BLOG CHIUSO

Auguro ai lettori un buon autunno e stagioni a venire … ci risentiamo la prossima estate.

Ciao a tutti!

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PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale per laprofonline. Parlo di scuola, è vero, esprimo le mie opinioni su determinati argomenti ma quasi mai parlo di me, della mia esperienza in classe. L’avevo fatto una volta sul blog primario ed è successo una specie di putiferio a scuola. Ho dovuto censurare quel post, che di per sé era innocente perché, pur trattando fatti realmente avvenuti in classe, avevo garantito la riservatezza dei protagonisti. Ciò che avevo scritto era stato definito “sconveniente” dal preside che conosco da più di vent’anni. Eppure in quel frangente ho avuto l’impressione che per lui fossi una perfetta sconosciuta.

Io sono sempre stata contro le convenzioni. “Sta bene” o “non sta bene” sono dei limiti che ho sempre accettato per educazione (intendo quella ricevuta in famiglia) e per non deludere gli altri. Per fare un esempio, da ragazza andavo a teatro vestita da sera perché a casa mia dicevano che “così stava bene”, anche se erano già tempi in cui la gente si metteva i jeans. Ero già sposata e madre di due bimbi, andavo a teatro con mia mamma e la sera prima lei mi telefonava per dirmi come mi dovevo vestire “per non farla sfigurare”. Deprimente.

Insomma, io ho proprio voglia di liberarmi dalle “catene” dei due blog già ben avviati per tentare una nuova avventura estiva. Eh sì, perché, almeno nelle intenzioni, questo è un temporary blog (ormai ci sono i temporary shop, perché non dovrebbero esserci anche i blog a tempo?), un blog estivo. D’estate si ha piacere anche di occuparsi di cose frivole ché ci sono poi tutte le altre stagioni per fare le persone serie.
Lo so, è un po’ tardi. In effetti sarebbe stato meglio aprire questo blog all’inizio dell’estate. Ma l’idea mi è venuta oggi, poche ore fa.

Ho letto il post di Valentina in cui pubblicava la recensione di un libro Harmony. Lei è una lettrice assidua, divoratrice di libri e a me fa piacere che passi dai classici ai libri Harmony. Così ho commentato:

«Non ho mai letto Harmony però sono dell’idea che non si debba disprezzare nulla. Tutt’al più se una cosa non ti piace, ne farai a meno la prossima volta (non so se è chiaro il concetto: se Harmony fa schifo, non ne leggerai più; se ti piace, ne leggerai altri, fermo restando che non è detto ti piacciano tutti).
In genere non sopporto gli snob che dicono “io quelle robacce non le leggo”, anche perché sono fermamente convinta che lo fanno di nascosto.
Ho un’amica che mi ha chiesto se avevo letto Sparks e le ho detto di sì, “Le parole che non ti ho detto” e “Come un uragano”. Poi mi fa: “me ne ha parlato bene un mio amico e voglio provare a leggere qualcosa di lui. Sai, in genere, non leggo romanzi che non siano i classici. leggo saggi …”. Ora mi chiedo: “Come fai a leggere saggi d’estate? Voglio dire, lei è un’insegnante come me e io d’estate voglio liberare la mente., figurati se leggo saggi!
Stesso discorso vale per le fiction: quando dico che le guardo, alcuni mi lanciano sguardi inorriditi. Una prof che guarda fiction? Sia mai!»

Ecco, io qui non voglio essere una prof (quella che sono non solo nel blog laprofonline ma anche in quello principale perché la mia identità quella è!). Voglio essere semplicemente Marisa e occuparmi anche di sciocchezze, così giusto per passare il tempo cercando di non morire di caldo!

Volete seguirmi? Magari una granita (virtuale) o un buon gelato (altrettanto virtuale) ve lo posso offrire.

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CUCCARINI E GLI ITALIANI: È LA FINE DI UN AMORE?


È stata la testimonial di una nota azienda di cucine dal 1987 al 2003, tanto da meritarsi il titolo de “la più amata dagli italiani” esattamente come la cucina. Il suo debutto televisivo lo deve a Pippo Baudo che la notò in una convention e le propose di affiancarlo nel programma del sabato sera Fantastico 6, cui l’anno successivo seguì Fantastico 7, che la vide nel ruolo di ballerina accanto ad Alessandra Martines. Era il 1985 e da questo momento la carriera della show girl (il ruolo di ballerina, infatti, inizia da subito a starle stretto) vola sempre più in alto, come la notte di una delle sue canzoni più famose.
Passata dalla Rai a Fininvest (azienda che poi diventerà l’attuale Mediaset), seguendo il suo pigmalione Baudo, vestirà i panni di conduttrice in vari show, specialmente affiancando Marco Columbro nella conduzione di Paperissima e in due edizioni di Buona domenica.

Sto parlando di Lorella Cuccarini la quale recentemente è riapparsa in tv sul primo canale di “mamma Rai” suscitando numerose polemiche, specialmente per le affermazioni di essere “sovranista” risalenti agli inizi del 2019. Proprio grazie al fatto di aver condiviso certe scelte dell’attuale governo – ormai in crisi – si è attirata lo sfogo degli hater tanto da essere definita “la più odiata dagli italiani”, capovolgendo il merito attribuitole grazie a quasi un ventennio di spot.

