di Stella la cui morte rappresenta anche l’input per l’apertura del blog. Nello stesso blog troviamo un post che riprende il titolo del romanzo (o, per meglio dire, il romanzo riprende il titolo di quel post) e rileggendolo, dopo aver portato a termine la lettura dell’opera prima di Stella, ho ritrovato in nuce la trama stessa del libro.
Per questo motivo per me non c’è stato quell’elemento sorpresa – oh, ma questo influencer, questa web star sa pure scrivere e lo sa fare bene! – che forse ha colpito tanti nella lettura. Per me è stata la riscoperta di un Paolo-scrittore che avevo già individuato, anzi, che avevo incoraggiato a coltivare questa passione e, pur senza assumermi ovviamente alcun merito per il successo che il romanzo sta avendo e giustamente merita, sono felice che Paolo abbia potuto dimostrare anche il talento di scrittore.

Poi, accanto alla scrittura-che-racconta-storie c’è la scrittura dell’anima. Infatti nel romanzo lo stile cambia spesso, si fa più frammentato quando la parola scritta diventa veicolo dei moti dell’anima. Ed è questa senza dubbio la scrittura di Paolo che preferisco.

P.S. Nel post Meet me alla boa sul blog di Paolo Stella, il 6 gennaio 2012 ho lasciato un commento. Tra le altre cose, ho scritto: Non smettere di scrivere, non farlo perché la scrittura aiuta molto a superare i momenti difficili e ad indagare nella nostra anima.
Grazie per avermi ascoltato. 😉

[FONTI PER LA BIOGRAFIA: Wikipedia.it, Ansa.it, Il Resto del Carlino, da cui è tratta anche la foto che ritrae l’autore, Forlitoday.it, rockol.it, radiotitalia.it]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “L’AMORE ADDOSSO” di SARA RATTARO

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, Splendi più che puoi cui viene assegnato il Premio Fenice Europa sezione “Malizia”.
Nel marzo 2017 è stato pubblicato il suo primo romanzo con la casa editrice Sperling&Kupfer, L’Amore Addosso, seguito da Uomini che restano che ha vinto il Premio Cimitile 2018.
Sara Rattaro è anche autrice di narrativa per ragazzi: il romanzo d’esordio è Il cacciatore di sogni pubblicato da Mondadori nel 2017.


IL ROMANZO
Nei corridoi di un ospedale si incrociano i destini e le storie di due uomini, Emanuele e Federico, che senza saperlo si “contendono” l’amore di una donna: Giulia. Quest’ultima è in compagnia di Federico, l’amante, quando l’uomo ha un malore e lei si vede costretta a chiamare i soccorsi facendo finta di non conoscerlo, di aver assistito per caso al malore di lui mentre si trovava a passeggiare su una spiaggia. In realtà i due amanti da qualche tempo avevano preso in affitto un appartamento al mare per potersi incontrare lontano da sguardi indiscreti. Ma tutto questo deve essere taciuto affinché un fatto accidentale e per nulla prevedibile non metta in luce la relazione clandestina, soprattutto agli occhi ignari della moglie di Federico, Flavia.

Ma c’è un altro fatto imprevedibile che costringe Giulia ad altre menzogne e nello stesso tempo a fare i conti con una realtà che a sua volta ignorava: il marito Emanuele si trova nello stesso ospedale, vittima di un incidente d’auto, avvenuto poco prima mentre l’uomo si trovava assieme a una giovane donna. Non è difficile per Giulia capire che l’intrusa non è altro che una biondina in compagnia della quale più volte aveva visto il marito. Sicuramente la sua amante ma chi era lei per giudicare, dal momento che da tempo viveva una storia d’amore extraconiugale con l’unico uomo che avesse mai amato davvero nella sua vita?

I due uomini si trovano in due diversi piani del nosocomio. Giulia, vestendo i panni di moglie devota e preoccupata per quanto accaduto, si trova al capezzale del marito anche se vorrebbe essere in un’altra stanza:

In stanza mi sono seduta sulla poltrona vicino al letto di Emanuele. Lui si muoveva appena e mormorava qualcosa come se stesse sognando, poi mi ha chiamata: «Giulia».
Mi sono alzata.
«Sono qui», ho risposto […] Ho accarezzato la sua mano e ho guardato il soffitto.
Mi dispiace, Emanuele, ma io vorrei essere al piano di sopra.
Poi mi sono seduta e ho aspettato che tutte le luci si spegnessero. Ora potevo pensare a lui, al nostro amore e a quello che sarebbe accaduto se lui non si fosse sentito male. Mi sono concessa un pianto. Silenzioso e discreto. Un pianto da donna sposata. (pp. 24-25 dell’edizione Pickwick)

