PERCHÉ UN BLOG ESTIVO?

granita mentaIo ormai posso essere considerata una veterana dei blog. Ne ho due, quello principale e uno specifico sulla scuola. Il primo è nato per essere un blog dedicato ai miei studenti, poi ho iniziato a prenderci gusto e a pubblicare riflessioni, più o meno profonde, su fatti di attualità o argomenti che mi stanno a cuore. Poche volte ho davvero parlato di me. Un po’ perché, essendo il blog primario letto dai miei studenti, ho sempre trovato difficile “aprirmi”. Un po’ perché, con il passare del tempo, mi sono sentita “condizionata” dai miei follower e ho iniziato a selezionare gli argomenti a seconda dell’interesse che ritenevo (e ritengo) potessero riscuotere i miei post. Alla fine ho iniziato a scrivere non ciò che volevo (non tutto, almeno) ma ciò che pensavo fosse “conveniente”. Insomma, alla fine ci si sente prigionieri della creatura cui si ha dato vita!

Stesso discorso vale per laprofonline. Parlo di scuola, è vero, esprimo le mie opinioni su determinati argomenti ma quasi mai parlo di me, della mia esperienza in classe. L’avevo fatto una volta sul blog primario ed è successo una specie di putiferio a scuola. Ho dovuto censurare quel post, che di per sé era innocente perché, pur trattando fatti realmente avvenuti in classe, avevo garantito la riservatezza dei protagonisti. Ciò che avevo scritto era stato definito “sconveniente” dal preside che conosco da più di vent’anni. Eppure in quel frangente ho avuto l’impressione che per lui fossi una perfetta sconosciuta.

Io sono sempre stata contro le convenzioni. “Sta bene” o “non sta bene” sono dei limiti che ho sempre accettato per educazione (intendo quella ricevuta in famiglia) e per non deludere gli altri. Per fare un esempio, da ragazza andavo a teatro vestita da sera perché a casa mia dicevano che “così stava bene”, anche se erano già tempi in cui la gente si metteva i jeans. Ero già sposata e madre di due bimbi, andavo a teatro con mia mamma e la sera prima lei mi telefonava per dirmi come mi dovevo vestire “per non farla sfigurare”. Deprimente.

Insomma, io ho proprio voglia di liberarmi dalle “catene” dei due blog già ben avviati per tentare una nuova avventura estiva. Eh sì, perché, almeno nelle intenzioni, questo è un temporary blog (ormai ci sono i temporary shop, perché non dovrebbero esserci anche i blog a tempo?), un blog estivo. D’estate si ha piacere anche di occuparsi di cose frivole ché ci sono poi tutte le altre stagioni per fare le persone serie.
Lo so, è un po’ tardi. In effetti sarebbe stato meglio aprire questo blog all’inizio dell’estate. Ma l’idea mi è venuta oggi, poche ore fa.

Ho letto il post di Valentina in cui pubblicava la recensione di un libro Harmony. Lei è una lettrice assidua, divoratrice di libri e a me fa piacere che passi dai classici ai libri Harmony. Così ho commentato:

«Non ho mai letto Harmony però sono dell’idea che non si debba disprezzare nulla. Tutt’al più se una cosa non ti piace, ne farai a meno la prossima volta (non so se è chiaro il concetto: se Harmony fa schifo, non ne leggerai più; se ti piace, ne leggerai altri, fermo restando che non è detto ti piacciano tutti).
In genere non sopporto gli snob che dicono “io quelle robacce non le leggo”, anche perché sono fermamente convinta che lo fanno di nascosto.
Ho un’amica che mi ha chiesto se avevo letto Sparks e le ho detto di sì, “Le parole che non ti ho detto” e “Come un uragano”. Poi mi fa: “me ne ha parlato bene un mio amico e voglio provare a leggere qualcosa di lui. Sai, in genere, non leggo romanzi che non siano i classici. leggo saggi …”. Ora mi chiedo: “Come fai a leggere saggi d’estate? Voglio dire, lei è un’insegnante come me e io d’estate voglio liberare la mente., figurati se leggo saggi!
Stesso discorso vale per le fiction: quando dico che le guardo, alcuni mi lanciano sguardi inorriditi. Una prof che guarda fiction? Sia mai!»

Ecco, io qui non voglio essere una prof (quella che sono non solo nel blog laprofonline ma anche in quello principale perché la mia identità quella è!). Voglio essere semplicemente Marisa e occuparmi anche di sciocchezze, così giusto per passare il tempo cercando di non morire di caldo!

Volete seguirmi? Magari una granita (virtuale) o un buon gelato (altrettanto virtuale) ve lo posso offrire.

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LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “CI VEDIAMO UN GIORNO DI QUESTI” di FEDERICA BOSCO

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTRICE

Federica Bosco è nata a Milano nel 1971 ma all’età di quattro anni si è trasferita a Firenze. Dopo la maturità linguistica ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza. Come scrittrice esordisce con il primo romanzo nel 2005: Mi piaci da morire viene pubblicato da Newton Compton Editor ed è un successo (18 ristampe in due anni).
La Bosco ottiene sempre molti consensi a ogni pubblicazione. Nel 2012 il suo romanzo Pazze di me diventa un film diretto da Fausto Brizzi e lei ne cura la sceneggiatura.
Ci vediamo un giorno di questi è uscito nel 2017, seguito dai più recenti Mi dicevano che ero troppo sensibile, un manuale di self-help in cui porta la sua esperienza personale per dare degli strumenti a chi ne soffre, e l’ultimo romanzo dal titolo Il nostro momento imperfetto, entrambi pubblicati nel 2018.