Per circa due decenni la figura dell’artista si è fusa con quella di brava moglie e madre che emerge nella sua vita privata. Pare impossibile ma la Cuccarini è sposata dal 3 agosto 1991 con lo stesso uomo, Silvio Testi, dal quale ha avuto ben quattro figli: Sara (nata il 4 agosto 1994), Giovanni (nato il 19 settembre 1996) e i gemelli Chiara e Giorgio (nati il 2 maggio 2000).
Sarà forse questo idillio familiare a scatenare l’invidia delle colleghe?

Una di esse è Heather Parisi. Le due ballerine sono da sempre rivali. Fin dal 1986, anno in cui Pippo Baudo le volle entrambe nello spettacolo “Serata d’onore”. Siamo solo agli inizi di una lunga rivalità che nel 2016 avrebbe dovuto risolversi in una pace lunga e duratura: Lorella e Heather furono protagoniste su Rai 1 dello spettacolo NemicAmatissima ma fin da subito si capì che quell’amatissima era di troppo. Nemiche e basta.

A rinverdire l’antica ostilità ci pensò la Parisi che, con uno sfogo sul suo blog, espresse il proprio disappunto per essere stata messa da parte in uno spettacolo in cui le protagoniste dovevano essere due mentre la parte del leone la fece Lorella. La Parisi, infatti, accusò la produzione di aver bocciato le sue proposte, tagliando varie parti a lei dedicate, facendola sentire, alla fine, «un’ospite» del programma. La replica della Cuccarini non si fece attendere: augurò alla collega di «fare pace con se stessa». La Parisi rispose con un video pubblicato su Twitter nel quale fingeva di picchiarsi e al termine del quale mostrò il dito medio.

Non c’è da stupirsi se le critiche della ballerina statunitense, italiana d’adozione, hanno goduto di un nuovo periodo di splendore all’indomani delle dichiarazioni della Cuccarini che si è proclamata “sovranista” in una recente intervista apparsa sul settimanale Chi, giustificandosi con queste parole: «Sono sovranista perché amo il mio Paese e perché penso che debba riappropriarsi della sua capacità di scegliere, visto che ultimamente non è stato così. Questo, da alcuni, è stato percepito come un qualcosa di brutto, mentre io non ci vedo nulla di male e, al netto di tutte le polemiche, lo ridirei senza alcun problema».

Naturalmente al coro dei detrattori anche in quella occasione si aggiunse la voce di Heather Parisi che sembrava attendere il momento buono per cogliere in fallo la collega e burlarsi di lei. E l’occasione giusta gliel’ha fornita su un piatto d’argento quella mamma Rai che ha nutrito generosamente in passato la stessa Heather, affidando alla Cuccarini la conduzione di Grand tour, spin off di Linea Verde andato in onda fino al 23 agosto con una doppia puntata che ha decretato di fatto la conclusione anticipata di una trasmissione di scarso successo, forse non adatta al pubblico serale.

In questo caso Parisi non ha perso l’occasione per esprimere la sua soddisfazione con un tweet al veleno:

In questa polemica si è inserita anche un’altra personalità dello spettacolo, Rita Dalla Chiesa, che ha apertamente difeso l’opinione espressa da Lorella, pur senza attaccare Heather ma riconoscendole la professionalità, la bravura e l’intelligenza. Come si conviene a una vera signora.

Naturalmente, dal momento che stiamo parlando di personalità dello spettacolo di ieri e di oggi (un po’ meno “oggi” per la Parisi), l’opinione pubblica si è divisa. Purtroppo dallo spettacolo si è passati a un campo, la politica, che dovrebbe stare fuori dai programmi tv e dalle scelte della Rai di affidare la conduzione di programmi leggeri che nulla dovrebbero spartire con “tribuna politica”. Anche se è vero che la Rai è un’azienda pubblica e la sua amministrazione è strettamente legata alle scelte del governo in carica. Detto ciò, non si capisce il motivo di attaccare qualcuno per il solo fatto di aver ottenuto un contratto di lavoro, attribuendone il merito alle dichiarazioni dell’interessata.

Che dire? Personalmente trovo la Cuccarini molto scarsa come conduttrice. L’ho apprezzata in gioventù come ballerina ma a ben vedere nel ruolo di presentatrice non si è mai distinta. L’affabilità, la simpatia e l’eleganza che la contraddistinguono giocano a suo favore, al di là di qualsiasi merito strettamente artistico. In fondo si era guadagnata il titolo de “la più amata dagli italiani” grazie a uno spot e non alla pur lunga carriera televisiva.

Credo che il flop di Grand tour sia da attribuire al tipo di trasmissione e non alle capacità della Cuccarini che non ha avuto un ruolo particolarmente pregnante nel programma, limitandosi a commentare più che condurre.
Le è stata affidata la conduzione della prossima stagione de La vita in diretta a fianco di Alberto Matano che, pur essendo principalmente un giornalista, si è già distinto nella conduzione di programmi simili e sicuramente ha qualche marcia in più rispetto a Lorella Cuccarini. Mi aspetto che, di fronte a un eventuale successo de La vita in diretta, gli hater di Lorella attribuiscano tutto il merito al bel Matano. Probabilmente sarò d’accordo con loro.

