LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “L’AMORE ADDOSSO” di SARA RATTARO

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, Splendi più che puoi cui viene assegnato il Premio Fenice Europa sezione “Malizia”.
Nel marzo 2017 è stato pubblicato il suo primo romanzo con la casa editrice Sperling&Kupfer, L’Amore Addosso, seguito da Uomini che restano che ha vinto il Premio Cimitile 2018.
Sara Rattaro è anche autrice di narrativa per ragazzi: il romanzo d’esordio è Il cacciatore di sogni pubblicato da Mondadori nel 2017.


IL ROMANZO
Nei corridoi di un ospedale si incrociano i destini e le storie di due uomini, Emanuele e Federico, che senza saperlo si “contendono” l’amore di una donna: Giulia. Quest’ultima è in compagnia di Federico, l’amante, quando l’uomo ha un malore e lei si vede costretta a chiamare i soccorsi facendo finta di non conoscerlo, di aver assistito per caso al malore di lui mentre si trovava a passeggiare su una spiaggia. In realtà i due amanti da qualche tempo avevano preso in affitto un appartamento al mare per potersi incontrare lontano da sguardi indiscreti. Ma tutto questo deve essere taciuto affinché un fatto accidentale e per nulla prevedibile non metta in luce la relazione clandestina, soprattutto agli occhi ignari della moglie di Federico, Flavia.

Ma c’è un altro fatto imprevedibile che costringe Giulia ad altre menzogne e nello stesso tempo a fare i conti con una realtà che a sua volta ignorava: il marito Emanuele si trova nello stesso ospedale, vittima di un incidente d’auto, avvenuto poco prima mentre l’uomo si trovava assieme a una giovane donna. Non è difficile per Giulia capire che l’intrusa non è altro che una biondina in compagnia della quale più volte aveva visto il marito. Sicuramente la sua amante ma chi era lei per giudicare, dal momento che da tempo viveva una storia d’amore extraconiugale con l’unico uomo che avesse mai amato davvero nella sua vita?

I due uomini si trovano in due diversi piani del nosocomio. Giulia, vestendo i panni di moglie devota e preoccupata per quanto accaduto, si trova al capezzale del marito anche se vorrebbe essere in un’altra stanza:

In stanza mi sono seduta sulla poltrona vicino al letto di Emanuele. Lui si muoveva appena e mormorava qualcosa come se stesse sognando, poi mi ha chiamata: «Giulia».
Mi sono alzata.
«Sono qui», ho risposto […] Ho accarezzato la sua mano e ho guardato il soffitto.
Mi dispiace, Emanuele, ma io vorrei essere al piano di sopra.
Poi mi sono seduta e ho aspettato che tutte le luci si spegnessero. Ora potevo pensare a lui, al nostro amore e a quello che sarebbe accaduto se lui non si fosse sentito male. Mi sono concessa un pianto. Silenzioso e discreto. Un pianto da donna sposata. (pp. 24-25 dell’edizione Pickwick)

Sfogliando le pagine del romanzo, attraverso dei flashback, veniamo a conoscenza di molti particolari della vita dei protagonisti, specialmente relativi a Giulia e alla sua famiglia. La presenza ingombrante della madre, una donna incapace di esprimere sentimenti, sempre attenta alla forma più che alla sostanza, capace di avere tutto sotto controllo senza concedere a nessuno dei familiari il potere di decidere. Il fatto più doloroso per Giulia, che ancora pesa sul suo cuore e le impedisce di essere realmente felice pur conducendo una vita quasi perfetta, è stata una scelta che sua madre le impose quando aveva soltanto 16 anni. L’incontro con Emanuele, qualche anno dopo, costituì per Giulia una boccata d’aria. Circostanza particolarmente fortunata fu il fatto che quell’uomo piacesse anche alla madre. Nulla faceva presagire che prima o poi la donna sarebbe scivolata tra le braccia di un altro e che quell’amore le avrebbe riservato non solo tanta felicità ma anche sensi di colpa e dolore perché la felicità non è uno stato permanente. Arriva all’improvviso e si dissolve senza spiegazioni.

La storia di Giulia non è la solita storia di amanti e segreti, amori confessati o solo sussurrati, amori presunti e soltanto immaginati. L’amore addosso racconta soprattutto la difficoltà di sentirsi amati e di amare in modo incondizionato, totale. Giulia crede di amare Emanuele ma l’incontro con Federico la destabilizza, le fa conoscere un altro tipo di amore al di fuori delle convenzioni, un amore che si sente addosso ma che prima o poi si rivela trappola:

Perché l’amore, quando ti arriva addosso, è il migliore dei tranelli. Improvvisamente le parole non bastano più, ti rendi conto che difficilmente riuscirai a rendere vera l’immagine che hai dentro. L’amore è come la colpa, ti fa sentire sempre al centro dell’attenzione. E’ un problema senza soluzione, una canzone senza finale, un sonno che non ti lascia riposare. L’unica cosa certa è che, se è amore vero, quando cadi nella trappola te lo senti addosso. (pp. 194-195 dell’edizione citata)

Eppure la vita riserverà a Giulia, sempre in bilico tra felicità e dolore, una sorpresa finale: l’amore ritrovato con il marito Emanuele e, grazie a lui, un amore sognato e mai davvero conosciuto che travalica i confini fisici di un abbraccio non goduto per farsi storia ancora tutta da raccontare.