IL ROMANZO
La storia di Caterina e Ludovica è quella di una grande amicizia che, iniziata nel cortile della scuola quand’erano bambine e avevano condiviso una merenda, caratterizza la loro vita, seppur con alti e bassi, fino all’età adulta.

Stili di vita opposti che si attraggono e si bilanciano.
Ludovica è una ragazza seria, pacata, alla ricerca costante di certezze: un lavoro sicuro in banca che l’annoia, un fidanzato che per 20 anni le sta a fianco ma per il quale non prova alcuna passione, una casa sempre in ordine, una routine che sembra impermeabile a qualsiasi azzardo.
Caterina è un vulcano, sempre in movimento, con mille idee e sogni nella testa, nessun lavoro che possa essere definito banale, nessuna ricerca dell’uomo della sua vita. Ha un figlio concepito durante un viaggio in Australia di cui nemmeno Ludovica conosce il padre. Né lei ha mai cercato di sapere nulla a riguardo, rispettando il silenzio dell’amica che, per carattere, zitta non sta mai.

A un certo punto i rapporti fra le due giovani donne si incrinano a causa di Paolo, fidanzato storico di Ludovica, che non apprezza il fatto che lei abbia imprestato dei soldi a Caterina per aprire un centro olistico. Ludovica, che non aveva avuto dubbi sull’aiuto prestato a Caterina, alla fine si pente, dà ragione al suo compagno e decide di assecondare il desiderio di lui interrompendo i rapporti con l’amica.

Varie vicende successive portano le due donne a riavvicinarsi. Alla fine Ludovica, grazie all’amica, si convince che i suoi progetti di vita sono sbagliati, mandando a monte il matrimonio con Paolo.

Mi sentivo un ostaggio liberato, con un misto di euforia e terrore della riconquista della libertà e il timore delle conseguenze che non sapevo prevedere. [pag.119 edizione Garzanti]

Per Gabriel, il figlio di Caterina, la “zia Ludo” è un punto di riferimento costante. Anche quando si troverà nei guai, il quindicenne si rivolgerà a lei, cercando supporto e consigli che, nel momento in cui sua madre si trova in difficoltà, non avrebbe potuto chiedere a nessun altro.

Caterina, Ludovica e Gabriel sono l’unica idea di famiglia che possono avere: la prima con alle spalle il rapporto difficile con la madre e la ricerca di compensare il poco amore ricevuto crescendo da sola un figlio, tenta di dimostrare a se stessa di essere una brava madre; la seconda, reagendo alla freddezza dei suoi, cerca il calore nella famiglia di Caterina; il terzo, cresciuto senza padre, riversa il suo affetto su una “zia” attenta e premurosa che compensa la distrazione della madre.

Eravamo usciti dai binari della consuetudine, scardinando le cattive abitudini, e avevamo rivoluzionato le nostre vite affidandoci l’uno all’altra, seguendo l’istinto, e ascoltando il cuore.
L’amore di chi ti sta accanto non ti guida mai nella direzione sbagliata
. [pag. 244 dell’edizione citata]

Ma i fatti della vita possono cambiare le cose. Per Caterina si apre una nuova fase, felice grazie all’incontro con Gianfranco che finalmente è l’uomo della sua vita, e dolorosa allo stesso tempo. La donna decide che è arrivato il momento di svelare il segreto sulla paternità del figlio e manda in Australia l’amica mettendola sulle tracce di Matt, l’uomo incontrato a Brisbane 16 anni prima. Il padre che Gab non ha mai conosciuto.

Grazie a questo viaggio anche la vita di Ludovica avrà una svolta inattesa. Il merito, ancora una volta, è dell’amica Cate:

La mia vita che prima era un trolley è diventata una Samsonite enorme, e ora non posso più tenerla con me in cabina, ma devo imbarcarla nella stiva.
Ed è stato tutto merito tuo
. [pag. 308 dell’edizione citata]

***

Ci vediamo un giorno di questi è un romanzo gradevole, riesce a suscitare sorrisi e lacrime, a seconda delle circostanze descritte. La narrazione in prima persona, lo stile colloquiale e l’abbondanza di dialoghi rendono la lettura scorrevole e piacevole.
Ho apprezzato molto la capacità di Federica Bosco di proporre ritratti di vita quotidiana in cui ciascuno si può facilmente riconoscere. A partire dalla descrizione di un’amicizia profonda tra due donne così diverse che molto spesso non è scevra di incomprensioni, antagonismo e gelosie ma, se l’amicizia è vera, si riescono a superare gli ostacoli e a rafforzare i rapporti.
Le relazioni familiari, così diversificate nella cornice delle storie raccontate, riescono a scatenare quel potere empatico necessario al processo di immedesimazione tra l’autrice e il lettore. Per fare un esempio, chi non avrebbe scaricato molto prima di quanto non faccia Ludovica l’insopportabile Paolo?
Il romanzo di Federica Bosco insegna che la vita offre molte opportunità da prendere al volo, gioie e dolori da condividere e aspettative in cui non bisogna mai smettere di confidare. E anche se non tutto va come si vorrebbe, anche a fronte di grandi perdite c’è sempre qualcosa di altrettanto grande da conquistare.

[immagine dell’autrice dal suo sito web]

CHI HA INVENTATO IL GELATO?


