SIETE IN CERCA DI UN BEBÉ? NON TENTATE D’ESTATE… O FORSE SÌ


L’Italia è un Paese di vecchi. Negli ultimi 50 anni le nascite non sono solo calate drasticamente ma più che dimezzate: si è passati da una media di 2,4 figli per donna, a 1,3 e le mamme sono decisamente più vecchie, con un età media di circa 32 anni. Gli uomini, invece, diventano padri circa a 35 anni.

Spesso il desiderio di mettere su famiglia c’è ma o non viene realizzato per problematiche dovute perlopiù a motivi economici oppure si rimanda la nascita del primo figlio che è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere unico.

Il demografo Alessandro Rosina spiega che spesso ciò succede «perché i giovani sono sempre più costretti a spostare in avanti il percorso di raggiungimento dell’autonomia rispetto ai genitori, e l’età media di uscita da casa è ormai a 30 anni, mentre nel resto d’Europa si attesta sotto i 25. E una volta che si arriva a una certa autonomia, le possibilità sono due: o rinunci ad avere un figlio, o non vai oltre il primo. Non a caso, il numero medio di figli per donna da noi è di 1,34, tra i più bassi d’Europa, dove pure la fertilità resta comunque ai livelli minimi. Non si va oltre il primo figlio sia perché il primo si fa già molto tardi, e quindi poi sorgono le complicazioni legate all’età, sia per difficoltà economiche, legate all’assenza o alla precarietà del lavoro e all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia».

Tralasciando le questioni economiche che certamente mettono un freno, bisogna anche considerare che il cosiddetto orologio biologico è implacabile ma non, come si è portati a pensare, solo per le donne.

Si sa che il declino della fertilità femminile inizia dopo i 35 anni, anche se già al compimento dei 30 una donna ha superato il picco di fertilità che inizia praticamente alla comparsa delle prime mestruazioni (tra i 10 e i 14 anni). Per l’uomo, invece, si è sempre pensato che non ci fosse un limite (celebre è il caso di Charlie Chaplin che ha fatto figli fino a 73 anni) e anche ora ci sono padri-nonni, ultracinquantenni, che in modo molto disinvolto continuano a far figli anche dopo i 60 anni. Tuttavia uno studio recente dell’Università di Harvard rivela che l’età degli uomini ha, sulle chance di iniziare una gravidanza, un impatto più significativo di quanto si creda.

L’infertilità oggi non può essere considerata un problema esclusivamente femminile. Un tempo, invece, la capacità di procreare da parte dei maschi era fuori discussione. Orgoglio maschile.

Una biologa esperta in riproduzione, Laura Dodge, ha studiato i dati relativi a 19 mila cicli di fecondazione in vitro eseguiti a Boston e dintorni tra il 2000 e il 2014. Le donne sono state suddivise in 4 fasce di età: sotto i 30 anni, tra i 30 e i 35 anni, tra i 35 e i 40 anni e tra i 40 e i 42 anni. Per gli uomini si è fatto altrettanto, con una fascia extra per gli over 42. A questo punto si è cercato di capire come l’età di lui o di lei potesse influenzare il successo del trattamento. La studiosa ha, quindi, scoperto che per le donne con meno di 30 e un partner tra i 30 e i 35 anni, le probabilità di nascita viva dopo fecondazione in vitro sono state del 73%; ma se l’uomo aveva tra i 40 e i 42 anni, le chance scendevano al 46%.

Ma lasciamo da parte dati e statistiche e andiamo al topic. C’è un periodo dell’anno più favorevole per l’inizio di una gravidanza? Parrebbe di sì: la primavera.

Una ricerca condotta dall’Ospedale universitario di Zurigo, pubblicata sulla rivista Chronobiology International, ha rivelato che il liquido seminale ha le dimensioni e la forma più salutari per fertilizzare un ovocita nei mesi di marzo, aprile e maggio. Ma non basta: anche l’ora in cui si consuma un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione avrebbe la sua importanza. I ricercatori svizzeri hanno analizzato 12.245 campioni di sperma provenienti da 7.068 uomini, raccolti presso il laboratorio di andrologia del Dipartimento di Endocrinologia Riproduttiva dell’Ospedale, tra il 1994 e il 2015, scoprendo che quelli raccolti al mattino presto, prima delle 7 e 30, hanno mostrato i più alti livelli di concentrazione spermatica e conta di spermatozoi, oltre che una loro morfologia, cioè una forma, normale.

