DRESS CODE IN TRIBUNALE? I CASI DI TRIESTE E CAROLA RACKETE


I cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno innalzato le temperature, non solo durante la stagione estiva ma anche in primavera come è successo quest’anno. A farne le spese soprattutto sono coloro che, presentandosi sul luogo di lavoro, hanno degli obblighi riguardo all’abbigliamento cui non si possono sottrarre. Tuttavia, in questi casi l’aria condizionata aiuta molto, anche se non è un privilegio di tutti.

Fatta questa premessa, arriviamo al punto.

Ci sono situazioni in cui, a mio parere, deve prevalere il buonsenso, al di là di qualsiasi dress code esplicito o meno. Infatti, nella maggior parte dei casi non esistono regole scritte ma ci si affida appunto al buonsenso.

Vediamo due casi che hanno fatto molto chiacchierare l’opinione pubblica, credo più per noia che per un reale interesse riguardo a certi fatti di cronaca.

Qualche giorno fa, in occasione di un’udienza per una causa di divorzio, un uomo si è presentato davanti al presidente della Sezione civile del Tribunale di Trieste, Arturo Picciotto, indossando bermuda e infradito. Ora, chi conosce l’ubicazione del capoluogo giuliano sa che si tratta di una città di mare con molte spiagge vicinissime al centro. Probabilmente quell’uomo aveva pensato di passare una giornata al mare subito dopo l’udienza in tribunale. Ma non ha fatto i conti con il rigore del giudice che, dopo aver parlato con gli avvocati ed essersi sincerato che il difensore dell’uomo lo aveva invitato a indossare un abbigliamento consono, ha rispedito a casa l’individuo con la raccomandazione di ripresentarsi da lì a poco con addosso abiti adeguati.

Al giornalista de Il Piccolo il giudice Picciotto ha spiegato: «Anche se non c’è una casistica specifica su ciò che si può o non si può indossare, è il Codice di procedura ad attribuire al giudice il compito di garantire il rispetto del decoro durante l’udienza pubblica», proseguendo con queste parole: «L’apparenza è sostanza. È un modo per riconoscere il valore dell’istituzione e l’importanza della funzione che stiamo svolgendo nel nome del popolo italiano». [l’articolo del quotidiano triestino non è leggibile dai non abbonati, quindi rimando alla lettura del pezzo pubblicato da Repubblica LINK; dallo stesso sito è tratta l’immagine]


L’altro caso che ha fatto discutere qualche tempo fa e che in queste ore ha riportato la protagonista sotto i riflettori, è quello di Carola Rackete. Il comandante della Sea Watch, protagonista di un fatto di cronaca arcinoto – su cui non voglio soffermarmi né prendere posizione – è stata criticata aspramente quando, più o meno un mese fa, si era presentata in Procura con una maglietta che lasciava indovinare l’assenza del reggiseno.

Carola è una ragazza di 30 anni, sicuramente al di sopra degli schemi anche in fatto di abbigliamento e acconciatura caratterizzata, quest’ultima, dalla presenza dei dreads, capelli annodati in lunghe trecce spettinate portate in auge anche in occidente dal movimento Rasta negli anni Ottanta. Che sia anche comandante di una nave “non convenzionale”, quindi non obbligata a indossare uniformi e cappelli, secondo me rimane un dettaglio trascurabile. Mi spiego: se nello svolgimento della sua funzione non ha alcun obbligo in fatto di abbigliamento, il rispetto del dress code dovrebbe essere scontato in altre situazioni.

Il problema, secondo me, è che fin dagli anni Settanta, con l’avvento del femminismo, il fatto di non indossare l’indumento intimo femminile (che poi tanto inutile non è visto che evita il rilassamento del seno anzitempo) è stato individuato come segno di protesta. Le donne, in poche parole, rifiutando il reggiseno, proclamavano la liberà da inutili fardelli. In pratica: l’utero è mio e me lo gestisco io e le tette sono mie, pazienza se cadono.