Sfogliando le pagine del romanzo, attraverso dei flashback, veniamo a conoscenza di molti particolari della vita dei protagonisti, specialmente relativi a Giulia e alla sua famiglia. La presenza ingombrante della madre, una donna incapace di esprimere sentimenti, sempre attenta alla forma più che alla sostanza, capace di avere tutto sotto controllo senza concedere a nessuno dei familiari il potere di decidere. Il fatto più doloroso per Giulia, che ancora pesa sul suo cuore e le impedisce di essere realmente felice pur conducendo una vita quasi perfetta, è stata una scelta che sua madre le impose quando aveva soltanto 16 anni. L’incontro con Emanuele, qualche anno dopo, costituì per Giulia una boccata d’aria. Circostanza particolarmente fortunata fu il fatto che quell’uomo piacesse anche alla madre. Nulla faceva presagire che prima o poi la donna sarebbe scivolata tra le braccia di un altro e che quell’amore le avrebbe riservato non solo tanta felicità ma anche sensi di colpa e dolore perché la felicità non è uno stato permanente. Arriva all’improvviso e si dissolve senza spiegazioni.

La storia di Giulia non è la solita storia di amanti e segreti, amori confessati o solo sussurrati, amori presunti e soltanto immaginati. L’amore addosso racconta soprattutto la difficoltà di sentirsi amati e di amare in modo incondizionato, totale. Giulia crede di amare Emanuele ma l’incontro con Federico la destabilizza, le fa conoscere un altro tipo di amore al di fuori delle convenzioni, un amore che si sente addosso ma che prima o poi si rivela trappola:

Perché l’amore, quando ti arriva addosso, è il migliore dei tranelli. Improvvisamente le parole non bastano più, ti rendi conto che difficilmente riuscirai a rendere vera l’immagine che hai dentro. L’amore è come la colpa, ti fa sentire sempre al centro dell’attenzione. E’ un problema senza soluzione, una canzone senza finale, un sonno che non ti lascia riposare. L’unica cosa certa è che, se è amore vero, quando cadi nella trappola te lo senti addosso. (pp. 194-195 dell’edizione citata)

Eppure la vita riserverà a Giulia, sempre in bilico tra felicità e dolore, una sorpresa finale: l’amore ritrovato con il marito Emanuele e, grazie a lui, un amore sognato e mai davvero conosciuto che travalica i confini fisici di un abbraccio non goduto per farsi storia ancora tutta da raccontare.

***

L’amore addosso è un buon romanzo, scritto bene e con una trama avvincente. Lo stile di Sara Rattaro è sempre convincente e non posso far altro che ripetere quanto già scritto nei post in cui parlavo di Niente è come te (che rimane il mio preferito) e Splendi più che puoi: i romanzi della scrittrice genovese sono focalizzati su storie familiari caratterizzate da dinamiche interpersonali complesse, difficoltà di comunicazione, conflitti, anche interiori, che animano i personaggi. La narrazione in prima persona (voce narrante è sempre Giulia a parte nelle ultimissime pagine in cui Rattaro dà voce a Emanuele, espediente riuscitissimo considerando l’evoluzione della storia), la presenza di flashback e brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo rappresentano il modus scribendi dell’autrice che a me personalmente piace molto. Anche la presenza del corsivo che in altri romanzi non avevo apprezzato, ne L’amore addosso non disturba anzi completa la narrazione ponendo l’accento su fatti e situazioni su cui anche i lettori sono portati a riflettere perché «Descrivere i nostri sentimenti, ecco una cosa difficile.» (pag. 149 dell’edizione citata)

USA: 19ENNE CACCIATA DAL CENTRO COMMERCIALE PERCHÉ IN SHORT O PERCHÉ IL FISICO NON È PERFETTO?


Leggo sul Corriere.it che in Alabama una ragazza di 19 anni è stata allontanata da una boutique del centro commerciale Belleair Mall di Mobile perché i pantaloncini troppo corti e aderenti avrebbero attirato l’attenzione dei clienti turbandoli. Dopo essere stata cacciata, Gabrielle Gibson si sente umiliata e posta sul suo profilo social il selfie che la ritrae con l’abbigliamento incriminato (vedi foto sotto il titolo, tratta dal medesimo link del Corriere.it). Il risultato? Il post è rimbalzato su moltissimi tabloid anglosassoni, dal Mirror al Sun, diventando una notizia, soprattutto perché la giovane Gabrielle ha dato una personale interpretazione a quanto successo.