Ora, questa cosa mi ha fatto tornare in mente le mie peripezie per rimanere incinta. Avevo appena 26 anni e ci misi ben 10 mesi prima di realizzare il mio desiderio di maternità. Ciò dimostra che anche quando la donna è nel picco di fertilità per età anagrafica, non significa che una gravidanza arrivi al primo tentativo.

Benché i medici – ne consultai più d’uno – mi dicessero che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché “i figli non arrivano quando decidete voi”, io e mio marito ci sottoponemmo a una serie di analisi per escludere un’infertilità patologica. Trovai un ginecologo, una specie di angelo (che comunque si intascò molte centinaia di migliaia di lire… ad ogni esame e/o visita partiva un centone), che prese a cuore la mia situazione e per eliminare ogni dubbio mi consigliò di sottopormi al post-coital test o test di Hühner. Si tratta di un esame di laboratorio che consente di studiare le proprietà del muco cervicale nel periodo periovulatorio, e permette di apprezzare la mobilità degli spermatozoi del partner all’interno del muco stesso. Il medico mi spiegò che ci poteva essere anche una sorta di incompatibilità tra il mio muco e lo sperma di mio marito… lascio immaginare lo sconforto provato nel pensare che forse non avevo trovato proprio l’anima gemella. 😦

Ma perché la ricerca svizzera (riportata dall’Ansa) ha risvegliato vecchi ricordi? Ve lo spiego: il post-coital test era fissato verso mezzogiorno, nell’ambulatorio del mio ginecologo. La regola dice che per questo test il rapporto sessuale deve aver luogo nelle 6-12 ore precedenti la raccolta del muco… quindi per noi quel mattino di 31 anni fa la sveglia suonò alle 6. Quella ricerca ancora non era stata fatta ma posso assicurare due cose: mettersi la sveglia per fare l’amore non è proprio il massimo e poi quel mese non rimasi incinta, anche se il mio medico confermò che era tutto a posto e che non c’era motivo di preoccuparsi. «Vada in vacanza» – disse, rassicurandomi – «non ci pensi, si rilassi e vedrà che presto rimarrà incinta.». Detto fatto.


Il 31 agosto del 1987, nel giorno del mio secondo anniversario di matrimonio, scoprii di aspettare il mio primogenito Matteo.

Lo so che la mia esperienza non conta nulla di fronte alle ricerche scientifiche ma il mio intento, quando ho deciso di scrivere questo post, era quello di rassicurare chi desidera fortemente un bimbo che pare non abbia intenzione di arrivare. Potete fare l’amore a qualsiasi ora e stagione ma, come disse il mio ginecologo-angelo, “i figli non arrivano quando decidete voi”. E ciò vale, purtroppo, anche per tutte le gravidanze indesiderate che spesso finiscono con un’interruzione volontaria.

Il mio primogenito aveva solo 14 mesi quando scoprii di essere nuovamente incinta. Confesso che non piansi di gioia, come per il primo, ma nemmeno per un istante pensai di non volere quel figlio che non era proprio un campione di tempismo. Ricordo che quando mi recai dal ginecologo per metterlo al corrente del fatto e timidamente protestai perché ci avevo messo tanto per il primo mentre questo bimbo era stato concepito senza il minimo sospetto al 26° giorno del ciclo, il medico disse: “Be’, signora, una volta aperta la strada…”.

[fonti: focus.it; ivitalia.it; adnkronos.com; vanityfair,it; immagine 1 da questo sito; immagine 2 da questo sito; immagine 3 da questo sito; immagine 4 da questo sito]

LO SPOSO NON SI PRESENTA ALL’ALTARE: I PARENTI DI LEI CI MANGIANO SU


La notizia, non recentissima, ha destato in me, all’inizio, qualche perplessità. Ma la mancata sposa, una donna sarda quarantenne, ci ha messo la faccia – in un’intervista pubblicata sul Corriere – e non ho quindi motivo di dubitare della veridicità dei fatti.