Non stupisce, quindi, che per solidarietà nel confronti del comandante Rackete sia stato proclamato, per sabato 27 luglio, il #Freenippleday. Fautrici dell’iniziativa che sembra destinata a estendersi al di fuori dei confini nazionali, sono due ragazze di Torino. Nicoletta Nobile e Giulia Trivero hanno tenuto a precisare che la protesta è estesa a entrambi i sessi: «Sì, cari uomini, in quel giorno anche voi potrete sentirvi liberi di non indossare quello stretto e scomodo strumento e tuttavia potervi esprimere senza essere giudicati. Rivendichiamo la necessità di un dibattito fondato su argomenti concreti e contestualmente denunciamo l’ennesimo atto di prevaricazione sul corpo femminile».

In sintesi: Carola Rackete è stata bersagliata dalle critiche in quanto donna, è stata oggetto di discriminazione perché giudicata per il suo corpo femminile e privata, almeno in teoria, della libertà di esibire il suo seno decisamente poco prosperoso sotto la maglietta.

Al di là della questione politica su cui, come già detto, non voglio esprimermi, ciò che a mio avviso è stato trascurato è il fatto che, presentandosi davanti a un giudice con un abbigliamento non consono all’ambiente, ha semplicemente trasgredito a una regola forse non scritta ma affidata al buonsenso.

Come osserva il magistrato triestino, l’apparenza è sostanza. In altre parole, in tribunale non vale il detto “l’abito non fa il monaco”.

[LINK all’articolo su Racket; immagine da questo sito]

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LE GIACCHE DI MELANIA

In Europa noi abbiamo la cancelliera Angela Merkel, fan delle giacche. Ne sfoggia di ogni taglio e colore ma, purtroppo, in quanto a stile lascia un po’ a desiderare.

Oltreoceano c’è un’altra fan delle giacche che però non sfigura mai, nemmeno se ne indossa una in vendita da Zara al costo di 39 dollari.

Sto parlando, ovviamente, di Melanija Knavs, ex modella slovena naturalizzata americana, meglio nota come Melania Trump. Tanto detesto il marito Donald, Presidente degli USA, quanto adoro lei, il suo stile e la sua eleganza, la capacità di essere sempre a posto, educata e modesta, se vogliamo. Non deve essere facile quando ci si porta appresso un marito ingombrante come il suo. Ma tant’è, di sicuro ha fatto bene i conti quando l’ha sposato, anche se probabilmente non aveva idea che un giorno sarebbe diventata non una semplice first lady ma la first lady.


Il parka indossato nella recente visita a McAllen, sul confine tra Texas e Messico, al campo dei bambini che il marito aveva separato dai genitori emigranti si adattava perfettamente alla situazione. Non entro nel merito della questione (sappiamo tutti che se il Presidente Trump ha cambiato idea lo si deve alla moglie che si è immediatamente dissociata), mi limito solo a parlare della giacca che ha suscitato non poche polemiche per la scritta sulla schiena: “I really don’t care. Do U?”. Il marito si è affrettato a spiegare, tramite Twitter, che il disinteresse della moglie era rivolto alla fake news e non alla “questione migranti”.

Rimane il fatto che l’outfit di Melania era impeccabile pure indossando un capo da pochi dollari, pantaloni bianchi e sneakers della stessa tinta. Con l’abbronzatura, poi…

Certo non sempre Melania fa i suoi acquisti negli shop on line a buon mercato. Diciamo che gli stilisti fanno a gare per vestirla. Come dar loro torto?


Il 27 maggio 2017, in occasione del G7 che si è tenuto nella splendida Taormina, Melania Trump ha scelto di vestire italiano, indossando un’eccentrica giacca di Dolce & Gabbana. Si tratta di un capo molto appariscente (anche se non credo che intenzionalmente volesse oscurare le altre first lady presenti) con fiori in rilievo che, diciamolo, addosso a un’altra avrebbe potuto apparire un po’ kitsch, anche per la presenza sovrabbondante della pochette in pendant. Lei, però, era semplicemente divina.