La ragazza, infatti, crede che siano state le sue forme rotonde contenute a stento nei pantaloncini di jeans, piuttosto che l’outfit scelto in una caldissima giornata estiva, a suscitare l’imbarazzo e la reazione del personale che Gabrielle definisce “bigotta”. Tant’è che lo stesso giornalista del Corriere.it, Giuseppe Gaetano, conclude l’articolo con questo quesito: «vigilantes e direttore avrebbero reagito con lo stesso zelo se, invece della povera Gabrielle, si fosse presentata alla cassa Naomi Campbell in calzoncini strappati e maglietta sopra l’ombelico?».

Non è difficile credere che la maggior parte degli utenti del web abbia dato ragione a Gabrielle. La giornata era caldissima quindi è giusto alleggerire l’abbigliamento tanto più che stiamo parlando di una 19enne che dovrebbe aver il diritto di vestirsi come preferisce senza dover dar conto a nessuno. Altro discorso, infatti, si potrebbe fare per una donna in età che, caldo o non caldo, non dovrebbe mai andare oltre a un certo limite di decenza. Pure nel caso di Naomi Campbell, splendida 48enne con un fisico da paura, un abbigliamento come quello di Gabrielle sarebbe comunque poco indicato.

Quale sia la verità non è dato sapere. Ma qualora avesse ragione la ragazza, è necessario riflettere sui modelli che il web ha portato avanti negli ultimi anni, almeno negli ultimi 10.

Come i corsi e ricorsi storici, la moda degli short ritorna almeno ogni vent’anni. In auge negli anni Settanta, furono lasciasti nel cassetto fino ai Novanta, rispolverati e così via per gli anni successivi, fino ai giorni nostri.

Scriveva Maria Teresa Veneziani, sempre sul Corriere, nel 2015 in un articolo intitolato Quegli shorts troppo corti che scandalizzano gli adulti:

Gli short sono tornati. Invadono città assolate, parchi e notti d’estate, massimo simbolo di violazione autorizzata dei canoni estetici e non solo. […] Il buon gusto è il solo limite, risponderebbero stilisti incontestabili. Ma la storia della moda è lì a dimostrare che il concetto di buon gusto cambia. […] E pazienza se il nuovo short in jeans troppo strizzato e stretto, agli occhi degli adulti rischia di alimentare esibizionismo e voyerismo.
Per le ragazze è semplicemente la divisa in cui si riconoscono. L’affronto agli adulti che un po’ le osservano severe. Una violazione autorizzata dalla moda da rendere pubblica e condividere sui social.

La mania dei selfie postati in rete dalle donne di spettacolo in lingerie o in ogni caso con abbigliamento provocante e succinto – siano esse attrici, modelle o fashion blogger – non costituisce un buon modello soprattutto per le ragazze giovani. Esibire un fisico perfetto, senza un filo di pancia, con il seno rifatto, il lato b allenato con ore di palestra (sempre che non ci sia anche lì lo zampino del chirurgo estetico…) può veicolare il messaggio secondo il quale solo la perfezione estetica rende la donna attraente e desiderabile.


Ma, come cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno all’inizio degli anni Novanta, oltre le gambe c’è di più (perdoniamo la svista sintattica). E pazienza se anche le due cantanti si esibivano in abiti succinti e se proprio negli anni Novanta ci fu un revival dei pantaloncini. Quel che conta non è necessariamente da esibire perché se è vero che oltre le gambe c’è di più è anche vero che una testa pensante spesso fa scappare gli uomini e non li attira come i pantaloncini o gli abiti succinti in generale. Poi, se c’è qualcuno che rimane e non si dà alla fuga, allora è il momento di dimostrarsi interessate e poco importa se c’è un po’ di cellulite sulle cosce e se il punto vita misura più di 60 centimetri.