Il dolce preferito nel periodo estivo è senza dubbio il gelato. Tuttavia si può dire che questo dolce, declinato in varie forme e gusti (a volte davvero improbabili!), non conosca stagioni perché ormai viene consumato tutto l’anno, anche se con un picco durante i mesi più caldi.

Ma chi ha inventato il gelato?

Da alcuni l’invenzione del gelato viene fatta risalire addirittura ad un episodio biblico in cui Isacco, offrendo ad Abramo latte di capra misto a neve, avrebbe inventato il primo gelato della storia. Secondo altri, invece, viene fatta risalire agli antichi Romani che nei loro sontuosi banchetti offrivano le nivatae potiones, veri e propri dessert freddi. In realtà si trattava di sorbetti: passati di frutta impastati con la neve che venivano letteralmente “ingoiati” dai commensali. La parola sorbetto, infatti, deriva dal verbo latino sorbere che significa, appunto, “ingoiare”. D’altra parte il sorbetto non necessita di masticazione.

In Sicilia, ai tempi della dominazione araba, si iniziò a sorseggiare una bibita a base di frutta e zucchero di canna, conservata in recipienti circondati da neve o ghiaccio tritato. La granita e il sorbetto si vennero preparati mescolando la neve dell’Etna con sciroppi e succhi di frutta. Fin dal Medioevo sulla cima del vulcano, ma anche sui Nebrodi e sui Monti Peloritani, lavoravano i “nivaroli”, una sorta di lavoratori stagionali con il compito di raccogliere la neve che poi depositavano nei “nivieri”, costruiti in corrispondenza di grotte naturali o artificiali. La neve così conservata veniva poi trasportata, d’estate, alle città della costa dove si preparavano i sorbetti.

Per assistere al trionfo di questo alimento bisogna però aspettare il Cinquecento. È Firenze a rivendicare l’invenzione del gelato moderno, grazie all’inventiva di un architetto, Bernardo Buontalenti (Firenze 1531 – 1608), che per primo nella ricetta del gelato inserisce ingredienti nuovi: latte, panna e uova.

Persona decisamente ingegnosa messer Buontalenti (un nome, un programma!) e anche pieno di titoli: architetto civile e militare, ingegnere idraulico e urbanista. Per le sue non comuni capacità fu assunto dai Medici e proprio da questi fu incaricato, in occasione dell’arrivo dell’ambasceria di Spagna, di organizzare un’accoglienza strabiliante, tale da “far rimanere come tanti babbei gli stranieri, e spagnoli per giunta”.
Nonostante il sorbetto fosse già stato utilizzato in precedenza, la vera novità del gelato prodotto da Buontalenti furono, come giù detto, gli ingredienti: latte, miele, tuorlo d’uovo e un tocco di vino. Inutile dire che l’invenzione ebbe un grandioso successo: al banchetto organizzato per gli Spagnoli venne servita una crema fredda di gran lunga migliore, per gusto e composizione, dei dolci gelati creati in passato.

Considerata la tradizione siciliana, cui ho già fatto riferimento, non stupisce il successo ottenuto da un gentiluomo palermitano, Giuseppe (altre fonti parlano di “Francesco”) Procopio dei Coltelli il quale, trasferitosi a Parigi alla corte del Re Sole, aprì il primo caffè-gelateria della storia, il tuttora famosissimo café Procope che si trova in rue de l’Ancienne Comédie. Si tratta del primo café letterario del mondo dove illustri francesi si recavano per discutere dei loro progetti bevendo un café e assaporando un sorbetto: La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Balzac, Hugo, Verlaine, Oscar Wilde e tanti altri.

Ma la storia moderna di questo goloso alimento comincia ufficialmente quando l’italiano Filippo Lenzi nel 1777 aprì la prima gelateria in America. Il gelato si diffuse a tal punto da portare ad una nuova invenzione: la sorbettiera a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young.

Aveva allora inizio la storia del gelato industriale. Si dice che il primo produttore su larga scala sia stato un lattaio di Baltimora, Jacob Frussel, che, per salvare una grossa partita di latte invenduto, lo trasformò in gelato. La sua creatività fu premiata: la città gli eresse addirittura un monumento.

Come fare un ottimo gelato in casa anche senza utilizzare la gelatiera?

Non è un’impresa impossibile. Bastano pochi ingredienti per preparare il gelato base (il tipico gusto vaniglia) e l’aggiunta di tutti gli altri ingredienti, a seconda che preferiate i gusti alle creme o alla frutta.

INGREDIENTI PER LA BASE ALLA VANIGLIA

– 500 gr di panna da montare + 2 cucchiai di zucchero a velo
– 400 gr di latte condensato freddo
– 1 bustina di vanillina (si possono aggiungere 2 cucchiai di Gran Marnier o altro liquore dolce)

PREPARAZIONE

In una ciotola abbastanza capiente mescolate il latte condensato freddo di frigo con la vanillina, aggiungendo eventualmente il liquore a scelta. Aggiungete la panna precedentemente montata a neve ferma, mescolando dal basso verso l’alto per non smontarla. Versate il composto ottenuto in una vaschetta da 30 cm X 10 cm (va bene anche uno stampo da plum cake), coprite con una pellicola e lasciate raffreddare il vostro gelato in freezer per almeno 5 – 6 h. Non è necessario fare altro perché il gelato manterrà una consistenza cremosa e non ha nemmeno bisogno di essere estratto dal freezer prima di essere servito (anzi, è meglio evitare perché potrebbe sciogliersi!).

