LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “L’AMORE ADDOSSO” di SARA RATTARO

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

sararattaroL’AUTRICE
Sara Rattaro nasce a Genova dove, dopo il diploma magistrale, nel 1994 si iscrive alla facoltà di Scienze Biologiche, laureandosi nel 1999 con lode. Nel 2009 consegue la laurea anche in Scienza delle Comunicazioni sempre presso l’Università degli studi di Genova.
Dal 1999 al 2006 frequenta più di una decina di corsi di specializzazione sia inerenti gli Studi clinici sia nel campo della Comunicazione conseguendo il master in Comunicazione della Scienza «Rasoio di Occam» a Torino.
Nel 2009 con il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata, pubblicato dall’editore Mauro Morellini, ottiene un buon successo di pubblico e critica.
Nel 2012 vede la luce il suo secondo romanzo, Un uso qualunque di te, che viene pubblicato da Giunti, vendendo 20.000 copie in una settimana, tradotto in 9 lingue.
Nel maggio 2013 pubblica il best seller Non volare via edito da Garzanti.
Nel settembre 2014, sempre per Garzanti, esce Niente è come te che ottiene il Premio Bancarella l’anno successivo. Nel marzo 2016 Rattaro pubblica, sempre per Garzanti, Splendi più che puoi cui viene assegnato il Premio Fenice Europa sezione “Malizia”.
Nel marzo 2017 è stato pubblicato il suo primo romanzo con la casa editrice Sperling&Kupfer, L’Amore Addosso, seguito da Uomini che restano che ha vinto il Premio Cimitile 2018.
Sara Rattaro è anche autrice di narrativa per ragazzi: il romanzo d’esordio è Il cacciatore di sogni pubblicato da Mondadori nel 2017.


IL ROMANZO
Nei corridoi di un ospedale si incrociano i destini e le storie di due uomini, Emanuele e Federico, che senza saperlo si “contendono” l’amore di una donna: Giulia. Quest’ultima è in compagnia di Federico, l’amante, quando l’uomo ha un malore e lei si vede costretta a chiamare i soccorsi facendo finta di non conoscerlo, di aver assistito per caso al malore di lui mentre si trovava a passeggiare su una spiaggia. In realtà i due amanti da qualche tempo avevano preso in affitto un appartamento al mare per potersi incontrare lontano da sguardi indiscreti. Ma tutto questo deve essere taciuto affinché un fatto accidentale e per nulla prevedibile non metta in luce la relazione clandestina, soprattutto agli occhi ignari della moglie di Federico, Flavia.

Ma c’è un altro fatto imprevedibile che costringe Giulia ad altre menzogne e nello stesso tempo a fare i conti con una realtà che a sua volta ignorava: il marito Emanuele si trova nello stesso ospedale, vittima di un incidente d’auto, avvenuto poco prima mentre l’uomo si trovava assieme a una giovane donna. Non è difficile per Giulia capire che l’intrusa non è altro che una biondina in compagnia della quale più volte aveva visto il marito. Sicuramente la sua amante ma chi era lei per giudicare, dal momento che da tempo viveva una storia d’amore extraconiugale con l’unico uomo che avesse mai amato davvero nella sua vita?

I due uomini si trovano in due diversi piani del nosocomio. Giulia, vestendo i panni di moglie devota e preoccupata per quanto accaduto, si trova al capezzale del marito anche se vorrebbe essere in un’altra stanza:

In stanza mi sono seduta sulla poltrona vicino al letto di Emanuele. Lui si muoveva appena e mormorava qualcosa come se stesse sognando, poi mi ha chiamata: «Giulia».
Mi sono alzata.
«Sono qui», ho risposto […] Ho accarezzato la sua mano e ho guardato il soffitto.
Mi dispiace, Emanuele, ma io vorrei essere al piano di sopra.
Poi mi sono seduta e ho aspettato che tutte le luci si spegnessero. Ora potevo pensare a lui, al nostro amore e a quello che sarebbe accaduto se lui non si fosse sentito male. Mi sono concessa un pianto. Silenzioso e discreto. Un pianto da donna sposata. (pp. 24-25 dell’edizione Pickwick)