[Fonti: ilfattoquotidiano.it e ilgiornale.it; immagine spot da questo sito; immagine Baudo-Cuccarini-Parisi da questo sito; immagine Dalla Chiesa da questo sito]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “CI VEDIAMO UN GIORNO DI QUESTI” di FEDERICA BOSCO

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTRICE

Federica Bosco è nata a Milano nel 1971 ma all’età di quattro anni si è trasferita a Firenze. Dopo la maturità linguistica ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza. Come scrittrice esordisce con il primo romanzo nel 2005: Mi piaci da morire viene pubblicato da Newton Compton Editor ed è un successo (18 ristampe in due anni).
La Bosco ottiene sempre molti consensi a ogni pubblicazione. Nel 2012 il suo romanzo Pazze di me diventa un film diretto da Fausto Brizzi e lei ne cura la sceneggiatura.
Ci vediamo un giorno di questi è uscito nel 2017, seguito dai più recenti Mi dicevano che ero troppo sensibile, un manuale di self-help in cui porta la sua esperienza personale per dare degli strumenti a chi ne soffre, e l’ultimo romanzo dal titolo Il nostro momento imperfetto, entrambi pubblicati nel 2018.


IL ROMANZO
La storia di Caterina e Ludovica è quella di una grande amicizia che, iniziata nel cortile della scuola quand’erano bambine e avevano condiviso una merenda, caratterizza la loro vita, seppur con alti e bassi, fino all’età adulta.

Stili di vita opposti che si attraggono e si bilanciano.
Ludovica è una ragazza seria, pacata, alla ricerca costante di certezze: un lavoro sicuro in banca che l’annoia, un fidanzato che per 20 anni le sta a fianco ma per il quale non prova alcuna passione, una casa sempre in ordine, una routine che sembra impermeabile a qualsiasi azzardo.
Caterina è un vulcano, sempre in movimento, con mille idee e sogni nella testa, nessun lavoro che possa essere definito banale, nessuna ricerca dell’uomo della sua vita. Ha un figlio concepito durante un viaggio in Australia di cui nemmeno Ludovica conosce il padre. Né lei ha mai cercato di sapere nulla a riguardo, rispettando il silenzio dell’amica che, per carattere, zitta non sta mai.

A un certo punto i rapporti fra le due giovani donne si incrinano a causa di Paolo, fidanzato storico di Ludovica, che non apprezza il fatto che lei abbia imprestato dei soldi a Caterina per aprire un centro olistico. Ludovica, che non aveva avuto dubbi sull’aiuto prestato a Caterina, alla fine si pente, dà ragione al suo compagno e decide di assecondare il desiderio di lui interrompendo i rapporti con l’amica.

Varie vicende successive portano le due donne a riavvicinarsi. Alla fine Ludovica, grazie all’amica, si convince che i suoi progetti di vita sono sbagliati, mandando a monte il matrimonio con Paolo.

Mi sentivo un ostaggio liberato, con un misto di euforia e terrore della riconquista della libertà e il timore delle conseguenze che non sapevo prevedere. [pag.119 edizione Garzanti]

Per Gabriel, il figlio di Caterina, la “zia Ludo” è un punto di riferimento costante. Anche quando si troverà nei guai, il quindicenne si rivolgerà a lei, cercando supporto e consigli che, nel momento in cui sua madre si trova in difficoltà, non avrebbe potuto chiedere a nessun altro.

Caterina, Ludovica e Gabriel sono l’unica idea di famiglia che possono avere: la prima con alle spalle il rapporto difficile con la madre e la ricerca di compensare il poco amore ricevuto crescendo da sola un figlio, tenta di dimostrare a se stessa di essere una brava madre; la seconda, reagendo alla freddezza dei suoi, cerca il calore nella famiglia di Caterina; il terzo, cresciuto senza padre, riversa il suo affetto su una “zia” attenta e premurosa che compensa la distrazione della madre.

Eravamo usciti dai binari della consuetudine, scardinando le cattive abitudini, e avevamo rivoluzionato le nostre vite affidandoci l’uno all’altra, seguendo l’istinto, e ascoltando il cuore.
L’amore di chi ti sta accanto non ti guida mai nella direzione sbagliata
. [pag. 244 dell’edizione citata]

Ma i fatti della vita possono cambiare le cose. Per Caterina si apre una nuova fase, felice grazie all’incontro con Gianfranco che finalmente è l’uomo della sua vita, e dolorosa allo stesso tempo. La donna decide che è arrivato il momento di svelare il segreto sulla paternità del figlio e manda in Australia l’amica mettendola sulle tracce di Matt, l’uomo incontrato a Brisbane 16 anni prima. Il padre che Gab non ha mai conosciuto.

Grazie a questo viaggio anche la vita di Ludovica avrà una svolta inattesa. Il merito, ancora una volta, è dell’amica Cate:

La mia vita che prima era un trolley è diventata una Samsonite enorme, e ora non posso più tenerla con me in cabina, ma devo imbarcarla nella stiva.
Ed è stato tutto merito tuo
. [pag. 308 dell’edizione citata]

***

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo gradevole, riesce a suscitare sorrisi e lacrime, a seconda delle circostanze descritte. La narrazione in prima persona, lo stile colloquiale e l’abbondanza di dialoghi rendono la lettura scorrevole e piacevole.
Ho apprezzato molto la capacità di Federica Bosco di proporre ritratti di vita quotidiana in cui ciascuno si può facilmente riconoscere. A partire dalla descrizione di un’amicizia profonda tra due donne così diverse che molto spesso non è scevra di incomprensioni, antagonismo e gelosie ma, se l’amicizia è vera, si riescono a superare gli ostacoli e a rafforzare i rapporti.
Le relazioni familiari, così diversificate nella cornice delle storie raccontate, riescono a scatenare quel potere empatico necessario al processo di immedesimazione tra l’autrice e il lettore. Per fare un esempio, chi non avrebbe scaricato molto prima di quanto non faccia Ludovica l’insopportabile Paolo?
Il romanzo di Federica Bosco insegna che la vita offre molte opportunità da prendere al volo, gioie e dolori da condividere e aspettative in cui non bisogna mai smettere di confidare. E anche se non tutto va come si vorrebbe, anche a fronte di grandi perdite c’è sempre qualcosa di altrettanto grande da conquistare.