***

L’amore addosso è un buon romanzo, scritto bene e con una trama avvincente. Lo stile di Sara Rattaro è sempre convincente e non posso far altro che ripetere quanto già scritto nei post in cui parlavo di Niente è come te (che rimane il mio preferito) e Splendi più che puoi: i romanzi della scrittrice genovese sono focalizzati su storie familiari caratterizzate da dinamiche interpersonali complesse, difficoltà di comunicazione, conflitti, anche interiori, che animano i personaggi. La narrazione in prima persona (voce narrante è sempre Giulia a parte nelle ultimissime pagine in cui Rattaro dà voce a Emanuele, espediente riuscitissimo considerando l’evoluzione della storia), la presenza di flashback e brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo rappresentano il modus scribendi dell’autrice che a me personalmente piace molto. Anche la presenza del corsivo che in altri romanzi non avevo apprezzato, ne L’amore addosso non disturba anzi completa la narrazione ponendo l’accento su fatti e situazioni su cui anche i lettori sono portati a riflettere perché «Descrivere i nostri sentimenti, ecco una cosa difficile.» (pag. 149 dell’edizione citata)

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USA: 19ENNE CACCIATA DAL CENTRO COMMERCIALE PERCHÉ IN SHORT O PERCHÉ IL FISICO NON È PERFETTO?


Leggo sul Corriere.it che in Alabama una ragazza di 19 anni è stata allontanata da una boutique del centro commerciale Belleair Mall di Mobile perché i pantaloncini troppo corti e aderenti avrebbero attirato l’attenzione dei clienti turbandoli. Dopo essere stata cacciata, Gabrielle Gibson si sente umiliata e posta sul suo profilo social il selfie che la ritrae con l’abbigliamento incriminato (vedi foto sotto il titolo, tratta dal medesimo link del Corriere.it). Il risultato? Il post è rimbalzato su moltissimi tabloid anglosassoni, dal Mirror al Sun, diventando una notizia, soprattutto perché la giovane Gabrielle ha dato una personale interpretazione a quanto successo.

La ragazza, infatti, crede che siano state le sue forme rotonde contenute a stento nei pantaloncini di jeans, piuttosto che l’outfit scelto in una caldissima giornata estiva, a suscitare l’imbarazzo e la reazione del personale che Gabrielle definisce “bigotta”. Tant’è che lo stesso giornalista del Corriere.it, Giuseppe Gaetano, conclude l’articolo con questo quesito: «vigilantes e direttore avrebbero reagito con lo stesso zelo se, invece della povera Gabrielle, si fosse presentata alla cassa Naomi Campbell in calzoncini strappati e maglietta sopra l’ombelico?».

Non è difficile credere che la maggior parte degli utenti del web abbia dato ragione a Gabrielle. La giornata era caldissima quindi è giusto alleggerire l’abbigliamento tanto più che stiamo parlando di una 19enne che dovrebbe aver il diritto di vestirsi come preferisce senza dover dar conto a nessuno. Altro discorso, infatti, si potrebbe fare per una donna in età che, caldo o non caldo, non dovrebbe mai andare oltre a un certo limite di decenza. Pure nel caso di Naomi Campbell, splendida 48enne con un fisico da paura, un abbigliamento come quello di Gabrielle sarebbe comunque poco indicato.

Quale sia la verità non è dato sapere. Ma qualora avesse ragione la ragazza, è necessario riflettere sui modelli che il web ha portato avanti negli ultimi anni, almeno negli ultimi 10.

Come i corsi e ricorsi storici, la moda degli short ritorna almeno ogni vent’anni. In auge negli anni Settanta, furono lasciasti nel cassetto fino ai Novanta, rispolverati e così via per gli anni successivi, fino ai giorni nostri.

Scriveva Maria Teresa Veneziani, sempre sul Corriere, nel 2015 in un articolo intitolato Quegli shorts troppo corti che scandalizzano gli adulti:

Gli short sono tornati. Invadono città assolate, parchi e notti d’estate, massimo simbolo di violazione autorizzata dei canoni estetici e non solo. […] Il buon gusto è il solo limite, risponderebbero stilisti incontestabili. Ma la storia della moda è lì a dimostrare che il concetto di buon gusto cambia. […] E pazienza se il nuovo short in jeans troppo strizzato e stretto, agli occhi degli adulti rischia di alimentare esibizionismo e voyerismo.
Per le ragazze è semplicemente la divisa in cui si riconoscono. L’affronto agli adulti che un po’ le osservano severe. Una violazione autorizzata dalla moda da rendere pubblica e condividere sui social.

La mania dei selfie postati in rete dalle donne di spettacolo in lingerie o in ogni caso con abbigliamento provocante e succinto – siano esse attrici, modelle o fashion blogger – non costituisce un buon modello soprattutto per le ragazze giovani. Esibire un fisico perfetto, senza un filo di pancia, con il seno rifatto, il lato b allenato con ore di palestra (sempre che non ci sia anche lì lo zampino del chirurgo estetico…) può veicolare il messaggio secondo il quale solo la perfezione estetica rende la donna attraente e desiderabile.