[foto Jo Squillo e Sabrina Salerno da questo sito]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “LA TRISTEZZA HA IL SONNO LEGGERO” di LORENZO MARONE

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTORE
Nato a Napoli nel 1974, dopo aver esercitato la professione di avvocato per quasi dieci anni, si dedica alla scrittura, vera passione coltivata anche nella sua “prima vita”, fatta di racconti che non faceva leggere. Dopo aver vinto la resistenza – o forse il pudore – iniziale, pubblica Daria (2012) e Novanta. Napoli in 90 storie vere ispirate alla smorfia (2013) anche se il vero successo arriva con il romanzo La tentazione di essere felici (2015) che gli fa vincere diversi premi (Premio Stresa di narrativa 2015, Premio “Scrivere per amore” 2015, Premio Caffè corretto Città di Cave 2016) e i cui diritti sono stati venduti in Germania, Francia, UK, Spagna, Portogallo, Norvegia, Ungheria, Serbia, Bulgaria, Israele, Corea, Romania, Bosnia Herzegovina e Olanda. Il regista Gianni Amelio ne ha tratto un film, La tenerezza, uscito ad aprile 2017.

Nel 2016 esce per Longanesi La tristezza ha il sonno leggero (Premio Città di Como 2016) e lo stesso editore pubblica l’ultimo romanzo di Lorenzo Marone: Magari domani resto (Premio Selezione Bancarella). L’autore collabora settimanalmente con La Repubblica Napoli, sulla quale ha una rubrica intitolata “Granelli”.


IL ROMANZO
Il protagonista del romanzo La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi editore 2016) è Erri Gargiulo, un quarantenne abbastanza complessato soprattutto per il fatto di vivere in una famiglia allargata. Erri ha due fratellastri, Giovannino e Valerio, che la madre, dopo la separazione dal padre, ha avuto da Mario Ferrara, l’unico “padre” presente nella sua vita dal momento che quello biologico non è mai stato una figura di riferimento. Raffaele Gargiulo, a sua volta, da una relazione con la spagnola Rosalinda ha avuto una figlia, Flor, con cui Erri ha un rapporto speciale fatto di contrasti che a volte servono per scuoterlo e farlo uscire dalla sua dimensione sofferta di perbenismo cui non riesce a rinunciare e che lo allontana sempre più dalla felicità. A completare la famiglia allargata c’è Arianna con cui il protagonista condivide il disagio di essere un figlio a metà: la ragazza, infatti, è nata dal primo matrimonio di Raffaele, marito della signora Ferrara. Il rapporto con Arianna è molto speciale perché fin dalla adolescenza si sente attratto da lei anche se non riesce a confessarle il suo amore. Erri e Arianna sono cresciuti assieme e hanno condiviso le carenze affettive di un padre e una madre che li hanno lasciati quasi in disparte, troppo occupati dalle nuove nascite.

In questa umanità variegata fatta di due padri e una madre con la quale Erri, manco a dirlo, ha un rapporto conflittuale, si inserisce una donna che doveva costituire un punto fermo nella sua vita: la moglie Matilde. I due condividono il sogno di mettere su famiglia, una famiglia normale con due soli genitori e senza fratelli e sorelle in cui il sangue di Erri scorre a metà oppure non scorre per nulla. Ma il desiderio di un figlio che sembra non voler proprio arrivare manda in crisi la coppia, o almeno Matilde che intreccia una relazione con un collega di lavoro, Manuel Ghezzi. A complicare il tutto, la perdita dell’impiego, visto che Erri era alle dipendenze del suocero, e il ritorno a una solitudine forse mai davvero abbandonata del tutto. Però c’è un lato positivo nella separazione che il protagonista deve subire: grazie anche alla complicità del patrigno, Erri inizia a credere di poter realizzare il sogno di aprire una fumetteria, nonostante i dubbi della madre che non condivide la scelta:

“Non voglio entrare nel merito della decisione, sei grande e se è questo che vuoi per la tua vita, è giusto che lo insegua. Per anni ho sperato in un futuro migliore per te, ma adesso ho capito che sei diverso, hai un modo tutto tuo di vedere le cose. Non so se ho delle colpe anch’io, di certo tuo padre ne ha di più di me, in ogni caso non volgio mettere bocca sulle tue scelte future, l’importante è che tu riparta, con o senza Matilde” (pagg. 182-183)

Dopo l’abbandono da parte di Matilde, Erri cerca di mettersi in discussione anche se non è facile superare le fragilità e i timori che lo portano a somatizzare le sue ansie. Si affida, quindi, allo psicanalista Iazzolla che fa un quadro clinico apparentemente eccellente:

«Io penso che lei abbia dei seri problemi con la sfera emotiva… ha paura di lasciarsi andare, di vivere appieno le emozioni, positive o negative che siano. Probabilmente ha visto sua madre comportarsi così e ha pensato che fosse normale temere le emozioni. E ha imparato così bene la lezione che non ha più bisogno di un ripasso, come si dice in gergo scolastico. La colpa non è sua, quel bambino non poteva averne. Ma la persona che mi trovo davanti, e che non fa nulla per rompere il circolo vizioso, ne ha di responsabilità. E anche parecchie». Tentai di abbozzare una risposta, ma lui mi anticipò: «La verità è che se si passa la vita a tentare di non sentire dolore e paura va a finire che non si sente più niente».