Tutt’altro abbigliamento è stato scelto quando sono stati ospiti a casa sua il Presidente francese Macron e signora. Melania ha scelto un total white di Michael Kors Collection, rubando la scena, questa volta sì, a Brigitte Macron che tuttavia era molto elegante con addosso un capo di gran pregio firmato Louis Vuitton.
Oltre al discusso cappello, la particolarità della mise di Melania stava soprattutto nella giacca che accompagnava il tubino al ginocchio: il taglio asimmetrico con il cannoncino sul lato sinistro e la cintura alta che stringe la vita non è di certo un capo che ogni donna possa indossare con disinvoltura.


L’eleganza e la sensualità di Melania non vengono meno neppure quando la giacca, accompagnata dal pantalone a formare il tailleur, ha un taglio maschile.
In occasione del recente incontro alla Casa Bianca tra il Presidente Donald Trump e il primo ministro canadese Justin Trudeau, la first Lady americana ha indossato un tailleur grigio e gessato firmato Ralph Lauren. I pantaloni a palazzo con vita alta e lunghi oltre misura si accompagnavano alla giacca a un solo bottone, lasciata aperta e morbida. La camicia bianca abbottonata fino in gola era resa meno formale da una cravatta nera senza nodo. A dare un tocco di femminilità al look mascolino, le scarpe décolleté dal tacco altissimo che, però, erano coperte dai pantaloni.

Lo scorso settembre, durante un incontro con il principe Harry d’Inghilterra, Melania ha osato forse un po’ troppo, a mio parere, nell’indossare un tailleur più femminile ma che, forse a causa dei pantaloni troppo larghi e della giacca a doppio petto che non le cadeva a pennello e le allargava il giro vita, non mi è parso un look vincente. Il completo di Dior aveva una fantasia pied de poule che tendenzialmente ingrassa e non rende giustizia nemmeno a un fisico da mannequin come quello della signora Trump.

Molto più graziosa, secondo me, quando indossa la gonna (a meno che non si tratti di un abbigliamento casual come quello con il parka verde).
Certamente elegantissimo, ma non apprezzato da tutti, il completo azzurro indossato in occasione dell’insediamento del marito Donald un anno e mezzo fa. Anche questa volta il “mago” è lo stilista Ralph Lauren che forse si è ispirato al look anni Sessanta della First Lady più amata dai cittadini americani: Jacqueline Kennedy. La giacca molto corta copriva un abito semplicissimo a tubino, ma le maniche a tre quarti, impreziosite dai guanti lunghi in tinta, e il collo a scialle molto alto, hanno creato un capo elegante e raffinato. I capelli raccolti, che la signora Trump non ama molto, davano il tocco finale a un look azzeccato per l’occasione.

Ciò non toglie che Melania riesca ad essere speciale anche vestendo un semplice completo verde militare.
A pochi mesi dall’insediamento del marito alla Casa Bianca, durante la visita del Presidente argentino Mauricio Macri e consorte, l’ex modella ha scelto un completo stile militare, reso sexy dall’apertura di alcuni bottoni laterali della gonna stretta, opera dello stilista franco-americano Joseph Altuzarra. Anche questa giacca che accompagna il tubino è impeccabile: la vita stretta e le vezzose bordure presenti su entrambi i capi, rendono il completo meno militare e più elegante. Completano il tutto le décolleté bicolor, naturalmente dal tacco altissimo, firmate dallo spagnolo Manolo Blahnik.

Insomma, con la sua eleganza e con il suo guardaroba quale donna non vorrebbe essere al suo posto? Certamente non al fianco del marito Donald Trump. Ma questo è un dettaglio.

[IMMAGINI DA: Amica; Quotidiano.net; Amica; donna.fanpage; footwearnews.com; adnkronos.com]

MODA E SALUTE: ATTENZIONE AI CAPI E ACCESSORI CHE POSSONO FARCI STARE MALE

jeans stretti
Non può essere certo definita una “volpe” (per usare una metafora) la signora australiana che, qualche tempo fa, nell’aiutare un parente a traslocare, ha sviluppato una condizione denominata “sindrome compartimentale” a causa dei jeans troppo stretti.