Ma, come cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno all’inizio degli anni Novanta, oltre le gambe c’è di più (perdoniamo la svista sintattica). E pazienza se anche le due cantanti si esibivano in abiti succinti e se proprio negli anni Novanta ci fu un revival dei pantaloncini. Quel che conta non è necessariamente da esibire perché se è vero che oltre le gambe c’è di più è anche vero che una testa pensante spesso fa scappare gli uomini e non li attira come i pantaloncini o gli abiti succinti in generale. Poi, se c’è qualcuno che rimane e non si dà alla fuga, allora è il momento di dimostrarsi interessate e poco importa se c’è un po’ di cellulite sulle cosce e se il punto vita misura più di 60 centimetri.

[foto Jo Squillo e Sabrina Salerno da questo sito]

WANDA NARA: PENSAVO FOSSE UMANA (CON LA CELLULITE) E INVECE…

Che anche le star abbiano la cellulite non è una novità. Grasse o magre, più o meno tutte le donne ne sono affette. Ma c’è un limite sottile tra noi e loro: photoshop.

Non c’è nulla di male, intendiamoci, a ritoccare le fotografie che le star postano sui profili social, Instagram in testa. Però ci sono ritocchi svelati che mettono in luce tutt’altro che la maestria nell’utilizzare photoshop.

Mi vengono in mente due casi anche se l’utilizzo del software “mago del ritocco” non è imputabile alle stesse star.
Nel 2009 sulla copertina della rivista americana W campeggiava il fisico statuario di Demi Moore fasciato in un abito dorato. Peccato che in seguito si scoprì che, grazie a photoshop, era stato riutilizzato il corpo di una modella 26enne a cui era stato attaccato il bel faccino della non più giovanissima Demi.

Spostiamoci a casa nostra. Era il 2011 e lo spot di una nota marca di lingerie ebbe una testimonial d’eccezione: Isabella Ferrari. L’attrice, prossima alla cinquantina, sfilava seminuda, coperta solo da un brasiliano nero, in un’enorme camera da letto, raggiungeva il comò e davanti allo specchio indossava un reggiseno nero. Fin qui nulla di strano. Ma guardando bene il filmato, si notava che era sparito… l’ombelico.

Insomma, anche photoshop può essere un’arte a patto che lo si sappia usare.

Ma quando ci si rende conto che tante bellezze senza tempo hanno fatto ricorso, oltre che al chirurgo estetico, al programma di fotoritocco? Soprattutto se si confrontano le immagini postate sui social e quelle “rubate” mentre sono al mare, intente a prendere la tintarella oppure a fare una passeggiata sul bagnasciuga. Complice anche la luminosità tipica delle spiagge assolate, la cellulite onnipresente, che ogni tanto può anche passare inosservata, viene messa in risalto e non è così indispensabile che le gambe vengano riprese in primo piano. Il tanto odiato effetto buccia d’arancia c’è e si vede comunque.

Personalmente quando vedo le immagini delle star sulle copertine dei giornali, riprese impietosamente con pancette, seno non proprio da pin up e gambe e glutei a buccia d’arancia, ci godo. Sono contenta che, anche quando si hanno a disposizione molti soldi, la cellulite sia il nemico più implacabile che non si lascia sconfiggere facilmente. In altre parole, le imperfezioni fisiche rendono le donne dello spettacolo più umane.

Ma veniamo alla protagonista di questo post: Wanda Nara. Per chi non lo sapesse – personalmente ne sono a conoscenza da due giorni – la ragazza in questione è una ex modella di 31 anni famosa per essere la moglie del calciatore argentino Mario Icardi. La bella Wanda è famosa anche per essere una social addicted: non passa giorno che non posti su Instagram fotografie in pose provocanti, spesso in slip e reggiseno, mettendo in mostra forme da urlo che, nonostante la giovane età, non sono così scontate dopo aver avuto ben cinque figli in otto anni.

Certo, un fisico come quello della Nara ha bisogno di molto allenamento. Tuttavia, per sconfiggere la cellulite ci vuole ben altro.

Recentemente hanno fatto il giro del globo delle fotografie in cui Icardi e consorte sono ripresi mentre fanno il bagno nel mare piuttosto ondoso di una spiaggia sudamericana. Il fisico non proprio perfetto di Wanda ha scatenato i più impietosi commenti sui social. Abituati a vederla nelle fotografie postate su Instagram, i fan hanno subito puntato il dito su photoshop, utilizzato dalla bella Wanda per nascondere i diffettucci che più o meno tutte le donne hanno. Che c’è di male, in fondo, nel farsi vedere al naturale? Perché ostentare un fisico mozzafiato se, come tutte, anche lei ha la pancetta (dopo cinque gravidanze sarebbe un miracolo non averla!) e le cosce ben tornite e non proprio lisce?

Ma la Nara ha avuto anche degli ammiratori, in questa circostanza, non solo detrattori. Quindi ci si aspettava forse un’ammissione di colpa nell’aver fatto uso e abuso di photoshop per nascondere i segni delle gravidanze ravvicinate. E invece no.