[immagine dell’autrice dal suo sito web]

CHI HA INVENTATO IL GELATO?


Il dolce preferito nel periodo estivo è senza dubbio il gelato. Tuttavia si può dire che questo dolce, declinato in varie forme e gusti (a volte davvero improbabili!), non conosca stagioni perché ormai viene consumato tutto l’anno, anche se con un picco durante i mesi più caldi.

Ma chi ha inventato il gelato?

Da alcuni l’invenzione del gelato viene fatta risalire addirittura ad un episodio biblico in cui Isacco, offrendo ad Abramo latte di capra misto a neve, avrebbe inventato il primo gelato della storia. Secondo altri, invece, viene fatta risalire agli antichi Romani che nei loro sontuosi banchetti offrivano le nivatae potiones, veri e propri dessert freddi. In realtà si trattava di sorbetti: passati di frutta impastati con la neve che venivano letteralmente “ingoiati” dai commensali. La parola sorbetto, infatti, deriva dal verbo latino sorbere che significa, appunto, “ingoiare”. D’altra parte il sorbetto non necessita di masticazione.

In Sicilia, ai tempi della dominazione araba, si iniziò a sorseggiare una bibita a base di frutta e zucchero di canna, conservata in recipienti circondati da neve o ghiaccio tritato. La granita e il sorbetto si vennero preparati mescolando la neve dell’Etna con sciroppi e succhi di frutta. Fin dal Medioevo sulla cima del vulcano, ma anche sui Nebrodi e sui Monti Peloritani, lavoravano i “nivaroli”, una sorta di lavoratori stagionali con il compito di raccogliere la neve che poi depositavano nei “nivieri”, costruiti in corrispondenza di grotte naturali o artificiali. La neve così conservata veniva poi trasportata, d’estate, alle città della costa dove si preparavano i sorbetti.

Per assistere al trionfo di questo alimento bisogna però aspettare il Cinquecento. È Firenze a rivendicare l’invenzione del gelato moderno, grazie all’inventiva di un architetto, Bernardo Buontalenti (Firenze 1531 – 1608), che per primo nella ricetta del gelato inserisce ingredienti nuovi: latte, panna e uova.

Persona decisamente ingegnosa messer Buontalenti (un nome, un programma!) e anche pieno di titoli: architetto civile e militare, ingegnere idraulico e urbanista. Per le sue non comuni capacità fu assunto dai Medici e proprio da questi fu incaricato, in occasione dell’arrivo dell’ambasceria di Spagna, di organizzare un’accoglienza strabiliante, tale da “far rimanere come tanti babbei gli stranieri, e spagnoli per giunta”.
Nonostante il sorbetto fosse già stato utilizzato in precedenza, la vera novità del gelato prodotto da Buontalenti furono, come giù detto, gli ingredienti: latte, miele, tuorlo d’uovo e un tocco di vino. Inutile dire che l’invenzione ebbe un grandioso successo: al banchetto organizzato per gli Spagnoli venne servita una crema fredda di gran lunga migliore, per gusto e composizione, dei dolci gelati creati in passato.

Considerata la tradizione siciliana, cui ho già fatto riferimento, non stupisce il successo ottenuto da un gentiluomo palermitano, Giuseppe (altre fonti parlano di “Francesco”) Procopio dei Coltelli il quale, trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole, aprì il primo caffè-gelateria della storia, il tuttora famosissimo café Procope che si trova in rue de l’Ancienne Comédie. Si tratta del primo café letterario del mondo dove illustri francesi si recavano per discutere dei loro progetti bevendo un café e assaporando un sorbetto: La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Balzac, Hugo, Verlaine, Oscar Wilde e tanti altri.

Ma la storia moderna di questo goloso alimento comincia ufficialmente quando l’italiano Filippo Lenzi nel 1777 aprì la prima gelateria in America. Il gelato si diffuse a tal punto da portare ad una nuova invenzione: la sorbettiera a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young.

Aveva allora inizio la storia del gelato industriale. Si dice che il primo produttore su larga scala sia stato un lattaio di Baltimora, Jacob Frussel, che, per salvare una grossa partita di latte invenduto, lo trasformò in gelato. La sua creatività fu premiata: la città gli eresse addirittura un monumento.

Come fare un ottimo gelato in casa anche senza utilizzare la gelatiera?

Non è un’impresa impossibile. Bastano pochi ingredienti per preparare il gelato base (il tipico gusto vaniglia) e l’aggiunta di tutti gli altri ingredienti, a seconda che preferiate i gusti alle creme o alla frutta.