Sfogliando le pagine del romanzo, attraverso dei flashback, veniamo a conoscenza di molti particolari della vita dei protagonisti, specialmente relativi a Giulia e alla sua famiglia. La presenza ingombrante della madre, una donna incapace di esprimere sentimenti, sempre attenta alla forma più che alla sostanza, capace di avere tutto sotto controllo senza concedere a nessuno dei familiari il potere di decidere. Il fatto più doloroso per Giulia, che ancora pesa sul suo cuore e le impedisce di essere realmente felice pur conducendo una vita quasi perfetta, è stata una scelta che sua madre le impose quando aveva soltanto 16 anni. L’incontro con Emanuele, qualche anno dopo, costituì per Giulia una boccata d’aria. Circostanza particolarmente fortunata fu il fatto che quell’uomo piacesse anche alla madre. Nulla faceva presagire che prima o poi la donna sarebbe scivolata tra le braccia di un altro e che quell’amore le avrebbe riservato non solo tanta felicità ma anche sensi di colpa e dolore perché la felicità non è uno stato permanente. Arriva all’improvviso e si dissolve senza spiegazioni.

La storia di Giulia non è la solita storia di amanti e segreti, amori confessati o solo sussurrati, amori presunti e soltanto immaginati. L’amore addosso racconta soprattutto la difficoltà di sentirsi amati e di amare in modo incondizionato, totale. Giulia crede di amare Emanuele ma l’incontro con Federico la destabilizza, le fa conoscere un altro tipo di amore al di fuori delle convenzioni, un amore che si sente addosso ma che prima o poi si rivela trappola:

Perché l’amore, quando ti arriva addosso, è il migliore dei tranelli. Improvvisamente le parole non bastano più, ti rendi conto che difficilmente riuscirai a rendere vera l’immagine che hai dentro. L’amore è come la colpa, ti fa sentire sempre al centro dell’attenzione. E’ un problema senza soluzione, una canzone senza finale, un sonno che non ti lascia riposare. L’unica cosa certa è che, se è amore vero, quando cadi nella trappola te lo senti addosso. (pp. 194-195 dell’edizione citata)

Eppure la vita riserverà a Giulia, sempre in bilico tra felicità e dolore, una sorpresa finale: l’amore ritrovato con il marito Emanuele e, grazie a lui, un amore sognato e mai davvero conosciuto che travalica i confini fisici di un abbraccio non goduto per farsi storia ancora tutta da raccontare.

***

L’amore addosso è un buon romanzo, scritto bene e con una trama avvincente. Lo stile di Sara Rattaro è sempre convincente e non posso far altro che ripetere quanto già scritto nei post in cui parlavo di Niente è come te (che rimane il mio preferito) e Splendi più che puoi: i romanzi della scrittrice genovese sono focalizzati su storie familiari caratterizzate da dinamiche interpersonali complesse, difficoltà di comunicazione, conflitti, anche interiori, che animano i personaggi. La narrazione in prima persona (voce narrante è sempre Giulia a parte nelle ultimissime pagine in cui Rattaro dà voce a Emanuele, espediente riuscitissimo considerando l’evoluzione della storia), la presenza di flashback e brevi riflessioni graficamente evidenziate con il corsivo rappresentano il modus scribendi dell’autrice che a me personalmente piace molto. Anche la presenza del corsivo che in altri romanzi non avevo apprezzato, ne L’amore addosso non disturba anzi completa la narrazione ponendo l’accento su fatti e situazioni su cui anche i lettori sono portati a riflettere perché «Descrivere i nostri sentimenti, ecco una cosa difficile.» (pag. 149 dell’edizione citata)

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SIETE IN CERCA DI UN BEBÉ? NON TENTATE D’ESTATE… O FORSE SÌ


L’Italia è un Paese di vecchi. Negli ultimi 50 anni le nascite non sono solo calate drasticamente ma più che dimezzate: si è passati da una media di 2,4 figli per donna, a 1,3 e le mamme sono decisamente più vecchie, con un età media di circa 32 anni. Gli uomini, invece, diventano padri circa a 35 anni.