La signora Icardi ha fatto una mossa che, secondo il mio parere, non è molto astuta: ha messo in giro la voce che gli stessi giornali argentini hanno ritoccato le fotografie riprese sulla spiaggia per farla apparire come non è, cioè piena di difetti.

Si è giustificata dicendo che le riviste, ritoccando le foto, hanno voluto danneggiarla. Anche se non nega di avere la cellulite: «Non mi preoccupa affatto la cellulite, ma quelle foto sono ritoccate: io so bene dove ho la cellulite e dove non ce l’ho». La pancia no, per carità: «Mi ha fatto ridere la pancia che mi hanno creato, neanche incinta ero in quelle condizioni. Con le mie possibilità economiche, non arriverei mai a stare così male come in quella foto. Esistono milioni di trattamenti per risolvere quel problema. Non ho complessi sul mio fisico.». Poi cerca pure di dare una lezione di vita affermando: «Alle mie figlie insegno che la bellezza esce fuori in altre cose, gli uomini non guardano la cellulite. Ci sono tanti trucchi e tante creme, ma dentro è difficile cambiare».

Personalmente queste giustificazioni mi appaiono piuttosto comiche. Non sono un’esperta di photoshop ma credo che, come si possono eliminare i difetti, con i ritocchini si potrebbero anche aggiungere. Mi sfugge il motivo: invidia? Credo che si possa invidiarla maggiormente per aver sposato il capitano dell’Inter il cui “stipendio” si aggira sui 5 milioni più vari “premi” in caso di gol segnati, partecipazione alla Champions… Insomma, non proprio bazzecole.

Con un tale patrimonio a disposizione la bella Nara ha ragione quando dice «con le mie possibilità economiche, non arriverei mai a stare così male come in quella foto. Esistono milioni di trattamenti per risolvere quel problema», però è anche vero che la cellulite è un osso duro e i trattamenti, anche se costosi, non hanno effetti magici e soprattutto non risolvono il problema per sempre.

Molto meglio un po’ di buccia d’arancia che essere affetti da manie di persecuzione pensando che siano i suoi stessi connazionali a volerla danneggiare. O no?

[LINK della fonte da cui è tratta anche l’immagine]

SIETE IN CERCA DI UN BEBÉ? NON TENTATE D’ESTATE… O FORSE SÌ


L’Italia è un Paese di vecchi. Negli ultimi 50 anni le nascite non sono solo calate drasticamente ma più che dimezzate: si è passati da una media di 2,4 figli per donna, a 1,3 e le mamme sono decisamente più vecchie, con un età media di circa 32 anni. Gli uomini, invece, diventano padri circa a 35 anni.

Spesso il desiderio di mettere su famiglia c’è ma o non viene realizzato per problematiche dovute perlopiù a motivi economici oppure si rimanda la nascita del primo figlio che è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere unico.

Il demografo Alessandro Rosina spiega che spesso ciò succede «perché i giovani sono sempre più costretti a spostare in avanti il percorso di raggiungimento dell’autonomia rispetto ai genitori, e l’età media di uscita da casa è ormai a 30 anni, mentre nel resto d’Europa si attesta sotto i 25. E una volta che si arriva a una certa autonomia, le possibilità sono due: o rinunci ad avere un figlio, o non vai oltre il primo. Non a caso, il numero medio di figli per donna da noi è di 1,34, tra i più bassi d’Europa, dove pure la fertilità resta comunque ai livelli minimi. Non si va oltre il primo figlio sia perché il primo si fa già molto tardi, e quindi poi sorgono le complicazioni legate all’età, sia per difficoltà economiche, legate all’assenza o alla precarietà del lavoro e all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia».

Tralasciando le questioni economiche che certamente mettono un freno, bisogna anche considerare che il cosiddetto orologio biologico è implacabile ma non, come si è portati a pensare, solo per le donne.

Si sa che il declino della fertilità femminile inizia dopo i 35 anni, anche se già al compimento dei 30 una donna ha superato il picco di fertilità che inizia praticamente alla comparsa delle prime mestruazioni (tra i 10 e i 14 anni). Per l’uomo, invece, si è sempre pensato che non ci fosse un limite (celebre è il caso di Charlie Chaplin che ha fatto figli fino a 73 anni) e anche ora ci sono padri-nonni, ultracinquantenni, che in modo molto disinvolto continuano a far figli anche dopo i 60 anni. Tuttavia uno studio recente dell’Università di Harvard rivela che l’età degli uomini ha, sulle chance di iniziare una gravidanza, un impatto più significativo di quanto si creda.

L’infertilità oggi non può essere considerata un problema esclusivamente femminile. Un tempo, invece, la capacità di procreare da parte dei maschi era fuori discussione. Orgoglio maschile.