INGREDIENTI PER LA BASE ALLA VANIGLIA

– 500 gr di panna da montare + 2 cucchiai di zucchero a velo
– 400 gr di latte condensato freddo
– 1 bustina di vanillina (si possono aggiungere 2 cucchiai di Gran Marnier o altro liquore dolce)

PREPARAZIONE

In una ciotola abbastanza capiente mescolate il latte condensato freddo di frigo con la vanillina, aggiungendo eventualmente il liquore a scelta. Aggiungete la panna precedentemente montata a neve ferma, mescolando dal basso verso l’alto per non smontarla. Versate il composto ottenuto in una vaschetta da 30 cm X 10 cm (va bene anche uno stampo da plum cake), coprite con una pellicola e lasciate raffreddare il vostro gelato in freezer per almeno 5 – 6 h. Non è necessario fare altro perché il gelato manterrà una consistenza cremosa e non ha nemmeno bisogno di essere estratto dal freezer prima di essere servito (anzi, è meglio evitare perché potrebbe sciogliersi!).

A questa base potete aggiungere del cacao, noci o nocciole tritate, caffè, amaretti sbriciolati, cocco grattugiato, nutella, cioccolato alle nocciole (tipo bacio) e ogni altro ingrediente che si sposi con la versione alla crema.

Per il GELATO ALLA FRUTTA è meglio rivedere le dosi, ma la preparazione è invariata:

– 800 gr di frutta fresca di stagione a piacere pesata pulita a netto di scarti
– 500 ml di panna da montare zuccherata
– 170 ml di latte condensato
– 2 cucchiai di liquore alla frutta (anche limoncello se piace)

BUON GELATO A TUTTI!

[fonti: italianiaparigi, istitutodelgelato, buontalenti.it; per la ricetta del gelato ho fatto riferimento a questo sito. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine del café Procope da questo sito; immagine coppetta gelato da questo sito]

MEGHAN MARKLE, LA DUCHESSA SNOB: NIENTE COPERTINA DI VOGUE


Non sarà mai principessa e lo sa bene. Nelle vene della duchessa di Sussex, al secolo Meghan Markle, moglie del principe Harry, non scorre sangue blu e suo figlio Archie Harrison Mountbatten-Windsor è solo il settimo nella linea di successione al trono d’Inghilterra. Praticamente destinato a essere principe a vita, senza poter indossare la corona reale.

La duchessa Meghan, come tutti sanno, è un’ex attrice statunitense ma le sue origini in realtà sono afro-americane. Il suo sangue, in pratica, non solo non è blu ma è anche una specie di cocktail. Cosa che non è stata particolarmente apprezzata dalla famiglia reale ma tant’è, al cuor non si comanda e a quello di uno dei nipoti prediletti di Queen Elizabeth, Harry figlio del principe Carlo e della rimpianta Lady Diana, non si può di certo porre veti.

Donna di mondo, già divorziata, Meghan è una duchessa particolare, molto meno legata all’etichetta di Buckingham Palace, almeno rispetto alla cognata Kate Middleton, duchessa di Cambridge e moglie di William, fratello di Harry. Sarà per questo che ha accettato, sembra di buon grado, il ruolo di editor per un mese della prestigiosa rivista di moda Vogue. Una special guest in redazione, giusto il tempo di legare il suo nome al numero della rivista più importante dell’anno: quello di settembre.


Un ruolo che, a quanto pare, non ha precedenti: è la prima volta nei 103 anni di storia di Vogue in Inghilterra che la rivista cede il timone, seppur a tempo determinato, a un’ospite. Di ciò Meghan è certamente fiera anche se ha subito declinato l’offerta di comparire sulla copertina di settembre dell’importante rivista. “Sarebbe troppo vanitoso”, con queste parole si sarebbe giustificata. Molto meglio lasciare lo spazio non a una ma a ben quindici donne che, come si legge in una nota dell’account Sussex Royal, «alzano l’asticella per l’uguaglianza, la gentilezza, la giustizia, l’apertura mentale. Il sedicesimo spazio è uno specchio, inserito perché quando avrete il numero in mano, possiamo vedere voi stesse come parte del collettivo.».

Molto modesta, non c’è che dire. Tuttavia questo atteggiamento a me appare decisamente snob e la modestia non del tutto sincera.


Non dimentichiamo che la celebre cognata della Markle, Kate Middleton, è già comparsa come cover girl per Vogue in occasione del centenario di fondazione della rivista, quindi non su un numero qualsiasi.

Nemmeno la mancata suocera di Meghan, la principessa del Galles Diana Spencer, di nobiltà ben più antica degli stessi eredi della regina Elisabetta, disdegnò di comparire sulla copertina di Vogue. Non una volta ma ben quattro. La prima la ritrae nel giorno del suo matrimonio e uscì nell’agosto del 1981. L’ultima cover risale invece alla sua morte e fu pubblicata nel numero di ottobre del 1997. A parte la pubblicazione postuma, possiamo dire che con il suo consenso fu immortalata per ben tre copertine.


Ora io mi chiedo per quale motivo reale (nel senso di vero… mi si perdoni il gioco di parole!) Meghan abbia rinunciato ad essere cover girl per un giorno. “Troppo vanitoso”? Ma andiamo…

A me questo atteggiamento appare invece un po’ choosy nonché snob. A meno che la ragione non sia un’altra.