Spesso il desiderio di mettere su famiglia c’è ma o non viene realizzato per problematiche dovute perlopiù a motivi economici oppure si rimanda la nascita del primo figlio che è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere unico.

Il demografo Alessandro Rosina spiega che spesso ciò succede «perché i giovani sono sempre più costretti a spostare in avanti il percorso di raggiungimento dell’autonomia rispetto ai genitori, e l’età media di uscita da casa è ormai a 30 anni, mentre nel resto d’Europa si attesta sotto i 25. E una volta che si arriva a una certa autonomia, le possibilità sono due: o rinunci ad avere un figlio, o non vai oltre il primo. Non a caso, il numero medio di figli per donna da noi è di 1,34, tra i più bassi d’Europa, dove pure la fertilità resta comunque ai livelli minimi. Non si va oltre il primo figlio sia perché il primo si fa già molto tardi, e quindi poi sorgono le complicazioni legate all’età, sia per difficoltà economiche, legate all’assenza o alla precarietà del lavoro e all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia».

Tralasciando le questioni economiche che certamente mettono un freno, bisogna anche considerare che il cosiddetto orologio biologico è implacabile ma non, come si è portati a pensare, solo per le donne.

Si sa che il declino della fertilità femminile inizia dopo i 35 anni, anche se già al compimento dei 30 una donna ha superato il picco di fertilità che inizia praticamente alla comparsa delle prime mestruazioni (tra i 10 e i 14 anni). Per l’uomo, invece, si è sempre pensato che non ci fosse un limite (celebre è il caso di Charlie Chaplin che ha fatto figli fino a 73 anni) e anche ora ci sono padri-nonni, ultracinquantenni, che in modo molto disinvolto continuano a far figli anche dopo i 60 anni. Tuttavia uno studio recente dell’Università di Harvard rivela che l’età degli uomini ha, sulle chance di iniziare una gravidanza, un impatto più significativo di quanto si creda.

L’infertilità oggi non può essere considerata un problema esclusivamente femminile. Un tempo, invece, la capacità di procreare da parte dei maschi era fuori discussione. Orgoglio maschile.

Una biologa esperta in riproduzione, Laura Dodge, ha studiato i dati relativi a 19 mila cicli di fecondazione in vitro eseguiti a Boston e dintorni tra il 2000 e il 2014. Le donne sono state suddivise in 4 fasce di età: sotto i 30 anni, tra i 30 e i 35 anni, tra i 35 e i 40 anni e tra i 40 e i 42 anni. Per gli uomini si è fatto altrettanto, con una fascia extra per gli over 42. A questo punto si è cercato di capire come l’età di lui o di lei potesse influenzare il successo del trattamento. La studiosa ha, quindi, scoperto che per le donne con meno di 30 e un partner tra i 30 e i 35 anni, le probabilità di nascita viva dopo fecondazione in vitro sono state del 73%; ma se l’uomo aveva tra i 40 e i 42 anni, le chance scendevano al 46%.

Ma lasciamo da parte dati e statistiche e andiamo al topic. C’è un periodo dell’anno più favorevole per l’inizio di una gravidanza? Parrebbe di sì: la primavera.

Una ricerca condotta dall’Ospedale universitario di Zurigo, pubblicata sulla rivista Chronobiology International, ha rivelato che il liquido seminale ha le dimensioni e la forma più salutari per fertilizzare un ovocita nei mesi di marzo, aprile e maggio. Ma non basta: anche l’ora in cui si consuma un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione avrebbe la sua importanza. I ricercatori svizzeri hanno analizzato 12.245 campioni di sperma provenienti da 7.068 uomini, raccolti presso il laboratorio di andrologia del Dipartimento di Endocrinologia Riproduttiva dell’Ospedale, tra il 1994 e il 2015, scoprendo che quelli raccolti al mattino presto, prima delle 7 e 30, hanno mostrato i più alti livelli di concentrazione spermatica e conta di spermatozoi, oltre che una loro morfologia, cioè una forma, normale.