Una biologa esperta in riproduzione, Laura Dodge, ha studiato i dati relativi a 19 mila cicli di fecondazione in vitro eseguiti a Boston e dintorni tra il 2000 e il 2014. Le donne sono state suddivise in 4 fasce di età: sotto i 30 anni, tra i 30 e i 35 anni, tra i 35 e i 40 anni e tra i 40 e i 42 anni. Per gli uomini si è fatto altrettanto, con una fascia extra per gli over 42. A questo punto si è cercato di capire come l’età di lui o di lei potesse influenzare il successo del trattamento. La studiosa ha, quindi, scoperto che per le donne con meno di 30 e un partner tra i 30 e i 35 anni, le probabilità di nascita viva dopo fecondazione in vitro sono state del 73%; ma se l’uomo aveva tra i 40 e i 42 anni, le chance scendevano al 46%.

Ma lasciamo da parte dati e statistiche e andiamo al topic. C’è un periodo dell’anno più favorevole per l’inizio di una gravidanza? Parrebbe di sì: la primavera.

Una ricerca condotta dall’Ospedale universitario di Zurigo, pubblicata sulla rivista Chronobiology International, ha rivelato che il liquido seminale ha le dimensioni e la forma più salutari per fertilizzare un ovocita nei mesi di marzo, aprile e maggio. Ma non basta: anche l’ora in cui si consuma un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione avrebbe la sua importanza. I ricercatori svizzeri hanno analizzato 12.245 campioni di sperma provenienti da 7.068 uomini, raccolti presso il laboratorio di andrologia del Dipartimento di Endocrinologia Riproduttiva dell’Ospedale, tra il 1994 e il 2015, scoprendo che quelli raccolti al mattino presto, prima delle 7 e 30, hanno mostrato i più alti livelli di concentrazione spermatica e conta di spermatozoi, oltre che una loro morfologia, cioè una forma, normale.

Ora, questa cosa mi ha fatto tornare in mente le mie peripezie per rimanere incinta. Avevo appena 26 anni e ci misi ben 10 mesi prima di realizzare il mio desiderio di maternità. Ciò dimostra che anche quando la donna è nel picco di fertilità per età anagrafica, non significa che una gravidanza arrivi al primo tentativo.

Benché i medici – ne consultai più d’uno – mi dicessero che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché “i figli non arrivano quando decidete voi”, io e mio marito ci sottoponemmo a una serie di analisi per escludere un’infertilità patologica. Trovai un ginecologo, una specie di angelo (che comunque si intascò molte centinaia di migliaia di lire… ad ogni esame e/o visita partiva un centone), che prese a cuore la mia situazione e per eliminare ogni dubbio mi consigliò di sottopormi al post-coital test o test di Hühner. Si tratta di un esame di laboratorio che consente di studiare le proprietà del muco cervicale nel periodo periovulatorio, e permette di apprezzare la mobilità degli spermatozoi del partner all’interno del muco stesso. Il medico mi spiegò che ci poteva essere anche una sorta di incompatibilità tra il mio muco e lo sperma di mio marito… lascio immaginare lo sconforto provato nel pensare che forse non avevo trovato proprio l’anima gemella. 😦

Ma perché la ricerca svizzera (riportata dall’Ansa) ha risvegliato vecchi ricordi? Ve lo spiego: il post-coital test era fissato verso mezzogiorno, nell’ambulatorio del mio ginecologo. La regola dice che per questo test il rapporto sessuale deve aver luogo nelle 6-12 ore precedenti la raccolta del muco… quindi per noi quel mattino di 31 anni fa la sveglia suonò alle 6. Quella ricerca ancora non era stata fatta ma posso assicurare due cose: mettersi la sveglia per fare l’amore non è proprio il massimo e poi quel mese non rimasi incinta, anche se il mio medico confermò che era tutto a posto e che non c’era motivo di preoccuparsi. «Vada in vacanza» – disse, rassicurandomi – «non ci pensi, si rilassi e vedrà che presto rimarrà incinta.». Detto fatto.


Il 31 agosto del 1987, nel giorno del mio secondo anniversario di matrimonio, scoprii di aspettare il mio primogenito Matteo.

Lo so che la mia esperienza non conta nulla di fronte alle ricerche scientifiche ma il mio intento, quando ho deciso di scrivere questo post, era quello di rassicurare chi desidera fortemente un bimbo che pare non abbia intenzione di arrivare. Potete fare l’amore a qualsiasi ora e stagione ma, come disse il mio ginecologo-angelo, “i figli non arrivano quando decidete voi”. E ciò vale, purtroppo, anche per tutte le gravidanze indesiderate che spesso finiscono con un’interruzione volontaria.

Il mio primogenito aveva solo 14 mesi quando scoprii di essere nuovamente incinta. Confesso che non piansi di gioia, come per il primo, ma nemmeno per un istante pensai di non volere quel figlio che non era proprio un campione di tempismo. Ricordo che quando mi recai dal ginecologo per metterlo al corrente del fatto e timidamente protestai perché ci avevo messo tanto per il primo mentre questo bimbo era stato concepito senza il minimo sospetto al 26° giorno del ciclo, il medico disse: “Be’, signora, una volta aperta la strada…”.

[fonti: focus.it; ivitalia.it; adnkronos.com; vanityfair,it; immagine 1 da questo sito; immagine 2 da questo sito; immagine 3 da questo sito; immagine 4 da questo sito]

LE GIACCHE DI MELANIA

In Europa noi abbiamo la cancelliera Angela Merkel, fan delle giacche. Ne sfoggia di ogni taglio e colore ma, purtroppo, in quanto a stile lascia un po’ a desiderare.