Da settimane, infatti, si rincorrono voci secondo le quali la duchessa di Sussex, leggermente appesantita dalla recente gravidanza, sia oggetto del cosiddetto body shaming. Si tratta di un vero e proprio esempio di cyberbullismo: con la diffusione sui social di fotografie che ritraggono gente più o meno comune, si assiste ad un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di chi non ostenta un fisico perfetto. Non stupiamoci che alcune persone appartenenti al mondo dello spettacolo e non solo, godendo di una certa fama, attirino le critiche degli hater. Cito un esempio abbastanza eclatante di cui ho parlato in un altro post: quello di Vanessa Incontrada che negli anni ha messo su qualche chiletto senza tuttavia perdere il suo fascino e la simpatia. Ma queste virtù per gli hater sono perlopiù trascurabili.

Tornando alla moglie di Harry, non si può certo dire che sia bellissima né che abbia lo stile e la classe della celebre cognata Kate. Di certo non può essere paragonata alla principessa Diana, ma chi potrebbe mai esserlo?
Forse avrà pensato che, con quei chili in più, avrebbe sfigurato se messa a confronto con le splendide donne di Casa Windsor che l’hanno preceduta.

Intanto, per non rischiare un sovrappeso irrecuperabile, la duchessa ha dichiarato che lei ed Harry non avranno più di due figli.

Chissà, magari Meghan è sincera quando sostiene che apparire sulla copertina di Vogue sia troppo “vanitoso”. Ciò non toglie che, affermando ciò, è come se considerasse troppo vanitose Kate e Diana.

[immagine sotto al titolo da questo sito; le cover di Vogue sono tutte tratte dal sito di IoDonna che è anche la fonte principale della notizia]

DRESS CODE IN TRIBUNALE? I CASI DI TRIESTE E CAROLA RACKETE


I cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno innalzato le temperature, non solo durante la stagione estiva ma anche in primavera come è successo quest’anno. A farne le spese soprattutto sono coloro che, presentandosi sul luogo di lavoro, hanno degli obblighi riguardo all’abbigliamento cui non si possono sottrarre. Tuttavia, in questi casi l’aria condizionata aiuta molto, anche se non è un privilegio di tutti.

Fatta questa premessa, arriviamo al punto.

Ci sono situazioni in cui, a mio parere, deve prevalere il buonsenso, al di là di qualsiasi dress code esplicito o meno. Infatti, nella maggior parte dei casi non esistono regole scritte ma ci si affida appunto al buonsenso.

Vediamo due casi che hanno fatto molto chiacchierare l’opinione pubblica, credo più per noia che per un reale interesse riguardo a certi fatti di cronaca.

Qualche giorno fa, in occasione di un’udienza per una causa di divorzio, un uomo si è presentato davanti al presidente della Sezione civile del Tribunale di Trieste, Arturo Picciotto, indossando bermuda e infradito. Ora, chi conosce l’ubicazione del capoluogo giuliano sa che si tratta di una città di mare con molte spiagge vicinissime al centro. Probabilmente quell’uomo aveva pensato di passare una giornata al mare subito dopo l’udienza in tribunale. Ma non ha fatto i conti con il rigore del giudice che, dopo aver parlato con gli avvocati ed essersi sincerato che il difensore dell’uomo lo aveva invitato a indossare un abbigliamento consono, ha rispedito a casa l’individuo con la raccomandazione di ripresentarsi da lì a poco con addosso abiti adeguati.

Al giornalista de Il Piccolo il giudice Picciotto ha spiegato: «Anche se non c’è una casistica specifica su ciò che si può o non si può indossare, è il Codice di procedura ad attribuire al giudice il compito di garantire il rispetto del decoro durante l’udienza pubblica», proseguendo con queste parole: «L’apparenza è sostanza. È un modo per riconoscere il valore dell’istituzione e l’importanza della funzione che stiamo svolgendo nel nome del popolo italiano». [l’articolo del quotidiano triestino non è leggibile dai non abbonati, quindi rimando alla lettura del pezzo pubblicato da Repubblica LINK; dallo stesso sito è tratta l’immagine]


L’altro caso che ha fatto discutere qualche tempo fa e che in queste ore ha riportato la protagonista sotto i riflettori, è quello di Carola Rackete. Il comandante della Sea Watch, protagonista di un fatto di cronaca arcinoto – su cui non voglio soffermarmi né prendere posizione – è stata criticata aspramente quando, più o meno un mese fa, si era presentata in Procura con una maglietta che lasciava indovinare l’assenza del reggiseno.

Carola è una ragazza di 30 anni, sicuramente al di sopra degli schemi anche in fatto di abbigliamento e acconciatura caratterizzata, quest’ultima, dalla presenza dei dreads, capelli annodati in lunghe trecce spettinate portate in auge anche in occidente dal movimento Rasta negli anni Ottanta. Che sia anche comandante di una nave “non convenzionale”, quindi non obbligata a indossare uniformi e cappelli, secondo me rimane un dettaglio trascurabile. Mi spiego: se nello svolgimento della sua funzione non ha alcun obbligo in fatto di abbigliamento, il rispetto del dress code dovrebbe essere scontato in altre situazioni.

Il problema, secondo me, è che fin dagli anni Settanta, con l’avvento del femminismo, il fatto di non indossare l’indumento intimo femminile (che poi tanto inutile non è visto che evita il rilassamento del seno anzitempo) è stato individuato come segno di protesta. Le donne, in poche parole, rifiutando il reggiseno, proclamavano la liberà da inutili fardelli. In pratica: l’utero è mio e me lo gestisco io e le tette sono mie, pazienza se cadono.