Ora, questa cosa mi ha fatto tornare in mente le mie peripezie per rimanere incinta. Avevo appena 26 anni e ci misi ben 10 mesi prima di realizzare il mio desiderio di maternità. Ciò dimostra che anche quando la donna è nel picco di fertilità per età anagrafica, non significa che una gravidanza arrivi al primo tentativo.

Benché i medici – ne consultai più d’uno – mi dicessero che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché “i figli non arrivano quando decidete voi”, io e mio marito ci sottoponemmo a una serie di analisi per escludere un’infertilità patologica. Trovai un ginecologo, una specie di angelo (che comunque si intascò molte centinaia di migliaia di lire… ad ogni esame e/o visita partiva un centone), che prese a cuore la mia situazione e per eliminare ogni dubbio mi consigliò di sottopormi al post-coital test o test di Hühner. Si tratta di un esame di laboratorio che consente di studiare le proprietà del muco cervicale nel periodo periovulatorio, e permette di apprezzare la mobilità degli spermatozoi del partner all’interno del muco stesso. Il medico mi spiegò che ci poteva essere anche una sorta di incompatibilità tra il mio muco e lo sperma di mio marito… lascio immaginare lo sconforto provato nel pensare che forse non avevo trovato proprio l’anima gemella. 😦

Ma perché la ricerca svizzera (riportata dall’Ansa) ha risvegliato vecchi ricordi? Ve lo spiego: il post-coital test era fissato verso mezzogiorno, nell’ambulatorio del mio ginecologo. La regola dice che per questo test il rapporto sessuale deve aver luogo nelle 6-12 ore precedenti la raccolta del muco… quindi per noi quel mattino di 31 anni fa la sveglia suonò alle 6. Quella ricerca ancora non era stata fatta ma posso assicurare due cose: mettersi la sveglia per fare l’amore non è proprio il massimo e poi quel mese non rimasi incinta, anche se il mio medico confermò che era tutto a posto e che non c’era motivo di preoccuparsi. «Vada in vacanza» – disse, rassicurandomi – «non ci pensi, si rilassi e vedrà che presto rimarrà incinta.». Detto fatto.


Il 31 agosto del 1987, nel giorno del mio secondo anniversario di matrimonio, scoprii di aspettare il mio primogenito Matteo.

Lo so che la mia esperienza non conta nulla di fronte alle ricerche scientifiche ma il mio intento, quando ho deciso di scrivere questo post, era quello di rassicurare chi desidera fortemente un bimbo che pare non abbia intenzione di arrivare. Potete fare l’amore a qualsiasi ora e stagione ma, come disse il mio ginecologo-angelo, “i figli non arrivano quando decidete voi”. E ciò vale, purtroppo, anche per tutte le gravidanze indesiderate che spesso finiscono con un’interruzione volontaria.

Il mio primogenito aveva solo 14 mesi quando scoprii di essere nuovamente incinta. Confesso che non piansi di gioia, come per il primo, ma nemmeno per un istante pensai di non volere quel figlio che non era proprio un campione di tempismo. Ricordo che quando mi recai dal ginecologo per metterlo al corrente del fatto e timidamente protestai perché ci avevo messo tanto per il primo mentre questo bimbo era stato concepito senza il minimo sospetto al 26° giorno del ciclo, il medico disse: “Be’, signora, una volta aperta la strada…”.

[fonti: focus.it; ivitalia.it; adnkronos.com; vanityfair,it; immagine 1 da questo sito; immagine 2 da questo sito; immagine 3 da questo sito; immagine 4 da questo sito]

E LA CHIAMANO ESTATE…


Eccoci qui di nuovo. Sono passate tre stagioni e con l’arrivo dell’estate questo blog si rianima. Spero naturalmente nel contributo di voi lettori perché si possa passare assieme una stagione in modo allegro e spensierato.

Come ogni anno dedico il post di riapertura alla stagione che inizia oggi e di solito lo faccio utilizzando una canzone. Questa volta ho scelto un vecchio successo di Bruno Martino che certamente non sarà sconosciuto ai lettori meno giovani. La scelta è stata condizionata dal ricordo, tornatomi in mente qualche giorno fa, dei tipici flirt estivi. E quale mai può essere lo scenario ideale per gli amori che nascono d’estate e durano poco più di un battito di ciglia? Il mare, naturalmente.