A questa base potete aggiungere del cacao, noci o nocciole tritate, caffè, amaretti sbriciolati, cocco grattugiato, nutella, cioccolato alle nocciole (tipo bacio) e ogni altro ingrediente che si sposi con la versione alla crema.

Per il GELATO ALLA FRUTTA è meglio rivedere le dosi, ma la preparazione è invariata:

– 800 gr di frutta fresca di stagione a piacere pesata pulita a netto di scarti
– 500 ml di panna da montare zuccherata
– 170 ml di latte condensato
– 2 cucchiai di liquore alla frutta (anche limoncello se piace)

BUON GELATO A TUTTI!

[fonti: italianiaparigi, istitutodelgelato, buontalenti.it; per la ricetta del gelato ho fatto riferimento a questo sito. Immagine sotto il titolo da questo sito; immagine del café Procope da questo sito; immagine coppetta gelato da questo sito]

MEGHAN MARKLE, LA DUCHESSA SNOB: NIENTE COPERTINA DI VOGUE


Non sarà mai principessa e lo sa bene. Nelle vene della duchessa di Sussex, al secolo Meghan Markle, moglie del principe Harry, non scorre sangue blu e suo figlio Archie Harrison Mountbatten-Windsor è solo il settimo nella linea di successione al trono d’Inghilterra. Praticamente destinato a essere principe a vita, senza poter indossare la corona reale.

La duchessa Meghan, come tutti sanno, è un’ex attrice statunitense ma le sue origini in realtà sono afro-americane. Il suo sangue, in pratica, non solo non è blu ma è anche una specie di cocktail. Cosa che non è stata particolarmente apprezzata dalla famiglia reale ma tant’è, al cuor non si comanda e a quello di uno dei nipoti prediletti di Queen Elizabeth, Harry figlio del principe Carlo e della rimpianta Lady Diana, non si può di certo porre veti.

Donna di mondo, già divorziata, Meghan è una duchessa particolare, molto meno legata all’etichetta di Buckingham Palace, almeno rispetto alla cognata Kate Middleton, duchessa di Cambridge e moglie di William, fratello di Harry. Sarà per questo che ha accettato, sembra di buon grado, il ruolo di editor per un mese della prestigiosa rivista di moda Vogue. Una special guest in redazione, giusto il tempo di legare il suo nome al numero della rivista più importante dell’anno: quello di settembre.


Un ruolo che, a quanto pare, non ha precedenti: è la prima volta nei 103 anni di storia di Vogue in Inghilterra che la rivista cede il timone, seppur a tempo determinato, a un’ospite. Di ciò Meghan è certamente fiera anche se ha subito declinato l’offerta di comparire sulla copertina di settembre dell’importante rivista. “Sarebbe troppo vanitoso”, con queste parole si sarebbe giustificata. Molto meglio lasciare lo spazio non a una ma a ben quindici donne che, come si legge in una nota dell’account Sussex Royal, «alzano l’asticella per l’uguaglianza, la gentilezza, la giustizia, l’apertura mentale. Il sedicesimo spazio è uno specchio, inserito perché quando avrete il numero in mano, possiamo vedere voi stesse come parte del collettivo.».

Molto modesta, non c’è che dire. Tuttavia questo atteggiamento a me appare decisamente snob e la modestia non del tutto sincera.


Non dimentichiamo che la celebre cognata della Markle, Kate Middleton, è già comparsa come cover girl per Vogue in occasione del centenario di fondazione della rivista, quindi non su un numero qualsiasi.

Nemmeno la mancata suocera di Meghan, la principessa del Galles Diana Spencer, di nobiltà ben più antica degli stessi eredi della regina Elisabetta, disdegnò di comparire sulla copertina di Vogue. Non una volta ma ben quattro. La prima la ritrae nel giorno del suo matrimonio e uscì nell’agosto del 1981. L’ultima cover risale invece alla sua morte e fu pubblicata nel numero di ottobre del 1997. A parte la pubblicazione postuma, possiamo dire che con il suo consenso fu immortalata per ben tre copertine.


Ora io mi chiedo per quale motivo reale (nel senso di vero… mi si perdoni il gioco di parole!) Meghan abbia rinunciato ad essere cover girl per un giorno. “Troppo vanitoso”? Ma andiamo…

A me questo atteggiamento appare invece un po’ choosy nonché snob. A meno che la ragione non sia un’altra.

Da settimane, infatti, si rincorrono voci secondo le quali la duchessa di Sussex, leggermente appesantita dalla recente gravidanza, sia oggetto del cosiddetto body shaming. Si tratta di un vero e proprio esempio di cyberbullismo: con la diffusione sui social di fotografie che ritraggono gente più o meno comune, si assiste ad un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di chi non ostenta un fisico perfetto. Non stupiamoci che alcune persone appartenenti al mondo dello spettacolo e non solo, godendo di una certa fama, attirino le critiche degli hater. Cito un esempio abbastanza eclatante di cui ho parlato in un altro post: quello di Vanessa Incontrada che negli anni ha messo su qualche chiletto senza tuttavia perdere il suo fascino e la simpatia. Ma queste virtù per gli hater sono perlopiù trascurabili.

Tornando alla moglie di Harry, non si può certo dire che sia bellissima né che abbia lo stile e la classe della celebre cognata Kate. Di certo non può essere paragonata alla principessa Diana, ma chi potrebbe mai esserlo?
Forse avrà pensato che, con quei chili in più, avrebbe sfigurato se messa a confronto con le splendide donne di Casa Windsor che l’hanno preceduta.

Intanto, per non rischiare un sovrappeso irrecuperabile, la duchessa ha dichiarato che lei ed Harry non avranno più di due figli.