Ma le previsioni dell’esperto (va a finire che non si sente più niente) si rivelano errate. Un fatto imprevisto, o forse solo imprevedibile, lo porterà ad affrontare la vita con maggior senso di responsabilità. Certamente non sarà facile adattarsi a una situazione per certi versi nuova e abituarsi a considerare la sua esistenza come qualcosa di completo e non a metà. Soprattutto Erri capirà che l’amore, quello vero, non deve resistere al tempo, ma alle ferite. E anche la tristezza smetterà di svegliarlo.

***

Ho letto e amato il primo successo di Lorenzo Marone, La tentazione di essere felici, e il suo protagonista Cesare Annunziata. Devo dire onestamente che Erri Gargiulo come protagonista è un po’ “sottotono”, non riesce a conquistare il lettore fino in fondo. Forse è il suo pessimismo e la continua caccia all’errore nella vita sua e degli altri protagonisti che lo rende a volte poco simpatico. Ma al di là di questo, la lettura è godibile, divertente, accattivante grazie anche all’uso della prima persona. Lo stile di Marone conquista il lettore e lo costringe a rimanere incollato alle pagine dall’inizio alla fine.
A livello narrativo, si può dire che la storia ha un intreccio interessante e affatto noioso, in cui si alternano situazioni presenti e rievocazioni dell’infanzia e della giovinezza di Erri, attraverso i caratteristici flashback che ci permettono di conoscere meglio il passato di tutta la famiglia Ferrara-Gargiulo. Ogni capitolo ha un titolo che ha lo scopo di introdurre la situazione descritta e verso i 2/3 del libro vengono inseriti dei brevi passi tratti dall’ “agenda di Matilde lasciata a metà” che servono a descrivere il carattere della donna senza filtri, dal momento che tutto ciò che di lei dice il protagonista è filtrato attraverso il suo personale punto di vista. Questo è un espediente narrativo che ritengo interessante e originale.

[LINK della fonte per la biografia; immagine da questo sito]

WANDA NARA: PENSAVO FOSSE UMANA (CON LA CELLULITE) E INVECE…

Che anche le star abbiano la cellulite non è una novità. Grasse o magre, più o meno tutte le donne ne sono affette. Ma c’è un limite sottile tra noi e loro: photoshop.

Non c’è nulla di male, intendiamoci, a ritoccare le fotografie che le star postano sui profili social, Instagram in testa. Però ci sono ritocchi svelati che mettono in luce tutt’altro che la maestria nell’utilizzare photoshop.

Mi vengono in mente due casi anche se l’utilizzo del software “mago del ritocco” non è imputabile alle stesse star.
Nel 2009 sulla copertina della rivista americana W campeggiava il fisico statuario di Demi Moore fasciato in un abito dorato. Peccato che in seguito si scoprì che, grazie a photoshop, era stato riutilizzato il corpo di una modella 26enne a cui era stato attaccato il bel faccino della non più giovanissima Demi.

Spostiamoci a casa nostra. Era il 2011 e lo spot di una nota marca di lingerie ebbe una testimonial d’eccezione: Isabella Ferrari. L’attrice, prossima alla cinquantina, sfilava seminuda, coperta solo da un brasiliano nero, in un’enorme camera da letto, raggiungeva il comò e davanti allo specchio indossava un reggiseno nero. Fin qui nulla di strano. Ma guardando bene il filmato, si notava che era sparito… l’ombelico.

Insomma, anche photoshop può essere un’arte a patto che lo si sappia usare.

Ma quando ci si rende conto che tante bellezze senza tempo hanno fatto ricorso, oltre che al chirurgo estetico, al programma di fotoritocco? Soprattutto se si confrontano le immagini postate sui social e quelle “rubate” mentre sono al mare, intente a prendere la tintarella oppure a fare una passeggiata sul bagnasciuga. Complice anche la luminosità tipica delle spiagge assolate, la cellulite onnipresente, che ogni tanto può anche passare inosservata, viene messa in risalto e non è così indispensabile che le gambe vengano riprese in primo piano. Il tanto odiato effetto buccia d’arancia c’è e si vede comunque.