Pochi giorni fa, dicevo, ne ho ricordato uno.

Lui era biondo con gli occhi azzurri. Il tipo ideale per me (anche se poi ho sposato un moro con gli occhi castani 😦 ).

Il primo incontro avvenne poco dopo il mio arrivo a Lignano Sabbiadoro (in provincia di Udine), il primo agosto 1978. Era il cugino di un’amica di vecchia data e alloggiava, anche lui come me assieme alla sua famiglia, in una palazzina davanti al mio condominio.

La mia amica me lo presentò e fu il classico colpo di fulmine (e a me, credetemi, è l’unico che sia mai capitato). Ricordo che mentre tornavo a casa quel giorno pensavo che lui, in un modo o nell’altro, sarebbe stato “mio”.

Così fu. Passammo assieme poco meno di due settimane al mare. Mentre io mi sarei fermata un mese intero, la sua famiglia aveva preso in affitto un appartamento per solo due settimane.

Quando partì, mi sembrò che le mie vacanze fossero finite. Come canta Bruno Martino, E la chiamano estate… senza te. Non c’era nulla per cui valesse la pena rimanere, nonostante gli amici (una comitiva di più di 20 persone!), nonostante la mia passione per il mare, la possibilità di trascorrere ore ed ore sul bagnasciuga di giorno e il divertimento serale che era sempre assicurato.

So solo che ebbi fin dall’inizio la certezza che quella storia sarebbe continuata anche dopo. Così fu, sebbene vivessimo a 70 chilometri di distanza. Per due ragazzini significava prendere il treno la domenica, passare assieme poche ore e doversi lasciare fra le lacrime su un binario triste e solitario (per citare un altro pezzo “antico” cantato da Claudio Villa).

Non fu per sempre. Durò fino alla fine di gennaio. Passammo assieme il Capodanno 1979 e con l’inizio del nuovo anno speravo che quell’amore diventasse ancora più solido, che non finisse mai. Mi sbagliavo: mi lasciò preferendo una bionda più bionda di me, con gli occhi azzurri più azzurri dei miei. Mi crollò il mondo addosso. Piombai in una crisi profonda che credo di non aver mai più provato nella mia vita, almeno non per questioni d’amore.

Ci sarebbe anche un seguito a questa vicenda. Forse un giorno lo racconterò ma ora voglio lasciarvi con questa canzone meravigliosa, reinterpretata dalla grande Mina, ripensando alle parole della prima strofa:

E la chiamano estate
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te
il profumo del mare
non lo sento non c’e’ più
perché non torni qui
vicino a me

Naturalmente rimango in attesa che mi raccontiate i vostri amori vacanzieri. 😉

[immagine da questo sito]

LO SPOSO NON SI PRESENTA ALL’ALTARE: I PARENTI DI LEI CI MANGIANO SU


La notizia, non recentissima, ha destato in me, all’inizio, qualche perplessità. Ma la mancata sposa, una donna sarda quarantenne, ci ha messo la faccia – in un’intervista pubblicata sul Corriere – e non ho quindi motivo di dubitare della veridicità dei fatti.

In breve: Nadia conosce il futuro – ormai mancato – sposo Giovanni via web e nell’arco di soli sette mesi i due decidono di sposarsi. Tutto è pronto per le nozze ma lo sposo non si presenta. Militare di carriera, si barrica in caserma e non ha nessuna intenzione di uscire da lì. Nadia, affranta, capisce che il matrimonio è saltato, congeda i parenti e si ritira in casa dei suoi. A questo punto, però, i genitori ci pensano su, ritengono che i soldi del pranzo, già pagato, non si possano buttare e decidono di richiamare gli invitati per recarsi al ristorante. La mancata sposa acconsente a parteciparvi, dimostrando uno spirito invidiabile nell’incassare il brutto colpo. Infatti ha commentato così la decisione di “mangiarci su”:

«Ho avuto coraggio? Sì me lo hanno detto e scritto tanti, ma io ho fatto solo quello che mi sembrava più giusto. Doveva essere una festa… Il giorno più bello. Non ho voluto che fosse il più brutto». Poi Nadia spiega che l’idea è stata di suo padre: «L’idea di andare comunque al ristorante dove erano pronti rinfresco e pranzo è stata di mio padre. Ci avevo pensato anch’io, ma è stato lui a dire “Andiamo, tanto è già tutto pagato”. Un modo per sdrammatizzare… e infatti ho subito reagito anche io. Ho pensato: in fondo non è morto nessuno, la vita continua».