Chissà, magari Meghan è sincera quando sostiene che apparire sulla copertina di Vogue sia troppo “vanitoso”. Ciò non toglie che, affermando ciò, è come se considerasse troppo vanitose Kate e Diana.

[immagine sotto al titolo da questo sito; le cover di Vogue sono tutte tratte dal sito di IoDonna che è anche la fonte principale della notizia]

DRESS CODE IN TRIBUNALE? I CASI DI TRIESTE E CAROLA RACKETE


I cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno innalzato le temperature, non solo durante la stagione estiva ma anche in primavera come è successo quest’anno. A farne le spese soprattutto sono coloro che, presentandosi sul luogo di lavoro, hanno degli obblighi riguardo all’abbigliamento cui non si possono sottrarre. Tuttavia, in questi casi l’aria condizionata aiuta molto, anche se non è un privilegio di tutti.

Fatta questa premessa, arriviamo al punto.

Ci sono situazioni in cui, a mio parere, deve prevalere il buonsenso, al di là di qualsiasi dress code esplicito o meno. Infatti, nella maggior parte dei casi non esistono regole scritte ma ci si affida appunto al buonsenso.

Vediamo due casi che hanno fatto molto chiacchierare l’opinione pubblica, credo più per noia che per un reale interesse riguardo a certi fatti di cronaca.

Qualche giorno fa, in occasione di un’udienza per una causa di divorzio, un uomo si è presentato davanti al presidente della Sezione civile del Tribunale di Trieste, Arturo Picciotto, indossando bermuda e infradito. Ora, chi conosce l’ubicazione del capoluogo giuliano sa che si tratta di una città di mare con molte spiagge vicinissime al centro. Probabilmente quell’uomo aveva pensato di passare una giornata al mare subito dopo l’udienza in tribunale. Ma non ha fatto i conti con il rigore del giudice che, dopo aver parlato con gli avvocati ed essersi sincerato che il difensore dell’uomo lo aveva invitato a indossare un abbigliamento consono, ha rispedito a casa l’individuo con la raccomandazione di ripresentarsi da lì a poco con addosso abiti adeguati.

Al giornalista de Il Piccolo il giudice Picciotto ha spiegato: «Anche se non c’è una casistica specifica su ciò che si può o non si può indossare, è il Codice di procedura ad attribuire al giudice il compito di garantire il rispetto del decoro durante l’udienza pubblica», proseguendo con queste parole: «L’apparenza è sostanza. È un modo per riconoscere il valore dell’istituzione e l’importanza della funzione che stiamo svolgendo nel nome del popolo italiano». [l’articolo del quotidiano triestino non è leggibile dai non abbonati, quindi rimando alla lettura del pezzo pubblicato da Repubblica LINK; dallo stesso sito è tratta l’immagine]


L’altro caso che ha fatto discutere qualche tempo fa e che in queste ore ha riportato la protagonista sotto i riflettori, è quello di Carola Rackete. Il comandante della Sea Watch, protagonista di un fatto di cronaca arcinoto – su cui non voglio soffermarmi né prendere posizione – è stata criticata aspramente quando, più o meno un mese fa, si era presentata in Procura con una maglietta che lasciava indovinare l’assenza del reggiseno.

Carola è una ragazza di 30 anni, sicuramente al di sopra degli schemi anche in fatto di abbigliamento e acconciatura caratterizzata, quest’ultima, dalla presenza dei dreads, capelli annodati in lunghe trecce spettinate portate in auge anche in occidente dal movimento Rasta negli anni Ottanta. Che sia anche comandante di una nave “non convenzionale”, quindi non obbligata a indossare uniformi e cappelli, secondo me rimane un dettaglio trascurabile. Mi spiego: se nello svolgimento della sua funzione non ha alcun obbligo in fatto di abbigliamento, il rispetto del dress code dovrebbe essere scontato in altre situazioni.

Il problema, secondo me, è che fin dagli anni Settanta, con l’avvento del femminismo, il fatto di non indossare l’indumento intimo femminile (che poi tanto inutile non è visto che evita il rilassamento del seno anzitempo) è stato individuato come segno di protesta. Le donne, in poche parole, rifiutando il reggiseno, proclamavano la liberà da inutili fardelli. In pratica: l’utero è mio e me lo gestisco io e le tette sono mie, pazienza se cadono.

Non stupisce, quindi, che per solidarietà nel confronti del comandante Rackete sia stato proclamato, per sabato 27 luglio, il #Freenippleday. Fautrici dell’iniziativa che sembra destinata a estendersi al di fuori dei confini nazionali, sono due ragazze di Torino. Nicoletta Nobile e Giulia Trivero hanno tenuto a precisare che la protesta è estesa a entrambi i sessi: «Sì, cari uomini, in quel giorno anche voi potrete sentirvi liberi di non indossare quello stretto e scomodo strumento e tuttavia potervi esprimere senza essere giudicati. Rivendichiamo la necessità di un dibattito fondato su argomenti concreti e contestualmente denunciamo l’ennesimo atto di prevaricazione sul corpo femminile».

In sintesi: Carola Rackete è stata bersagliata dalle critiche in quanto donna, è stata oggetto di discriminazione perché giudicata per il suo corpo femminile e privata, almeno in teoria, della libertà di esibire il suo seno decisamente poco prosperoso sotto la maglietta.