Oltreoceano c’è un’altra fan delle giacche che però non sfigura mai, nemmeno se ne indossa una in vendita da Zara al costo di 39 dollari.

Sto parlando, ovviamente, di Melanija Knavs, ex modella slovena naturalizzata americana, meglio nota come Melania Trump. Tanto detesto il marito Donald, Presidente degli USA, quanto adoro lei, il suo stile e la sua eleganza, la capacità di essere sempre a posto, educata e modesta, se vogliamo. Non deve essere facile quando ci si porta appresso un marito ingombrante come il suo. Ma tant’è, di sicuro ha fatto bene i conti quando l’ha sposato, anche se probabilmente non aveva idea che un giorno sarebbe diventata non una semplice first lady ma la first lady.


Il parka indossato nella recente visita a McAllen, sul confine tra Texas e Messico, al campo dei bambini che il marito aveva separato dai genitori emigranti si adattava perfettamente alla situazione. Non entro nel merito della questione (sappiamo tutti che se il Presidente Trump ha cambiato idea lo si deve alla moglie che si è immediatamente dissociata), mi limito solo a parlare della giacca che ha suscitato non poche polemiche per la scritta sulla schiena: “I really don’t care. Do U?”. Il marito si è affrettato a spiegare, tramite Twitter, che il disinteresse della moglie era rivolto alla fake news e non alla “questione migranti”.

Rimane il fatto che l’outfit di Melania era impeccabile pure indossando un capo da pochi dollari, pantaloni bianchi e sneakers della stessa tinta. Con l’abbronzatura, poi…

Certo non sempre Melania fa i suoi acquisti negli shop on line a buon mercato. Diciamo che gli stilisti fanno a gare per vestirla. Come dar loro torto?


Il 27 maggio 2017, in occasione del G7 che si è tenuto nella splendida Taormina, Melania Trump ha scelto di vestire italiano, indossando un’eccentrica giacca di Dolce & Gabbana. Si tratta di un capo molto appariscente (anche se non credo che intenzionalmente volesse oscurare le altre first lady presenti) con fiori in rilievo che, diciamolo, addosso a un’altra avrebbe potuto apparire un po’ kitsch, anche per la presenza sovrabbondante della pochette in pendant. Lei, però, era semplicemente divina.


Tutt’altro abbigliamento è stato scelto quando sono stati ospiti a casa sua il Presidente francese Macron e signora. Melania ha scelto un total white di Michael Kors Collection, rubando la scena, questa volta sì, a Brigitte Macron che tuttavia era molto elegante con addosso un capo di gran pregio firmato Louis Vuitton.
Oltre al discusso cappello, la particolarità della mise di Melania stava soprattutto nella giacca che accompagnava il tubino al ginocchio: il taglio asimmetrico con il cannoncino sul lato sinistro e la cintura alta che stringe la vita non è di certo un capo che ogni donna possa indossare con disinvoltura.


L’eleganza e la sensualità di Melania non vengono meno neppure quando la giacca, accompagnata dal pantalone a formare il tailleur, ha un taglio maschile.
In occasione del recente incontro alla Casa Bianca tra il Presidente Donald Trump e il primo ministro canadese Justin Trudeau, la first Lady americana ha indossato un tailleur grigio e gessato firmato Ralph Lauren. I pantaloni a palazzo con vita alta e lunghi oltre misura si accompagnavano alla giacca a un solo bottone, lasciata aperta e morbida. La camicia bianca abbottonata fino in gola era resa meno formale da una cravatta nera senza nodo. A dare un tocco di femminilità al look mascolino, le scarpe décolleté dal tacco altissimo che, però, erano coperte dai pantaloni.

Lo scorso settembre, durante un incontro con il principe Harry d’Inghilterra, Melania ha osato forse un po’ troppo, a mio parere, nell’indossare un tailleur più femminile ma che, forse a causa dei pantaloni troppo larghi e della giacca a doppio petto che non le cadeva a pennello e le allargava il giro vita, non mi è parso un look vincente. Il completo di Dior aveva una fantasia pied de poule che tendenzialmente ingrassa e non rende giustizia nemmeno a un fisico da mannequin come quello della signora Trump.

Molto più graziosa, secondo me, quando indossa la gonna (a meno che non si tratti di un abbigliamento casual come quello con il parka verde).
Certamente elegantissimo, ma non apprezzato da tutti, il completo azzurro indossato in occasione dell’insediamento del marito Donald un anno e mezzo fa. Anche questa volta il “mago” è lo stilista Ralph Lauren che forse si è ispirato al look anni Sessanta della First Lady più amata dai cittadini americani: Jacqueline Kennedy. La giacca molto corta copriva un abito semplicissimo a tubino, ma le maniche a tre quarti, impreziosite dai guanti lunghi in tinta, e il collo a scialle molto alto, hanno creato un capo elegante e raffinato. I capelli raccolti, che la signora Trump non ama molto, davano il tocco finale a un look azzeccato per l’occasione.