Ora, questa vicenda offre diversi spunti di riflessione.

Mangiarci su? Perché no?
D’accordo che la spesa era stata affrontata, le pietanze pronte, il ricevimento allestito, ma io sinceramente non avrei mai proposto agli invitati di recarsi a pranzo e, nel ruolo della sposa abbandonata, mai e poi mai mi sarei presentata al ricevimento. Come può pensare la sposa Nadia che così facendo quel giorno non sarebbe stato il più brutto della sua vita? Brutto, bruttissimo ugualmente… altroché. Sdrammatizzare? Mah, questione di punti di vista. Assistendo a quella festa sottotono, la gente imbarazzata – lo sarà stata, no? – i sorrisi di circostanza, il brindisi a una nuova vita che di certo non era quella che Nadia sperava per sé… insomma, personalmente a me il tutto sembra abbastanza tragico.
Non è morto nessuno? Be’, credo che in cuor suo la bella Nadia avrebbe voluto in quel momento un cadavere su cui non versare lacrime: quello di Giovanni.

Le relazioni che nascono sul web sono tutte destinate a naufragare?
Direi di no, anche se nelle relazioni che iniziano virtualmente si deve tenere nel debito conto che poi, quando il tutto diventa reale, si può rimanere delusi. Cose che capitano anche quando due s’incontrano di persona, sul luogo di lavoro, a una festa, grazie alla “mediazione” di parenti o amici. D’accordo su questo e sul fatto che ogni legame sul nascere può destare delle aspettative che poi, con la frequentazione, rischiano di diventare altro e quest’altro a volte è difficile da digerire.
Appurato che un rapporto di coppia, in qualsiasi modo e luogo nasca, non è detto sia duraturo, la domanda che personalmente mi pongo è un’altra:

perché cercare il lui o la lei sul web?
Di questo ho una certa esperienza, non diretta ma che riguarda persone a me vicine. Quello che ne ho potuto dedurre è stato che spesso – non sempre – le persone che cercano “il/la compagno/a di vita” via internet hanno molti complessi (talvolta ingiustificati) e non sono in grado di approcciarsi agli altri in modo diretto, di persona. Almeno non all’inizio, perché è scontato che, se dal virtuale si passa al reale, prima o poi si debba affrontare l’approccio diretto, fatto di sguardi, gesti, odori, sapori, suoni… insomma tutto ciò che ha a che fare con i sensi. E ciò appare molto diverso rispetto all’uso della sola vista che permette di leggere parole scritte su un monitor e costringe a indovinare ciò che si nasconde dietro faccine ed emoticon.
Considero questo modo di incontrarsi molto triste, quasi asettico, costruito attorno ad un’idea che ci creiamo dell’altro e che ostinatamente facciamo coincidere con l’ideale che abbiamo di chi vorremmo accanto per la vita. Ma è un’opinione personale discutibilissima, se volete. Ora, però, mi pongo un altro quesito:

la differenza di età che ruolo gioca nei rapporti di coppia?
Nadia e Giovanni hanno età assai diverse, e non sto parlando solo di numeri e date di nascita. Lei 39 anni, lui 24. Lei già mamma di un bambino di 5 anni, lui ancora nella fase dell’adolescenza che nei giovani d’oggi si prolunga fino ai 30 anni e passa… come nell’antica Roma, quando un giovane poteva emanciparsi.
Certo, questa differenza di età sembra non aver ostacolato i propositi di questa coppia, nei sette mesi che hanno preceduto le nozze mancate. Ma ho l’impressione che la decisione di sposarsi sia stata unilaterale, che Nadia più che un compagno per sé cercasse un padre per il suo bambino, tuttavia ha fatto male i suoi calcoli: avrebbe dovuto cercare un cinquantenne non un ragazzo di 24 anni, anche se molto attraente con il suo fisico palestrato. Decisioni così serie devono essere non solo condivise – magari nell’incoscienza del poco più che ventenne la convinzione di convolare a nozze c’era pure – ma soprattutto meditate in prospettiva futura specialmente nel caso in cui il matrimonio porti alla formazione non di una coppia ma di una famiglia vera e propria.