Al di là della questione politica su cui, come già detto, non voglio esprimermi, ciò che a mio avviso è stato trascurato è il fatto che, presentandosi davanti a un giudice con un abbigliamento non consono all’ambiente, ha semplicemente trasgredito a una regola forse non scritta ma affidata al buonsenso.

Come osserva il magistrato triestino, l’apparenza è sostanza. In altre parole, in tribunale non vale il detto “l’abito non fa il monaco”.

[LINK all’articolo su Racket; immagine da questo sito]

SCATTI RUBATI IN SPIAGGIA PER DERIDERE SUI SOCIAL: L’INSANA MODA DI QUEST’ESTATE


L’inizio di quest’estate è stato caratterizzato da un’insana, quanto inspiegabile ai più, moda diffusa sui social: fotografare donne (perché non i maschi?) con qualche imperfezione fisica, naturalmente a loro insaputa, per deriderle on line.

Si tratta perlopiù di signore o signorine un po’ sovrappeso, con la cellulite, che mostrano il proprio fisico imperfetto (ma la perfezione esiste?) in bikini con la massima noncuranza. Almeno così sembra.

In realtà, chi può dire che ci sia, da parte di queste donne, la massima disinvoltura nell’esibirsi sull’arenile o sotto l’ombrellone? Spesso, infatti, l’apparenza cela un’intima sofferenza che si cerca di nascondere, la rassegnazione a mostrarsi senza coprirsi per il semplice fatto che è un diritto di tutti poter andare in spiaggia e abbronzarsi, senza morir di caldo con camuffamenti vari.

Parallelamente a questo vero e proprio cyberbullismo, su Twitter un tale – a me sconosciuto – ha diffuso una specie di “decalogo” in cui consiglia l’abbigliamento adatto alle over 29. Secondo questo tizio, infatti, dopo i 29 anni (ventinove, ma vi rendete conto?), il fisico femminile è soggetto al decadimento quindi è assolutamente vietato esibire in pubblico un fisico non perfetto. Per l’esattezza, l’individuo avrebbe definito “scadute” le ragazze con più di 29 anni. 😦

Questi due fatti, secondo me, devono far riflettere.

Il “decadimento fisico” è del tutto naturale. L’invecchiamento inizia, effettivamente, dopo i 20 anni. Ci sono donne di 50 o 60 anni che ne dimostrano molti meno, si curano, vanno in palestra, talvolta ricorrono a qualche ritocchino (non sto parlando, ovviamente, di chi si sottopone a veri e propri interventi di chirurgia estetica), in poche parole non vogliono invecchiare male. Perché si invecchia, inutile negarlo. Si può, quindi, evitare o almeno ritardare il “decadimento” ma questa è una scelta personale su cui non si può né si deve discutere.

Io ho iniziato a curare (sarebbe meglio dire “osteggiare”) la cellulite a 15 anni. Ci sono donne che non sanno cosa sia nemmeno a 80 anni e più. Mia madre, per esempio.

La mia vita è contrassegnata da lotte con la bilancia a cadenze più o meno regolari (ogni cinque-sei anni circa). Chiaramente sono andata in spiaggia sempre in bikini, con 10 kg in più o 10 in meno. Ho esternato noncuranza? Onestamente no. Mi sono sentita più a mio agio con il peso forma raggiunto che con i chili in eccesso. Ma questo è un fatto personale che non deve portare a giudizi gratuiti o, cosa ben peggiore, a derisioni ingiustificate da parte di gente che nemmeno mi conosce. Il solo fatto che qualcuno possa “rubare” degli scatti per prendermi in giro a mia insaputa mi fa orrore. E pena. Sì, credo che certa gente sia proprio penosa.

C’è senz’altro qualcuna che avrebbe bisogno di un nutrizionista (per salvaguardare la salute non certo per motivi estetici!), ma chi si dovrebbe arrogare il diritto di farglielo notare? Se il sovrappeso o l’obesità non è un problema per l’interessata, perché mai dare consigli non richiesti?
Questo discorso vale, naturalmente, anche per i maschi.

Sorrido pensando all’ultima visita, due anni fa, dall’angiologo. Una persona squisitamente gentile che ha messo a tacere tutti i miei dubbi su alcune vene varicose (o almeno a me sembravano tali) e che, di fronte alla mia esternazione ingenua “Certo, anche il peso ha la sua responsabilità, dovrei dimagrire almeno una decina di chili…”, ha replicato: “Ma signora, non si faccia problemi! Sa come mi apostrofano i miei colleghi medici? “Ciccione!“. E si fece una bella risata.
Solo allora mi resi conto della mia scarsa delicatezza nel parlare di “peso” davanti a un omone di almeno 120 kg.

La grassezza a volte è una questione mentale. La dieta dimagrante, infatti, deve partire da una forte motivazione. A nulla vale il non vedersi come si vorrebbe, ad avere razionalmente ben presente quanto si vorrebbe indossare meglio un vestito o quanto a proprio agio si starebbe senza avere il fiatone per un semplice passo accelerato. Ciò non toglie che per nessun motivo al mondo si debba essere giudicati per il peso o altre imperfezioni fisiche.

Un po’ di tempo fa ho letto un bell’articolo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna pubblicato su “La7”, settimanale del Corriere della Sera. Ne consiglio la lettura per comprendere come dietro a ogni “grassezza”, o anche eccessiva magrezza, si nascondono motivazioni che nessuno, se non i diretti interessati, può davvero conoscere. Giudicare è sempre sbagliato, giudicare senza sapere è semplicemente un’idiozia. Il rispetto per le persone e per la loro unicità (perché questa è la caratteristica di ogni individuo) è un diritto inalienabile.