Si tratta di una condizione (non si parla di vera e propria patologia) che impedisce i movimenti a causa della pressione provocata dal tessuto che impedisce la circolazione del sangue e provoca la tumefazione dei muscoli, con dolori e gonfiore. La signora non era in grado di camminare ed è stato necessario tagliare i jeans per liberarla dall’oppressione sugli arti inferiori che le ostacolava i movimenti.

Io credo che, dovendo affrontare dei lavori faticosi che, per di più, obbligano anche ad una postura forzata – in questo caso la donna ha passato delle ore in ginocchio o accovacciata -, la cosa più intelligente da fare sia indossare indumenti comodi e leggeri. Certamente i jeans aderenti non rientrano in questa categoria.

Tuttavia, senza arrivare a casi estremi come questo, è cosa nota che i pantaloni troppo stretti possono causare fastidiosi formicolii e intorpidimento dei muscoli. Lo stesso discorso vale anche per le gonne troppo aderenti (come i tubini) oppure la biancheria intima contenitiva che, a seconda delle zone in cui si indossa, è nociva alla circolazione. Se poi, per far sparire la pancetta oppure snellire fianchi e cosce, pensiamo all’acquisto degli speciali “mutandoni” (in vendita praticamente in tutti i negozi di lingerie), facciamo attenzione perché la compressione dei nervi può scatenare dolore e intorpidimento degli arti. Io, senza “mutandoni”, semplicemente dormendo male la notte, nel periodo in cui avevo il braccio sinistro bloccato dal tutore, ho provato il fastidio e il dolore della meralgia parestesica che non auguro a nessuno.

Rimanendo nell’ambito della biancheria intima, il perizoma può essere nocivo perché, causando delle microlesioni della pelle, fa proliferare funghi e batteri che scatenano delle fastidiose e dolorose infezioni urinarie.

Non solo i jeans skinny sono da evitare ma anche i tacchi troppo alti che, se portati per delle ore, danneggiano la schiena, compromettendo la postura, e possono mettere a rischio anche i legamenti delle ginocchia. Tra gli effetti collaterali dei tacchi alti si annoverano anche problemi di circolazione, borsiti e calli.

Rimanendo nell’ambito delle calzature, nemmeno i sandali infradito sono assolti: modificando la camminata, spostano la pressione della falcata sull’esterno del piede anziché sul tallone e possono così provocare danni a lungo termine non solo alle dita ma anche ai muscoli della gamba, senza contare il rischio “inciampo” che può portare a distorsioni o fratture (come è capitato a me!).

Neppure le scarpe da ginnastica (le adorate sneakers che vanno tanto di moda), così comode in tutte le stagioni, rappresentano la miglior scelta nell’ambito delle calzature. Soprattutto d’estate, con il caldo, i piedi sudati sviluppano fastidiose infezioni causate da spore fungine che sono 75 volte più numerose di quelle che si trovano in un water. Senza contare il rischio unghia incarnita, assai frequente in chi predilige questo tipo di scarpe.

Passiamo agli accessori. Borse troppo pesanti provocano dolori al collo e alla schiena. Da bandire, quindi, le maxiborse, soprattutto i modelli da portare sull’avambraccio, perché in questo caso il sollevamento unilaterale della borsa aumenta il rischio di affaticare i muscoli.

bigiotteria pesanteCollane e orecchini pesanti sono pure da utilizzare per periodi di tempo limitati. Se indossati per una serata rischiano di rovinarla per i dolori che possono aggredire i trapezi e la cervicale. Da evitare, in ogni caso, la bigiotteria che contiene nichel (anche se la normativa vigente ne vieta la produzione…). A volte per risparmiare, si acquistano prodotti di incerta provenienza che, oltre al nichel, potrebbero contenere sostanze dannose anche per chi non è allergico. Un test condotto negli Stati Uniti ha evidenziato che oltre la metà dei pezzi analizzati conteneva alti livelli di tossine e sostanze cancerogene, fra cui piombo, cadmio e bromo.