Ciò non toglie che Melania riesca ad essere speciale anche vestendo un semplice completo verde militare.
A pochi mesi dall’insediamento del marito alla Casa Bianca, durante la visita del Presidente argentino Mauricio Macri e consorte, l’ex modella ha scelto un completo stile militare, reso sexy dall’apertura di alcuni bottoni laterali della gonna stretta, opera dello stilista franco-americano Joseph Altuzarra. Anche questa giacca che accompagna il tubino è impeccabile: la vita stretta e le vezzose bordure presenti su entrambi i capi, rendono il completo meno militare e più elegante. Completano il tutto le décolleté bicolor, naturalmente dal tacco altissimo, firmate dallo spagnolo Manolo Blahnik.

Insomma, con la sua eleganza e con il suo guardaroba quale donna non vorrebbe essere al suo posto? Certamente non al fianco del marito Donald Trump. Ma questo è un dettaglio.

[IMMAGINI DA: Amica; Quotidiano.net; Amica; donna.fanpage; footwearnews.com; adnkronos.com]

E LA CHIAMANO ESTATE…


Eccoci qui di nuovo. Sono passate tre stagioni e con l’arrivo dell’estate questo blog si rianima. Spero naturalmente nel contributo di voi lettori perché si possa passare assieme una stagione in modo allegro e spensierato.

Come ogni anno dedico il post di riapertura alla stagione che inizia oggi e di solito lo faccio utilizzando una canzone. Questa volta ho scelto un vecchio successo di Bruno Martino che certamente non sarà sconosciuto ai lettori meno giovani. La scelta è stata condizionata dal ricordo, tornatomi in mente qualche giorno fa, dei tipici flirt estivi. E quale mai può essere lo scenario ideale per gli amori che nascono d’estate e durano poco più di un battito di ciglia? Il mare, naturalmente.

Pochi giorni fa, dicevo, ne ho ricordato uno.

Lui era biondo con gli occhi azzurri. Il tipo ideale per me (anche se poi ho sposato un moro con gli occhi castani 😦 ).

Il primo incontro avvenne poco dopo il mio arrivo a Lignano Sabbiadoro (in provincia di Udine), il primo agosto 1978. Era il cugino di un’amica di vecchia data e alloggiava, anche lui come me assieme alla sua famiglia, in una palazzina davanti al mio condominio.

La mia amica me lo presentò e fu il classico colpo di fulmine (e a me, credetemi, è l’unico che sia mai capitato). Ricordo che mentre tornavo a casa quel giorno pensavo che lui, in un modo o nell’altro, sarebbe stato “mio”.

Così fu. Passammo assieme poco meno di due settimane al mare. Mentre io mi sarei fermata un mese intero, la sua famiglia aveva preso in affitto un appartamento per solo due settimane.

Quando partì, mi sembrò che le mie vacanze fossero finite. Come canta Bruno Martino, E la chiamano estate… senza te. Non c’era nulla per cui valesse la pena rimanere, nonostante gli amici (una comitiva di più di 20 persone!), nonostante la mia passione per il mare, la possibilità di trascorrere ore ed ore sul bagnasciuga di giorno e il divertimento serale che era sempre assicurato.

So solo che ebbi fin dall’inizio la certezza che quella storia sarebbe continuata anche dopo. Così fu, sebbene vivessimo a 70 chilometri di distanza. Per due ragazzini significava prendere il treno la domenica, passare assieme poche ore e doversi lasciare fra le lacrime su un binario triste e solitario (per citare un altro pezzo “antico” cantato da Claudio Villa).

Non fu per sempre. Durò fino alla fine di gennaio. Passammo assieme il Capodanno 1979 e con l’inizio del nuovo anno speravo che quell’amore diventasse ancora più solido, che non finisse mai. Mi sbagliavo: mi lasciò preferendo una bionda più bionda di me, con gli occhi azzurri più azzurri dei miei. Mi crollò il mondo addosso. Piombai in una crisi profonda che credo di non aver mai più provato nella mia vita, almeno non per questioni d’amore.

Ci sarebbe anche un seguito a questa vicenda. Forse un giorno lo racconterò ma ora voglio lasciarvi con questa canzone meravigliosa, reinterpretata dalla grande Mina, ripensando alle parole della prima strofa:

E la chiamano estate
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te
il profumo del mare
non lo sento non c’e’ più
perché non torni qui
vicino a me

Naturalmente rimango in attesa che mi raccontiate i vostri amori vacanzieri. 😉

[immagine da questo sito]

QUEI CHILI DI TROPPO, DOBBIAMO PROPRIO NASCONDERLI? IL CASO DI MARIAH CAREY E DI ALTRE VIP


Il web ha certamente dei meriti, come la facilità delle comunicazioni a chilometri e chilometri distanza nonché la possibilità di essere informati su tutto in tempo reale. Anche i social network e i blog – ormai in decadenza, ahimè – hanno dei lati positivi, specialmente se utilizzati per passare il tempo e comunicare con gli altri vincendo, a volte, la solitudine.