Riporto alcuni passaggi tratti dalla parte finale dell’articolo di Costanza (se volete leggerlo tutto questo è il LINK):

«Questo è il MIO corpo. Non me ne vergogno in alcun modo. Non devo giustificarlo. Anzi, sapete che c’è? Mi piace tutto del mio corpo». Ho detto, «Wow, chi è questa donna? Si ama davvero o è solo un atteggio?». Ed è stato quello il momento. Il momento in cui ho capito che non siamo noi, grassi, brutti, diversi, a dover cambiare o nasconderci per non essere bullizzati e irrisi, siete voi che non dovete bullizzare e irridere. Ho ingoiato insulti per tre anni, non ce la faccio più. Ho deciso d’imparare a piacermi. […] Sono una donna grassa e merito rispetto. Merito di essere accettata. Adesso.»

Io forse non avrei usato il termine “accettata”. Perché l’accettazione di sé deve prima di tutto partire da noi e non per questo essere approvata e condivisa.
Mi piace molto, invece, il fatto che la giornalista e scrittrice abbia ammesso: «Ho deciso d’imparare a piacermi». Aggiungo che piacersi significa volersi bene e questo è ciò che conta di più per vivere felicemente l’essere sé stessi.

P.S. AVVERTIMENTO AGLI IDIOTI DEL WEB:

Anche quest’estate andrò in spiaggia in bikini (nonostante i 29 anni li abbia superati da un bel po’…), mi coprirò con il pareo solo per sedermi al bar (per una questione di igiene e una elementare forma di educazione) e non mi vergognerò del mio fisico anche se ho ancora qualche chiletto da smaltire, la cellulite e qualche ruga in più causata dal dimagrimento veloce degli ultimi mesi (non sono tonica e non amo la palestra, che ci posso fare?).
Volete rubare qualche scatto e deridermi sui social? Vi avverto che rischiate, anche se vi nascondete dietro ai nickname (oltre all’intelligenza vi manca il coraggio). LEGGETE QUA.

Io sono stata giovane e bella, voi probabilmente intelligenti mai.

[nell’immagine la modella curvy Ashley Graham da questo sito]

RITORNA L’ESTATE


A dire il vero, l’estate è tornata da un bel po’, con qualche anticipo in primavera. Una stagione che quest’anno a volte poteva sembrare davvero estate, altre decisamente autunno (che maggio orribile!).

Con un po’ di ritardo rispetto al solstizio che ha inaugurato la nuova stagione, rieccomi qui.

Come canta Edoardo Bennato:

Ritorna l’estate meno male non c’era più legna da bruciare

non c’era più voglia di restare rinchiusi in casa a studiare

la scuola è finita e così è festa anche di Lunedì.

A dirla tutta, il caminetto non l’ho mai avuto (anche se mi piacerebbe) e il lunedì è la mia giornata libera. Durante il periodo scolastico, dunque, per me è sempre festa, o quasi. Non si contano, infatti, i lunedì pomeriggio passati a scuola (pare impossibile ma è la giornata preferita per fissare riunioni varie) ma questo è il lavoro che mi sono scelta, che riesce ancora ad appassionarmi, che mi dà molte soddisfazioni (un 100 e lode e un 100 all’Esame di Stato per due miei studenti di quinta, solo per fare un esempio) anche se è un lavoro che, con il passare del tempo, è sempre più faticoso. Se aggiungiamo anche i problemi di famiglia (la scomparsa di mio papà all’inizio di maggio, dopo una lunga malattia), il periodo ormai trascorso è risultato davvero impegnativo e pesante.

Ma ora è bene pensare alle vacanze, anche se le mie iniziano solo a metà luglio. C’è tanta voglia di mare e di sole, almeno per me.

Cari lettori e amici, vi auguro una buona stagione (non a caso per i napoletani – mio papà lo era – l’estate è semplicemente “a’ staggione”) e, se volete passare un po’ di tempo “sotto il mio ombrellone”, una buona lettura!

VACANZE IN CROAZIA: ABBAZIA (OPATIJA)


L’estate ormai è agli sgoccioli ma, come capita da qualche anno, il sole, il caldo e le belle giornate caratterizzano questo settembre che ci illude che l’autunno sia ancora molto lontano. Il post è dedicato a chi può concedersi una vacanza in questo periodo godendo di molti vantaggi, soprattutto economici, che compensano l’accorciarsi delle giornate. Ma perlomeno non si muore dal caldo.

La mia regione, il Friuli – Venezia Giulia, è abbastanza vicina alla Croazia, specialmente alla penisola dell’Istria, e per questo da un paio d’anni con mio marito ci concediamo una breve vacanza sullo splendido litorale croato. Una vera e propria perla della riviera adriatica detta Quarnero, al confine tra l’Istria e la Dalmazia (entrambe regioni che politicamente appartengono alla Croazia, un tempo facente parte della Jugoslavia), è Abbazia.

La città, chiamata Opatija in croato, sorge ai piedi del Monte Ucka o Monte Maggiore e dista 70km da Trieste. Situata sulla costa orientale dell’Istria, è un vivace centro turistico balneare caratterizzato da ben 12 km di costa (la Riviera di Opatija) che parte da Volosca, sobborgo portuale medioevale della città, fino all’antica cittadina romana di Laurana (Lovran).
Abbazia è ricca di strutture alberghiere e appartamenti per l’ospitalità dei turisti che ogni anno la scelgono numerosi per le sue acque azzurre e trasparenti ma anche per le numerose attrattive che offre in ogni stagione: infatti la città è animata tutto l’anno, grazie anche al suo clima mite, da spettacoli teatrali e folkloristici, concerti, opere, mostre, ed è dotata di ottime e numerose strutture sportive e ricreative, ristoranti di pesce, bar e caffè.
Opatija è a 13 km da Fiume (Rijeka) dove si trova un aeroporto ed è facilmente raggiungibile dalla maggior parte delle città del centro Europa: dista infatti solo 500km da Milano, Vienna e Monaco.