In breve: Nadia conosce il futuro – ormai mancato – sposo Giovanni via web e nell’arco di soli sette mesi i due decidono di sposarsi. Tutto è pronto per le nozze ma lo sposo non si presenta. Militare di carriera, si barrica in caserma e non ha nessuna intenzione di uscire da lì. Nadia, affranta, capisce che il matrimonio è saltato, congeda i parenti e si ritira in casa dei suoi. A questo punto, però, i genitori ci pensano su, ritengono che i soldi del pranzo, già pagato, non si possano buttare e decidono di richiamare gli invitati per recarsi al ristorante. La mancata sposa acconsente a parteciparvi, dimostrando uno spirito invidiabile nell’incassare il brutto colpo. Infatti ha commentato così la decisione di “mangiarci su”:

«Ho avuto coraggio? Sì me lo hanno detto e scritto tanti, ma io ho fatto solo quello che mi sembrava più giusto. Doveva essere una festa… Il giorno più bello. Non ho voluto che fosse il più brutto». Poi Nadia spiega che l’idea è stata di suo padre: «L’idea di andare comunque al ristorante dove erano pronti rinfresco e pranzo è stata di mio padre. Ci avevo pensato anch’io, ma è stato lui a dire “Andiamo, tanto è già tutto pagato”. Un modo per sdrammatizzare… e infatti ho subito reagito anche io. Ho pensato: in fondo non è morto nessuno, la vita continua».

Ora, questa vicenda offre diversi spunti di riflessione.

Mangiarci su? Perché no?
D’accordo che la spesa era stata affrontata, le pietanze pronte, il ricevimento allestito, ma io sinceramente non avrei mai proposto agli invitati di recarsi a pranzo e, nel ruolo della sposa abbandonata, mai e poi mai mi sarei presentata al ricevimento. Come può pensare la sposa Nadia che così facendo quel giorno non sarebbe stato il più brutto della sua vita? Brutto, bruttissimo ugualmente… altroché. Sdrammatizzare? Mah, questione di punti di vista. Assistendo a quella festa sottotono, la gente imbarazzata – lo sarà stata, no? – i sorrisi di circostanza, il brindisi a una nuova vita che di certo non era quella che Nadia sperava per sé… insomma, personalmente a me il tutto sembra abbastanza tragico.
Non è morto nessuno? Be’, credo che in cuor suo la bella Nadia avrebbe voluto in quel momento un cadavere su cui non versare lacrime: quello di Giovanni.

Le relazioni che nascono sul web sono tutte destinate a naufragare?
Direi di no, anche se nelle relazioni che iniziano virtualmente si deve tenere nel debito conto che poi, quando il tutto diventa reale, si può rimanere delusi. Cose che capitano anche quando due s’incontrano di persona, sul luogo di lavoro, a una festa, grazie alla “mediazione” di parenti o amici. D’accordo su questo e sul fatto che ogni legame sul nascere può destare delle aspettative che poi, con la frequentazione, rischiano di diventare altro e quest’altro a volte è difficile da digerire.
Appurato che un rapporto di coppia, in qualsiasi modo e luogo nasca, non è detto sia duraturo, la domanda che personalmente mi pongo è un’altra:

perché cercare il lui o la lei sul web?
Di questo ho una certa esperienza, non diretta ma che riguarda persone a me vicine. Quello che ne ho potuto dedurre è stato che spesso – non sempre – le persone che cercano “il/la compagno/a di vita” via internet hanno molti complessi (talvolta ingiustificati) e non sono in grado di approcciarsi agli altri in modo diretto, di persona. Almeno non all’inizio, perché è scontato che, se dal virtuale si passa al reale, prima o poi si debba affrontare l’approccio diretto, fatto di sguardi, gesti, odori, sapori, suoni… insomma tutto ciò che ha a che fare con i sensi. E ciò appare molto diverso rispetto all’uso della sola vista che permette di leggere parole scritte su un monitor e costringe a indovinare ciò che si nasconde dietro faccine ed emoticon.
Considero questo modo di incontrarsi molto triste, quasi asettico, costruito attorno ad un’idea che ci creiamo dell’altro e che ostinatamente facciamo coincidere con l’ideale che abbiamo di chi vorremmo accanto per la vita. Ma è un’opinione personale discutibilissima, se volete. Ora, però, mi pongo un altro quesito:

la differenza di età che ruolo gioca nei rapporti di coppia?
Nadia e Giovanni hanno età assai diverse, e non sto parlando solo di numeri e date di nascita. Lei 39 anni, lui 24. Lei già mamma di un bambino di 5 anni, lui ancora nella fase dell’adolescenza che nei giovani d’oggi si prolunga fino ai 30 anni e passa… come nell’antica Roma, quando un giovane poteva emanciparsi.
Certo, questa differenza di età sembra non aver ostacolato i propositi di questa coppia, nei sette mesi che hanno preceduto le nozze mancate. Ma ho l’impressione che la decisione di sposarsi sia stata unilaterale, che Nadia più che un compagno per sé cercasse un padre per il suo bambino, tuttavia ha fatto male i suoi calcoli: avrebbe dovuto cercare un cinquantenne non un ragazzo di 24 anni, anche se molto attraente con il suo fisico palestrato. Decisioni così serie devono essere non solo condivise – magari nell’incoscienza del poco più che ventenne la convinzione di convolare a nozze c’era pure – ma soprattutto meditate in prospettiva futura specialmente nel caso in cui il matrimonio porti alla formazione non di una coppia ma di una famiglia vera e propria.