Come in tutte le cose c’è, tuttavia, una misura che sarebbe meglio non oltrepassare. Ad esempio, molti pensano che postare foto sui social sia un fatto pressoché privato. Non lo è, nemmeno se si hanno pochi follower. A maggior ragione se le pagine in cui si scaricano immagini – Instagram in testa – sono quelle dei “soliti noti” a caccia di click. Succede, però, che se da una parte il numero degli accessi lievita fuori misura – e ciò può essere in un certo senso anche motivo di vanto – dall’altra questi vip corrono il rischio di essere insultati per i motivi più disparati. Per le donne, i chili di troppo sono uno dei motivi che possono portare a questo rischio. Poi dipende dallo spirito delle persone e dalla loro capacità di sorvolare con leggerezza, a dispetto del peso, sull’ignoranza delle persone. Perché è più che evidente che l’insulto facile è sintomo di mancanza di cultura oltreché di stile.

Uno dei casi che ha fatto maggiormente discutere nelle ultime settimane è quello di Mariah Carey. Lo scatto “incriminato”, tuttavia, non l’ha postato personalmente sui suoi profili ma è stato diffuso da fan delusi per la sua recente esibizione a Los Angeles. La cantante, decisamente appesantita, è apparsa sul palcoscenico piuttosto goffa nei balletti che accompagnavano le sue canzoni e questo è stato certamente il motivo numero uno della valanga di critiche che le sono piovute addosso.

Ora, con tutta la stima che posso nutrire per la Carey e pur esprimendo senza riserve la mia solidarietà, in qualche modo la ritengo responsabile di tutto il clamore che è nato attorno ai suoi chili di troppo. La mise, infatti, è del tutto inappropriata: un body sgambatissimo e semitrasparente non può che mettere in evidenza una silhouette decisamente over size. Avesse indossato una blusa morbida su una gonna leggera, magari in chiffon, con spacchi laterali la sua “reputazione” sarebbe stata salva. Insomma, se la figura è appesantita meglio non mettere in evidenza i chili in eccesso.

Altri casi, più o meno recenti, hanno esposto alla gogna, diciamo così, donne famose che forse badano meno alla pancia piatta e al vitino da vespa, restando fresche e solari, con un sorriso smagliante e anche un po’ di autoironia che serve a sdrammatizzare e a mettere a tacere le lingue biforcute.


Qualche tempo fa, l’attrice spagnola Vanessa Incontrada è stato oggetto di critiche infuocate, sempre a causa di una linea non perfetta, in occasione dei Wind Music Awards, trasmessi su Rai 1 in diretta dall’Arena di Verona. La bella Vanessa, di fronte agli insulti dei cosiddetti hater, non ha reagito. Ha però ringraziato quanti le hanno manifestato solidarietà, dimostrando di avere, oltre a uno charme decisamente gradevole, lo spirito giusto per affrontare chi non merita poi nemmeno troppa attenzione: l’indifferenza.

In quella occasione, in un tweet indirizzato @VaneIncontrada avevo scritto:

E che dire dei chili presi in gravidanza che si fatica così tanto a mandar giù? Oggetto di insulti per questo motivo è stata la politica Giorgia Meloni, da pochi mesi mamma della piccola Ginevra, immortalata, a sua insaputa, dall’attrice Asia Argento in un locale romano. Qualche rotolino sui fianchi ha scatenato un odio immotivato. Il tweet della Argento è irripetibile (QUI potete leggere un articolo sul “caso” che risale al febbraio scorso) e non c’è nulla che possa giustificare una tale acrimonia, neppure l’avversità politica.
Anche in questo caso la replica non si è fatta attendere anche se quella della Meloni non può essere decisamente definita indifferenza.

Ultimo caso che sta facendo discutere in queste ore è quello di Michelle Hunziker che ha postato sul profilo Instagram una foto di qualche anno fa, che la ritrae mentre allatta la piccola Sole, commentando: «Guardate la bella ciccetta che spunta dal mio pantalone non sapete quanto ne andavo fiera. Era il rimasuglio dei miei 14 chiletti ‘messi su’ orgogliosamente in gravidanza». Guardando la foto, tuttavia, della ciccetta non si vede nemmeno l’ombra e ha fatto bene Selvaggia Lucarelli a replicare sulla sua pagina Facebook: «Non definire “bella ciccetta” quell’impercettibile filo di carne. Quello strato di carne lì è quello che divide ogni donna dalle sue ossa».

Fatta questa riflessione, vado direttamente alla domanda posta nel titolo: quei chili di troppo, dobbiamo proprio nasconderli?

Io direi di no, a patto che ci sia un po’ di buon gusto nell’esibizione. L’abbigliamento di scena della Carey, come ho già detto, è assolutamente inappropriato. Per il resto, la moda curvy sta dimostrando che si può essere belle, affascinanti e appetibili (i maschi, in fondo, preferiscono un po’ di carne nei punti giusti…) anche con un po’ di ciccetta. Quella vera, però.

In ultimo, non dimenticare mai che tutto ciò che viene postato sui social e più in generale sul web, non è ad uso e consumo dei 25 lettori di manzoniana memoria ma è dato direttamente in pasto alla collettività globale che a volte non perdona.

[fonti per il testo e le immagini: 105net, panorama.it, dagospia.com, adnkronos.com]