Hispanic businessman adjusting tieE i signori uomini possono stare tranquilli? Per loro vale, ovviamente, quanto detto sulle scarpe da ginnastica e jeans troppo attillati. Ma se non indossano minigonne, “mutandoni” o perizomi, maxiborse e bigiotteria pesanti, devono fare attenzione alla cravatta. Questa apparentemente innocente striscia di stoffa, se portata troppo stretta, può ridurre il flusso di sangue al cervello e aumentare la pressione all’interno dell’occhio, causando così emicranie croniche, fastidi alle orecchie e vista offuscata. Inoltre, i limitati movimenti del collo possono scatenare tensioni muscolari all’altezza delle spalle e lungo la schiena.

Insomma, che dite? Molto meglio andare al mare con un bel costume da bagno, senza scarpe, borse o bigiotteria? Sì e no. La lycra, che è comunemente usata per la confezione dell’abbigliamento da spiaggia, può causare infezioni vaginali, con quel fastidioso prurito intimo di cui tanto spesso si parla nella pubblicità. E attenzione: il Tantum rosa non si beve!

[fonte: Corriere.it; immagine sotto il titolo da questo sito; immagine bigiotteria da questo sito; cravatta uomo da questo sito]

SCARPE POCO PRINCIPESCHE

Da sempre la principessa Carolina di Monaco, figlia dell’indimenticata Grace Kelly e del principe Ranieri, è un’icona di bellezza, di eleganza e di stile.

Ma guardate che scarpe aveva addosso in occasione di una cena per raccogliere fondi da donare al nuovo museo nazionale del principato …

The shoes of Princess Caroline of Hanover are seen at the fundraising dinner for the new national museum, in Monaco

Capisco che la pedicure ha i suoi costi ma, per favore, queste scarpe sono il peggio del peggio, di un kitch, in fatto di calzature, come non s’era mai visto.
Senza contare il bordo sfilacciato dell’abito che, sarà pure di moda, ma addosso ad una principessa non è il massimo.

[foto dal Corriere]

LA PERSONAL SHOPPER

shopping
La mia amica oggi mi ha eletta personal shopper.

Tu sei sempre perfetta, mi ha detto, hai molto gusto nel vestire, nell’abbinare i colori, nello scegliere i gioielli (meglio dire “bigiotteria” perché di gioielli non ne ho tanti mentre lei sì, ne ha di molto preziosi) e tutti gli accessori.

Però, ragazzi, è una fatica. Al mattino devo decidere in anticipo quali abiti indossare per scegliere il trucco. Durante il periodo scolastico devo prendere le decisioni la sera prima perché mio marito si alza dopo di me e io ho tutto in camera, bigiotteria e calze. Avete presente la fatica che si fa dovendo prendere dai cassetti e scrigni vari le collane, i braccialetti e gli anelli? E l’orologio? Mica ne ho uno solo e non posso mettere al polso quello dorato se gli altri accessori sono d’argento, non posso indossare quello con il cinturino smaltato di nero se poi mi vesto con abiti marrone …
E le calze? Al tatto mica si possono distinguere quelle nere dalle blu o dalle marroni oppure dalle grige! Forse si riesce ad indovinare quelle che hanno 20 denari o 40, oppure le calze a rete.
E non parliamo dello smalto.

Voglio dire: sarò anche perfetta, sarò abile negli abbinamenti ma nulla si ottiene senza fatica.

E poi questo ruolo da personal shopper mi fa onore da un lato ma dall’altro, andando in giro per negozi, mi viene pure voglia di comprare qualcosa anch’io. Insomma, ho appena letto un articolo sullo shopping compulsivo … dirò alla mia amica che se lei ha trovato un uomo e vuol rifarsi il guardaroba, io l’uomo ce l’ho e ho pure una famiglia che devo contribuire a mantenere. Tutt’al più le posso dare dei consigli via e-mail. Meno pericoloso.