E’ giusto anteporre il lato economico a quello emotivo?
L’ultima domanda che mi pongo riguarda il padre di Nadia: che padre è quello che calpesta i sentimenti della figlia pensando ai soldi spesi, seppur con sacrificio? Io un padre così non l’avrei mai voluto. Non c’è spesa fatta che valga il benessere di una figlia, che possa compensare l’infelicità provata, nemmeno se con il giusto spirito di vendetta. Perché questo deve aver pensato quel papà, forse in buona fede e con l’intento – non unico, comunque – di dar soddisfazione alla figlia. “Quel mascalzone non merita le tue lacrime” deve aver pensato e detto a Nadia. “Mangiamoci su, tanto è tutto pagato”.
Nossignore, non si possono ingoiare le lacrime assieme a una fetta di torta nuziale. Forse l’idea migliore sarebbe stata raccogliere tutto quel ben di Dio e portarlo alla più vicina mensa dei poveri.

E voi che ne pensate?

AGGIORNAMENTO, 15 luglio 2017

Questa mancata sposa ha fatto la cosa più giusta: saltato il matrimonio, ha invitato al ricevimento gli homeless.

SE IL TOPLESS IN SPIAGGIA E’ QUELLO DI BIANCA BALTI… CHE ALLATTA

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Ho più volte affrontato il tema dell’allattamento al seno sul mio blog principale (in particolare QUI e QUI). Nell’ultimo post cui rimando sono stati postati molti commenti, tutti favorevoli all’allattamento materno, ma tra questi alcuni non condividevano il fatto di “esibire in pubblico” il seno mentre si allatta. Naturalmente il problema, in questi casi, non è mai la mamma, che considera quel gesto il più naturale del mondo e, quindi, nulla da nascondere; il disagio è, invece, quello di chi, pur senza volerlo, assiste a questo “spettacolo”.

Una polemica del genere è stata recentemente suscitata dalle foto postate sul web da una nota modella italiana, Bianca Balti, mamma di due bambine, l’ultima delle quali, nonostante abbia superato l’anno di età, viene ancora allattata al seno.

La modella ha postato su Instagram delle foto in cui la sua bambina, Mia, è attaccata al seno in spiaggia, in un luogo pubblico. Questo scatto ha attirato le critiche di molte persone, eppure il brelfie (il selfie durante l’allattamento sui social) sembra essere una vera e propria moda nello star system. La Balti non è la prima e neanche l’ultima a mostrarsi con la piccola attaccata al decolleté. Inoltre non vedo dove sia il problema visto che nelle spiagge italiane il topless è diffuso, anche se in minor misura rispetto a un tempo. Quindi, ciò che disturba pare essere non il seno al vento di per sé, quanto il fatto che si “pubblicizzi” una azione che dovrebbe rimanere privata.

In genere, non apprezzo molto che le “dive” postino selfie di continuo sui social, solo per dimostrare quanto sono belle, magre e ben vestite. Trovo che sia puro esibizionismo e non capisco il motivo per cui queste foto ottengano migliaia di “like”. Ma il caso di Bianca Balti è diverso. Vi spiego perché.

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La modella, tempo fa, era stata criticata per aver mantenuto qualche chilo in più dopo la gravidanza (vedi foto in alto). Vi posso assicurare che, nonostante quello non fosse il suo peso forma, avrei voluto che la mia bilancia lo segnasse.
Ora, a distanza di mesi, Bianca è rientrata nella taglia 40 (beata lei!), con qualche sacrificio, sì, ma senza rinunciare all’allattamento. Chi ha un minimo di esperienza in materia, saprà che è molto difficile far scendere l’ago della bilancia finché si allatta un neonato. Mia, però, ha un anno e allattarla non richiede certamente lo sforzo e l’impegno dei primi mesi. Trovo, quindi, che le foto postate da Bianca Balti siano un messaggio positivo in tal senso.