Non stupisce, quindi, che per solidarietà nel confronti del comandante Rackete sia stato proclamato, per sabato 27 luglio, il #Freenippleday. Fautrici dell’iniziativa che sembra destinata a estendersi al di fuori dei confini nazionali, sono due ragazze di Torino. Nicoletta Nobile e Giulia Trivero hanno tenuto a precisare che la protesta è estesa a entrambi i sessi: «Sì, cari uomini, in quel giorno anche voi potrete sentirvi liberi di non indossare quello stretto e scomodo strumento e tuttavia potervi esprimere senza essere giudicati. Rivendichiamo la necessità di un dibattito fondato su argomenti concreti e contestualmente denunciamo l’ennesimo atto di prevaricazione sul corpo femminile».

In sintesi: Carola Rackete è stata bersagliata dalle critiche in quanto donna, è stata oggetto di discriminazione perché giudicata per il suo corpo femminile e privata, almeno in teoria, della libertà di esibire il suo seno decisamente poco prosperoso sotto la maglietta.

Al di là della questione politica su cui, come già detto, non voglio esprimermi, ciò che a mio avviso è stato trascurato è il fatto che, presentandosi davanti a un giudice con un abbigliamento non consono all’ambiente, ha semplicemente trasgredito a una regola forse non scritta ma affidata al buonsenso.

Come osserva il magistrato triestino, l’apparenza è sostanza. In altre parole, in tribunale non vale il detto “l’abito non fa il monaco”.

[LINK all’articolo su Racket; immagine da questo sito]

SCATTI RUBATI IN SPIAGGIA PER DERIDERE SUI SOCIAL: L’INSANA MODA DI QUEST’ESTATE


L’inizio di quest’estate è stato caratterizzato da un’insana, quanto inspiegabile ai più, moda diffusa sui social: fotografare donne (perché non i maschi?) con qualche imperfezione fisica, naturalmente a loro insaputa, per deriderle on line.

Si tratta perlopiù di signore o signorine un po’ sovrappeso, con la cellulite, che mostrano il proprio fisico imperfetto (ma la perfezione esiste?) in bikini con la massima noncuranza. Almeno così sembra.

In realtà, chi può dire che ci sia, da parte di queste donne, la massima disinvoltura nell’esibirsi sull’arenile o sotto l’ombrellone? Spesso, infatti, l’apparenza cela un’intima sofferenza che si cerca di nascondere, la rassegnazione a mostrarsi senza coprirsi per il semplice fatto che è un diritto di tutti poter andare in spiaggia e abbronzarsi, senza morir di caldo con camuffamenti vari.

Parallelamente a questo vero e proprio cyberbullismo, su Twitter un tale – a me sconosciuto – ha diffuso una specie di “decalogo” in cui consiglia l’abbigliamento adatto alle over 29. Secondo questo tizio, infatti, dopo i 29 anni (ventinove, ma vi rendete conto?), il fisico femminile è soggetto al decadimento quindi è assolutamente vietato esibire in pubblico un fisico non perfetto. Per l’esattezza, l’individuo avrebbe definito “scadute” le ragazze con più di 29 anni. 😦

Questi due fatti, secondo me, devono far riflettere.

Il “decadimento fisico” è del tutto naturale. L’invecchiamento inizia, effettivamente, dopo i 20 anni. Ci sono donne di 50 o 60 anni che ne dimostrano molti meno, si curano, vanno in palestra, talvolta ricorrono a qualche ritocchino (non sto parlando, ovviamente, di chi si sottopone a veri e propri interventi di chirurgia estetica), in poche parole non vogliono invecchiare male. Perché si invecchia, inutile negarlo. Si può, quindi, evitare o almeno ritardare il “decadimento” ma questa è una scelta personale su cui non si può né si deve discutere.

Io ho iniziato a curare (sarebbe meglio dire “osteggiare”) la cellulite a 15 anni. Ci sono donne che non sanno cosa sia nemmeno a 80 anni e più. Mia madre, per esempio.

La mia vita è contrassegnata da lotte con la bilancia a cadenze più o meno regolari (ogni cinque-sei anni circa). Chiaramente sono andata in spiaggia sempre in bikini, con 10 kg in più o 10 in meno. Ho esternato noncuranza? Onestamente no. Mi sono sentita più a mio agio con il peso forma raggiunto che con i chili in eccesso. Ma questo è un fatto personale che non deve portare a giudizi gratuiti o, cosa ben peggiore, a derisioni ingiustificate da parte di gente che nemmeno mi conosce. Il solo fatto che qualcuno possa “rubare” degli scatti per prendermi in giro a mia insaputa mi fa orrore. E pena. Sì, credo che certa gente sia proprio penosa.

C’è senz’altro qualcuna che avrebbe bisogno di un nutrizionista (per salvaguardare la salute non certo per motivi estetici!), ma chi si dovrebbe arrogare il diritto di farglielo notare? Se il sovrappeso o l’obesità non è un problema per l’interessata, perché mai dare consigli non richiesti?
Questo discorso vale, naturalmente, anche per i maschi.