Il nome della città deriva dall’antica abbazia benedettina di San Giacomo della Preluca nominata per la prima volta nel 1453. Ciò che resta oggi è una chiesetta attorno alla quale si forma il primo piccolissimo centro abitato, che conta solo 250 anime e che per qualche secolo viene identificato con il nome dell’abbazia.

Abbazia ha una lunghissima tradizione turistica che risale all’Ottocento.

Nel 1844 il patrizio fiumano Iginio Scarpa fa costruire, in onore della defunta moglie, Villa Angiolina nella quale ospita numerosi amici e anche personalità illustri come la consorte dell’imperatore Ferdinando I, Maria Anna. La città inizia ad animarsi e vengono edificate altre ville di gran pregio, per la maggior parte oggi trasformate in hotel. L’attrattiva turistica della città croata suscita l’interesse della viennese Società delle Ferrovie del Sud che, nel 1882, acquisì Villa Angiolina dal conte Chorinsky. Nel 1884, dopo solo 10 mesi dall’inizio delle costruzioni, le Ferrovie del Sud inaugurano l’hotel Quarnero, il primo albergo sulla costa orientale del mare Adriatico. Inizia così un grande sviluppo della città che ha portato Abbazia a diventare un centro mondano e di primaria importanza turistica nei secoli XIX e XX.
La città nel 1920 passò all’Italia, inizialmente assegnata alla provincia di Pola, e dopo l’annessione di Fiume all’Italia nel 1924 a quella di Fiume. Nel 1947, in base al trattato di Parigi, la sovranità passò alla Jugoslavia per entrare a far parte della Repubblica di Croazia nel 1991, in seguito alla disgregazione della Repubblica di Jugoslavia.

Tra le attrattive di Abbazia ci sono i giardini pubblici ben tenuti e curati, tra cui il parco di villa Angiolina, il Lungomare, costituito da 12km di passeggiata costiera ben illuminati di notte, in cui si stendono le numerose spiagge, perlopiù caratterizzate da scogli e cemento, alcune delle quali riservate ai numerosi hotel che si trovano sulla costiera.
Oltre alle spiagge, la città offre 11 piscine coperte, centri wellness, casinò, discoteche e un teatro estivo all’aperto con 2000 posti.

Di Abbazia mi hanno colpito fin da subito le splendide ville dal sapore austroungarico, ben tenute e per la maggior parte oggi destinate all’ospitalità. Il lungomare che comprende la spiaggia principale della città, chiamata Slatina, è lo scenario ideale per alcuni hotel di pregio (il Milenij, il Savoy e il Mozart, per citarne alcuni) ed è caratterizzato dalla Passeggiata denominata Viale delle stelle (Walk of fame).
Il progetto del Viale delle stelle risale alla fine del 2005 ed è stato attuato dall’agenzia per le relazioni pubbliche “Apriori komunikacije” con lo scopo di premiare simbolicamente coloro i quali nel campo dello sport, della scienza, cultura e arte hanno contribuito alla promozione della Croazia nel mondo.


This photo of The Angiolina Park – Villa Angiolina is courtesy of TripAdvisor

Il parco di Villa Angiolina (edificio oggi dedicato alle esposizioni ed eventi culturali) costituisce un ottimo “rifugio” nelle ore più calde della giornata, se non si vuole passarle il spiaggia. All’entrata laterale del parco, vicino al porticciolo di Abbazia e all’ingresso del teatro estivo, spiccano dei murales che raffigurano importanti personaggi come lo scienziato Albert Einstein, la ballerina Isadora Duncan, lo scrittore James Joyce e… il nostro mitico Zucchero Sugar Fornaciari.

Vicino alla chiesetta di San Giacomo sul lungomare è possibile ammirare la romantica scultura di una ragazza in pietra che offre la mano a un gabbiano. Eretta nel 1956 e divenuta uno dei simboli di Abbazia, è opera del maestro Car. Lungo la passeggiata si trovano molte altre sculture dedicate a noti personaggi croati.

Chi decide di andare in vacanza ad Abbazia, può visitare lo splendido borgo medievale di Lovran (Laurana) che, molto ben tenuto, mantiene l’antico fascino. Dopo la gita, è possibile godersi il mare e il sole nella vicina spiaggia di Icici, dove ci sono alcuni tratti di sabbia, che è ben attrezzata (si possono noleggiare ombrelloni e lettini, come anche in altre spiagge della riviera) ed è dotata di ristoranti, caffè, bar ed empori.

Infine, considerata la vicinanza, consiglio una gita a Fiume. Per chi, come me, è cresciuto a Trieste non può evitare di trovare molte somiglianze tra le due città e di pensare, sospirando, “Un giorno tutto questo era nostro”.

[fonti: Wikipedia, croaziainfo.it, visitopatija.com, kvarner-touristik.com; immagine della ragazza con il gabbiano da questo sito. Le altre fotografie sono di mia proprietà. Per utilizzarle siete pregati di apporre il link del sito. Grazie]