Un altro motivo per cui non ritengo disdicevole il brelfie è che una “voce” autorevole, trattandosi di un personaggio noto, sia sempre utile per incoraggiare le donne ad allattare i bambini. Non dimentichiamo che il latte materno è in assoluto il miglior alimento per un neonato e che l’allattamento al seno dovrebbe essere protratto per almeno sei mesi.

C’è ancora un motivo per cui approvo la decisione della Balti di postare le foto: il fisico bello, tonico, non eccessivamente magro, serve a screditare le voci secondo le quali la gravidanza sia da considerare un demone per le donne che “usano” il proprio corpo per mestiere (spero di non essere fraintesa!).
Sono sempre più le modelle o donne dello spettacolo che non rinunciano alla maternità. E pazienza se fanno un po’ di fatica per smaltire i chili di troppo (la Balti in gravidanza è aumentata di 20 kg, il che mi pare anche eccessivo) o se le curve sono più generose dopo una o più gravidanze. La maternità, in ogni caso, rende ancora più bella qualsiasi donna.

[fonte della notizia Corriere.it da cui è tratta anche l’immagine selfie; altra immagine da questo sito]

IL BIMBO E’ VIZIATO? E IO GLI PORTO VIA TUTTA LA TORTA!

torta mele burger king
Questo ha pensato un uomo, esasperato dalle urla e i pianti di un bambino che stava facendo la fila alla cassa del Burger King, negli USA.

Fare la fila, ammettiamolo, è di per sé snervante. Anche se non si ha nulla da fare, a nessuno piace perdere tempo, soprattutto se non si vede l’ora di addentare un bel panino imbottito con l’hamburger … a chi piace, è ovvio.
Il tranquillo cliente perde la pazienza non perché la fila è troppo lunga o va avanti a rilento. Dietro di lui c’è un bimbo che piange urlando “Voglio quella dannata torta!”, riferendosi a un dolce alle mele in vendita nel fast food. Insomma, il bimbetto non intende aspettare il suo turno e continua ad urlare.
I capricci del bambino sembrano non avere fine e il cliente decide di dire due parole alla madre perché zittisca il figlio, una buona volta. Ma la mamma del piccolo zittisce lui, invitandolo a farsi gli affari suoi. Immagino che il tono non sia stato troppo educato e la parola “affari” possa essere considerato un eufemismo.

Arrivato il turno dell’uomo, accade l’incredibile: oltre all’hamburger, il cliente indispettito dal comportamento del bimbo dietro a lui in fila, acquista tutte le porzioni di torta che il fast food ha a disposizione in quel momento: 23 fette.
Immaginiamo le ulteriori lacrime del bimbo nell’apprendere, una volta arrivato il suo turno, che la torta di mele a lungo pregustata era terminata. La madre non si rassegna e, venuta a sapere che proprio l’uomo davanti a lei aveva comperato tutta la torta, cerca di inseguirlo. Da parte sua, il cliente, con aria di sfida, si mette in bocca una delle fette acquistate e se la gusta davanti allo sguardo incredulo di madre e figlio.

La signora, lanciata all’inseguimento dell’uomo, viene bloccata dagli altri in coda che, evidentemente, stavano tutti dalla parte del simpaticone mangiatorte a tradimento, forse essi stessi indispettiti dal bimbetto capriccioso.

Il fatto è stato diffuso dall’autore stesso della vendetta che, sulla piattaforma Reddit, chiede agli utenti: “Sono una brutta persona per questo?”.

A mio parere ha fatto bene, anche se io personalmente non avrei agito in questo modo. Quelli da premiare, in tutti i casi, almeno secondo me, sono i clienti in fila che hanno bloccato la donna. Ma ci si può comportare così?

E voi, cosa avreste fatto al posto dell’uomo?

[immagine e notizia da questo sito]

TUTTO SI CREA TUTTO SI ROTTAMA

ecopiazzolaMia mamma mi ha raccontato che, quando mio fratello era piccolo e rompeva perché voleva che gli comprassero sempre qualcosa, esasperata dalle continue richieste gli chiese se conoscesse solo il verbo “comprare“. Lui, impassibile, rispose: “No, conosco anche ‘rompere’ e ‘buttar via’ “. Si può dire che a mio fratello mancasse del tutto lo spirito ecologista.

Ci si avviava verso la fine degli anni ’50 e verso il boom economico: “buttar via” era effettivamente un verbo molto in voga. Ciò che era vecchio e considerato antiquato doveva essere sacrificato in nome del benessere, di una vita migliore, fatta di agi e capricci. Non per tutti, ovviamente, ma le disparità tra chi aveva tutto e chi niente forse non era accentuata come ai giorni nostri.