E’ giusto anteporre il lato economico a quello emotivo?
L’ultima domanda che mi pongo riguarda il padre di Nadia: che padre è quello che calpesta i sentimenti della figlia pensando ai soldi spesi, seppur con sacrificio? Io un padre così non l’avrei mai voluto. Non c’è spesa fatta che valga il benessere di una figlia, che possa compensare l’infelicità provata, nemmeno se con il giusto spirito di vendetta. Perché questo deve aver pensato quel papà, forse in buona fede e con l’intento – non unico, comunque – di dar soddisfazione alla figlia. “Quel mascalzone non merita le tue lacrime” deve aver pensato e detto a Nadia. “Mangiamoci su, tanto è tutto pagato”.
Nossignore, non si possono ingoiare le lacrime assieme a una fetta di torta nuziale. Forse l’idea migliore sarebbe stata raccogliere tutto quel ben di Dio e portarlo alla più vicina mensa dei poveri.

E voi che ne pensate?

AGGIORNAMENTO, 15 luglio 2017

Questa mancata sposa ha fatto la cosa più giusta: saltato il matrimonio, ha invitato al ricevimento gli homeless.

UNA PIZZA AL POSTO DELL’ANELLO? PER FORTUNA E’ UNO SCHERZO

pizza anello 1
Si chiama prizzapizza proposal – ed è una nuova moda che impazza su Reddit, un sito Internet di social news e intrattenimento, dove gli utenti registrati (chiamati “redditors”) possono pubblicare contenuti sotto forma di post testuali o di collegamenti ipertestuali [links] (informazioni da Wikipedia).

L’idea bizzarra è quella di ritoccare con photoshop delle fotografie in cui, generalmente da parte dell’uomo, viene fatta una proposta di matrimonio. Al posto dell’anello, o di una mazzo di fiori o altri doni speciali, gli utenti di Reddit si stanno divertendo a creare con il fotoritocco immagini esilaranti di uomini in ginocchio con la pizza in mano.

In alcuni casi, i redditors si divertono ad introdurre delle didascalie giocando con le parole, generalmente della lingua inglese. Ad esempio, la frase “voglio passare il resto della mia vita con te” si trasforma in “Baby, I Want to spend the rest of olives with you”, giocando con le parole inglesi life (vita, al plurale lives) e olives, (olive). La fetta di pizza nella mano dell’uomo, nell’atto di porgerla alla donna, naturalmente è alle olive. (foto sotto il titolo)

Le bizzarrie linguistiche non finiscono qui: ecco che la pizza alla marinara (in inglese l’aggettivo rimane tale) è un pretesto per chiedere alla dolce metà: “Will you marrynara me?”, storpiando il verbo marry che in inglese significa appunto “sposare” (foto sotto)

pizza anello2

Se siete curiosi, trovate altre foto ritoccate sulle pagine del Corriere.it (dallo stesso link sono tratte le immagini).

Questa “notizia” mi ha fatto, però, riflettere sull’anello di fidanzamento: si usa ancora? Certamente, come cantava Marylin, “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”. I diamanti non si disprezzano e ricevere un anello, come promessa di matrimonio, fa sempre piacere. Però ho l’impressione che i giovani d’oggi siano più pratici e forse un po’ meno romantici. Sarà anche colpa della crisi oppure delle tradizioni che, con il passare delle generazioni, vanno scomparendo.