SANDALI INFRADITO? NO, GRAZIE

infradito
Faccio una premessa: non ho mai amato i miei piedi. E chi ha alle spalle anni di danza classica sulle punte sa di cosa parlo. Hanno lasciato il segno. Però, è anche vero che non sono poi così brutti. Ricordo che un giorno in calzoleria stavo cercando un paio di sandali e dicevo alla commessa che non li volevo eccessivamente aperti, lamentandomi dei miei piedi. Lei mi guardò e disse: “venga a lavorare qui una giornata e poi vedrà che i suoi piedi sono bellissimi”. Effettivamente …

Detto questo, i sandali infradito non sono stati mai la mia passione. Quand’ero ragazza ne avevo un paio splendidi, color oro, con i laccetti attorno alla caviglia. Li avevo utilizzati anche per mascherarmi da antica romana (ah, quando si dice destino!) a Carnevale. In quell’occasione, facendo un freddo cane per via del periodo invernale, mia mamma, con la sua santa pazienza e le mani d’oro, mi aveva modificato la punta dei piedi di un paio di collant affinché potessi indossare almeno quelli con gli infradito. Geniale!

infradito oroMa a parte quei sandali, non ne acquistai mai altri. Finché un’estate di quindici anni fa, circa, pensai che potessero essere comode delle ciabattine infradito per casa. Detto, fatto.
Andai in negozio, ne scelsi un paio graziose e tutta contenta, appena rincasai, le indossai. Devo premettere che nella casa in cui abitavo allora c’era una porta che metteva in comunicazione la cucina, piccolina, e il soggiorno. Nel primo pomeriggio, avendo messo sul fuoco la caffettiera, appena sentito l’inconfondibile borbottio, mi precipitai dal soggiorno in cucina e … mi imbattei nella sedia che uno dei miei figli aveva lasciato non perfettamente accostata al tavolo.

Praticamente, nel passaggio veloce, il dito mignolo (in realtà quello dei piedi si chiama quinto dito … mi sono fatta una cultura in quell’occasione!) rimase incastrato nella gamba della sedia mentre io continuavo a correre per spegnere il gas sotto la caffettiera.
Sentii un dolore acuto poi nulla. Praticamente dovetti guardarmi bene il piede per accertarmi che il dito fosse ancora lì. Poi lo tenni una mezzora abbondante nel bidè in cui lasciai scorrere l’acqua fredda. Poi misi sul piede dolorante la borsa del ghiaccio, sotto lo sguardo preoccupato dei miei figli che, una volta tanto, avevano avuto modo di sentire uscire dalla mia bocca tutto il repertorio di improperi di cui ero a conoscenza. E naturalmente pensavano già che non li avrei mai più rimproverati per le parolacce.

Arrivato il marito a casa (ché non potevo certo andare all’ospedale da sola con due bambini), ci recammo al Pronto Soccorso. Quel luogo era a noi noto perché il secondogenito non era contento se non ci faceva un salto ogni tanto: braccio chiuso dentro la cassapanca, oggetto non precisato ingoiato (che poi non era nulla, aveva solo bevuto un po’ di liquido che era rimasto sul fondo del barattolo delle salviettine umidificate pulisciculetto), ruotina dell’automobilina dentro al naso, apparecchio ortodontico infilzato all’interno del labbro inferiore saltando sul letto … e poi non ricordo, comunque mi pare già abbastanza. Ma era la prima volta che ci finivo io.

Ricordo ancora la faccia mortificata del medico mentre usciva dalla sala raggi e l’espressione afflitta con cui mi comunicò: “Ma è rotto!”. E certo che era rotto, mi sarei preoccupata se il mignolo (anzi, quinto dito) fosse rimasto intero.
Per venti giorni dovetti tenere una fasciatura che legava il quinto dito con il quarto e, ovviamente, non potei indossare altro tipo di calzatura se non … gli infradito!
A parte il dolore, perché la frattura era proprio alla base del dito, io ero proprio terrorizzata quando uscivo di casa. Se andavo sull’autobus o al supermercato, poi, stavo superattenta perché al solo pensiero che qualcuno potesse salirmi sul piede o urtarmi con il carrello della spesa, praticamente piangevo.

Ecco, credo che ora sia chiaro il motivo per cui gli infradito, anche se sono bellissimi, non li compero più. Ne ho solo un paio di gomma che porto in albergo per fare la doccia perché sono alquanto schizzinosa e non mi va di mettere i piedi dove li mettono tutti. Che poi quando vado in spiaggia non calpesto la sabbia dove passano tutti?
Quando si dice avere delle fissazioni …