Personalmente quando vedo le immagini delle star sulle copertine dei giornali, riprese impietosamente con pancette, seno non proprio da pin up e gambe e glutei a buccia d’arancia, ci godo. Sono contenta che, anche quando si hanno a disposizione molti soldi, la cellulite sia il nemico più implacabile che non si lascia sconfiggere facilmente. In altre parole, le imperfezioni fisiche rendono le donne dello spettacolo più umane.

Ma veniamo alla protagonista di questo post: Wanda Nara. Per chi non lo sapesse – personalmente ne sono a conoscenza da due giorni – la ragazza in questione è una ex modella di 31 anni famosa per essere la moglie del calciatore argentino Mario Icardi. La bella Wanda è famosa anche per essere una social addicted: non passa giorno che non posti su Instagram fotografie in pose provocanti, spesso in slip e reggiseno, mettendo in mostra forme da urlo che, nonostante la giovane età, non sono così scontate dopo aver avuto ben cinque figli in otto anni.

Certo, un fisico come quello della Nara ha bisogno di molto allenamento. Tuttavia, per sconfiggere la cellulite ci vuole ben altro.

Recentemente hanno fatto il giro del globo delle fotografie in cui Icardi e consorte sono ripresi mentre fanno il bagno nel mare piuttosto ondoso di una spiaggia sudamericana. Il fisico non proprio perfetto di Wanda ha scatenato i più impietosi commenti sui social. Abituati a vederla nelle fotografie postate su Instagram, i fan hanno subito puntato il dito su photoshop, utilizzato dalla bella Wanda per nascondere i diffettucci che più o meno tutte le donne hanno. Che c’è di male, in fondo, nel farsi vedere al naturale? Perché ostentare un fisico mozzafiato se, come tutte, anche lei ha la pancetta (dopo cinque gravidanze sarebbe un miracolo non averla!) e le cosce ben tornite e non proprio lisce?

Ma la Nara ha avuto anche degli ammiratori, in questa circostanza, non solo detrattori. Quindi ci si aspettava forse un’ammissione di colpa nell’aver fatto uso e abuso di photoshop per nascondere i segni delle gravidanze ravvicinate. E invece no.

La signora Icardi ha fatto una mossa che, secondo il mio parere, non è molto astuta: ha messo in giro la voce che gli stessi giornali argentini hanno ritoccato le fotografie riprese sulla spiaggia per farla apparire come non è, cioè piena di difetti.

Si è giustificata dicendo che le riviste, ritoccando le foto, hanno voluto danneggiarla. Anche se non nega di avere la cellulite: «Non mi preoccupa affatto la cellulite, ma quelle foto sono ritoccate: io so bene dove ho la cellulite e dove non ce l’ho». La pancia no, per carità: «Mi ha fatto ridere la pancia che mi hanno creato, neanche incinta ero in quelle condizioni. Con le mie possibilità economiche, non arriverei mai a stare così male come in quella foto. Esistono milioni di trattamenti per risolvere quel problema. Non ho complessi sul mio fisico.». Poi cerca pure di dare una lezione di vita affermando: «Alle mie figlie insegno che la bellezza esce fuori in altre cose, gli uomini non guardano la cellulite. Ci sono tanti trucchi e tante creme, ma dentro è difficile cambiare».

Personalmente queste giustificazioni mi appaiono piuttosto comiche. Non sono un’esperta di photoshop ma credo che, come si possono eliminare i difetti, con i ritocchini si potrebbero anche aggiungere. Mi sfugge il motivo: invidia? Credo che si possa invidiarla maggiormente per aver sposato il capitano dell’Inter il cui “stipendio” si aggira sui 5 milioni più vari “premi” in caso di gol segnati, partecipazione alla Champions… Insomma, non proprio bazzecole.

Con un tale patrimonio a disposizione la bella Nara ha ragione quando dice «con le mie possibilità economiche, non arriverei mai a stare così male come in quella foto. Esistono milioni di trattamenti per risolvere quel problema», però è anche vero che la cellulite è un osso duro e i trattamenti, anche se costosi, non hanno effetti magici e soprattutto non risolvono il problema per sempre.

Molto meglio un po’ di buccia d’arancia che essere affetti da manie di persecuzione pensando che siano i suoi stessi connazionali a volerla danneggiare. O no?

[LINK della fonte da cui è tratta anche l’immagine]