Sorrido pensando all’ultima visita, due anni fa, dall’angiologo. Una persona squisitamente gentile che ha messo a tacere tutti i miei dubbi su alcune vene varicose (o almeno a me sembravano tali) e che, di fronte alla mia esternazione ingenua “Certo, anche il peso ha la sua responsabilità, dovrei dimagrire almeno una decina di chili…”, ha replicato: “Ma signora, non si faccia problemi! Sa come mi apostrofano i miei colleghi medici? “Ciccione!“. E si fece una bella risata.
Solo allora mi resi conto della mia scarsa delicatezza nel parlare di “peso” davanti a un omone di almeno 120 kg.

La grassezza a volte è una questione mentale. La dieta dimagrante, infatti, deve partire da una forte motivazione. A nulla vale il non vedersi come si vorrebbe, ad avere razionalmente ben presente quanto si vorrebbe indossare meglio un vestito o quanto a proprio agio si starebbe senza avere il fiatone per un semplice passo accelerato. Ciò non toglie che per nessun motivo al mondo si debba essere giudicati per il peso o altre imperfezioni fisiche.

Un po’ di tempo fa ho letto un bell’articolo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna pubblicato su “La7”, settimanale del Corriere della Sera. Ne consiglio la lettura per comprendere come dietro a ogni “grassezza”, o anche eccessiva magrezza, si nascondono motivazioni che nessuno, se non i diretti interessati, può davvero conoscere. Giudicare è sempre sbagliato, giudicare senza sapere è semplicemente un’idiozia. Il rispetto per le persone e per la loro unicità (perché questa è la caratteristica di ogni individuo) è un diritto inalienabile.

Riporto alcuni passaggi tratti dalla parte finale dell’articolo di Costanza (se volete leggerlo tutto questo è il LINK):

«Questo è il MIO corpo. Non me ne vergogno in alcun modo. Non devo giustificarlo. Anzi, sapete che c’è? Mi piace tutto del mio corpo». Ho detto, «Wow, chi è questa donna? Si ama davvero o è solo un atteggio?». Ed è stato quello il momento. Il momento in cui ho capito che non siamo noi, grassi, brutti, diversi, a dover cambiare o nasconderci per non essere bullizzati e irrisi, siete voi che non dovete bullizzare e irridere. Ho ingoiato insulti per tre anni, non ce la faccio più. Ho deciso d’imparare a piacermi. […] Sono una donna grassa e merito rispetto. Merito di essere accettata. Adesso.»

Io forse non avrei usato il termine “accettata”. Perché l’accettazione di sé deve prima di tutto partire da noi e non per questo essere approvata e condivisa.
Mi piace molto, invece, il fatto che la giornalista e scrittrice abbia ammesso: «Ho deciso d’imparare a piacermi». Aggiungo che piacersi significa volersi bene e questo è ciò che conta di più per vivere felicemente l’essere sé stessi.

P.S. AVVERTIMENTO AGLI IDIOTI DEL WEB:

Anche quest’estate andrò in spiaggia in bikini (nonostante i 29 anni li abbia superati da un bel po’…), mi coprirò con il pareo solo per sedermi al bar (per una questione di igiene e una elementare forma di educazione) e non mi vergognerò del mio fisico anche se ho ancora qualche chiletto da smaltire, la cellulite e qualche ruga in più causata dal dimagrimento veloce degli ultimi mesi (non sono tonica e non amo la palestra, che ci posso fare?).
Volete rubare qualche scatto e deridermi sui social? Vi avverto che rischiate, anche se vi nascondete dietro ai nickname (oltre all’intelligenza vi manca il coraggio). LEGGETE QUA.

Io sono stata giovane e bella, voi probabilmente intelligenti mai.

[nell’immagine la modella curvy Ashley Graham da questo sito]

RITORNA L’ESTATE


A dire il vero, l’estate è tornata da un bel po’, con qualche anticipo in primavera. Una stagione che quest’anno a volte poteva sembrare davvero estate, altre decisamente autunno (che maggio orribile!).

Con un po’ di ritardo rispetto al solstizio che ha inaugurato la nuova stagione, rieccomi qui.

Come canta Edoardo Bennato:

Ritorna l’estate meno male non c’era più legna da bruciare

non c’era più voglia di restare rinchiusi in casa a studiare

la scuola è finita e così è festa anche di Lunedì.

A dirla tutta, il caminetto non l’ho mai avuto (anche se mi piacerebbe) e il lunedì è la mia giornata libera. Durante il periodo scolastico, dunque, per me è sempre festa, o quasi. Non si contano, infatti, i lunedì pomeriggio passati a scuola (pare impossibile ma è la giornata preferita per fissare riunioni varie) ma questo è il lavoro che mi sono scelta, che riesce ancora ad appassionarmi, che mi dà molte soddisfazioni (un 100 e lode e un 100 all’Esame di Stato per due miei studenti di quinta, solo per fare un esempio) anche se è un lavoro che, con il passare del tempo, è sempre più faticoso. Se aggiungiamo anche i problemi di famiglia (la scomparsa di mio papà all’inizio di maggio, dopo una lunga malattia), il periodo ormai trascorso è risultato davvero impegnativo e pesante.

Ma ora è bene pensare alle vacanze, anche se le mie iniziano solo a metà luglio. C’è tanta voglia di mare e di sole, almeno per me.

Cari lettori e amici, vi auguro una buona stagione (non a caso per i napoletani – mio papà lo era – l’estate è semplicemente “a’ staggione”) e, se volete passare un po’ di tempo “sotto il mio ombrellone”, una buona lettura!