Scherzi a parte, un bel trancio di pizza è sicuramente più economico. Credo, però, che nella realtà il malcapitato rischi di ritrovarsi la pizza spiaccicata in faccia. 🙂

LA COSA PIU’ STUPIDA CHE ESISTA: FARSI TATUARE IL NOME DELL’AMATO/A

Griffith tatuaggioL’amore è eterno finché dura, recitava il titolo di un noto film di Verdone. Il tatuaggio, invece, è eterno e basta. Se non lo vuoi più, devi sottoporti ad un’ulteriore tortura per la rimozione. Che senso ha farsi tatuare il nome dell’amato/a se l’amore eterno non esiste più?

Così la bella Melanie Griffith, che con Antonio Banderas costituiva una delle coppie più longeve e apparentemente solide dello star system hollywoodiano, si è arresa alla fine dell’amore e si è recata in un centro specializzato per la rimozione dei tattoo.

griffith tatuaggio 2
Un cuore con inciso all’interno il nome dell’ormai ex marito era decisamente scomodo da portare. L’attrice aveva già cercato di camuffalo sotto uno spesso strato di fondotinta e coprendolo con un maglioncino annodato sulla spalla sinistra, quando si è presentata al Taormina Film Festival qualche giorno fa.

rositabanderas
Il bel Banderas, nel frattempo improvvisatosi mugnaio, deve averla fatta grossa. Non avrà per caso imitato Mr Conad con il pensiero fisso del lavoro in testa? E poi parlano della famiglia Mulino Bianco come modello da imitare … forse il problema è che nessuna donna, nemmeno Melanie, può competere con la gallina Rosita. E dire che gallina vecchia fa buon brodo …

[notizia e immagini da Vanity Fair]

IL GRANDE GIORNO DI BELEN E STEFANO SPOSI A COMIGNAGO (IL VIDEO DEL SÌ))

belen stefano sposi
Sembrava un flirt destinato a durare una stagione o poco più e invece Belen Rodriguez e Stefano De Martino, oggi sposi, in poco più di un anno si sono fidanzati, hanno messo al mondo un figlio (Santiago, nato il 9 aprile scorso) e sono arrivati all’altare per dire sì … speriamo per sempre.

La cerimonia, officiata dal padre francescano Luigi Rossi, di Torre Annunziata, amico di famiglia dello sposo, lo stesso che unì in matrimonio i genitori di Stefano, si è tenuta nell’abbazia di Santo Spirito, all’interno di Villa Giannone, a Comignago in provincia di Novara.

Lei con i cappelli raccolti in uno chignon, in abito bianco con tanto di strascico sorretto dalla sorella Cecilia. Lui, vestito con un elegante abito scuro confezionato dalla sartoria udinese Chiussi (un po’ di campanilistica pubblicità ci vuole!), ha aspettato la sposa con in braccio il piccolo Santiago, cinque mesi, anche lui vestito di bianco.

Imponenti le misure di sicurezza: 80 bodyguard. Solo 300 gli invitati che si stanno gustando un ghiotto menù: risotto di crostacei ai profumi di mare, tortelli con fiori di zucca e scampi, darna di branzino con tagliolini di verdure millefoglie di patate e leggera salsa alle erbe, sushi di latte di mandorla e frutto della passione. Dopo la torta, grand buffet di pasticceria, quadri di frutta e fonduta al cioccolato. Si brinda a Curtefranca Bianco, Chardonnay, Franciacorta.
Si ballerà, assicurano gli sposi, fino all’alba. Tutti tranne il piccolo Santiago che, subito dopo la cerimonia, è andato a nanna.

Oggi Belen ha compiuto 29 anni, cinque di più dello sposo. Doppi auguri per lei e per entrambi l’augurio di mettere presto al mondo una femminuccia che lei sembra desiderare ardentemente.

VIDEO DEL CORRIERE (IL MOMENTO DELLO SCAMBIO DEGLI ANELLI)

PER VEDERE L’ALBUM DI NOZZE DI BELEN E STEFANO DE MARTINO CLICCA QUI

belen-bacio-matrimonio

belen stefano scambio anelli

[fonte: Vanity Fair; immagini sopra dal Corriere; immagine sotto il titolo da Oggi.it]

belen sposa

belen stefano bacio

scambio anelli belen stefano

[foto da questo sito]