Oggi, infatti, cerchiamo di risparmiare. Ad esempio, se un elettrodomestico o uno strumento tecnologico (pc, stampante, router …) non funzionano, perché mai devo cambiarli? Si possono riparare, no?

No che non si possono riparare. La risposta di chi fa assistenza è sempre quella: le conviene comprarne uno nuovo.
Certe volte, però, io faccio resistenza. Il televisore, per esempio, alcuni anni fa si era rotto e mio marito si era fatto convincere a buttarlo via. Io, però, mi opposi. Chiesi quanto sarebbe venuta a costare la riparazione e mi dissero 100 euro. Bene, una tv nuova, anche se ultimo modello con schermo piatto e tutte le diavolerie del mondo, allora costava quasi 600 euro. La riparazione, garantita per un anno, si rivelò la scelta vincente per due motivi: nel frattempo i costi dei nuovi apparecchi televisivi sarebbero scesi e la vecchia tv continuò a funzionare per tre anni e fu cambiata solo perché mio marito ne voleva una moderna.

Insomma, si rompe l’aspirapolvere e non conviene ripararla. Cessa di funzionare il frigorifero e non si trovano più i pezzi di ricambio. Lo sbattitore ha una frusta “pendula” perché si è rotto un cosino insignificante che la blocca ma non si trova più il pezzo (mio marito, però, si è ingegnato e l’ha sostituito con, udite udite, un pezzetto di scheda telefonica … vabbè, non ha funzionato per molto tempo).
Non parliamo della stampante: la potevano riparare ma avrei dovuto spendere 10 euro di più rispetto alla nuova. Il lettore cd? Sono anni che non lo uso perché lo sportellino non si chiude e il gommino che serve allo scopo non è più in produzione.

L’ultima rottura – in tutti i sensi – risale a stamattina: il ferro da stiro. Il responso del tecnico è stato quello di sempre: non le conviene ripararlo. Corsa al supermegastore (li odio!) sfidando il nubifragio incombente, per acquistare il ferro nuovo, fortunatamente pagato quasi interamente con i punti benzina di mio figlio che mi ha fatto pesare non poco l’indebito utilizzo del suo bonus. Alle mie rimostranze: “La benzina l’avrai pagata tu ma sono io che stiro le tue cose“, con aria trionfale e sorriso sardonico ha replicato: “Così non potrai dire che non hai stirato perché non hai avuto tempo“. 😦

Sapete quali sono invece gli artigiani che lavorano più di prima? I sarti e i calzolai. Avevo una riparazione urgente da fare (solitamente chiedo a mia mamma ma, non abitando qui, devo aspettare di vederla e se la cosa è urgente …) e mi sono recata in una sartoria aperta da poco dove mi hanno detto che, essendo pieni di lavoro, non potevano farmi il lavoro in meno di una settimana. Evidentemente la gente non si rifà più il guardaroba e si accontenta di fare un restyling ai capi che possiede.

Il calzolaio è l’unico a non dirmi mai che la riparazione non merita. Avevo un paio di stivali e uno di sandali che mi calzano benissimo. Da notare che ho nelle scatole calzature quasi nuove che non posso indossare perché ogni volta vedo le stelle. A quel punto, fregandomene del “sono vecchi potrei anche buttarli”, li ho fatti riparare per la modica cifra di 33 euro. Ma la soddisfazione di non aver buttato via qualcosa cui tenevo non ha prezzo!

FIDANZATI PRO TEMPORE

fidanzati
Una volta il fidanzamento era una cosa seria. E doveva esserlo per forza: la parola, infatti, rimanda al latino fides che significa “fedeltà” ma anche “parola data”.

Nell’antica Roma, ad esempio, il termine che rimandava alla promessa di matrimonio era sponsalia. Poi noi abbiamo adottato le parole sposo e sposa per indicare i coniugi ma in realtà i termini sponsa e sponsus identificavano proprio i fidanzati. Non lasciamoci ingannare dalle parole, comunque. Per noi hanno un non so che di romantico mentre nell’antichità il fidanzamento costituiva praticamente l’atto preliminare di compravendita: lo sponsus, infatti, il giorno del fidanzamento donava sì alla donna l’anello nuziale (anulus pronubus), simbolo di fedeltà, ma consegnava anche al futuro suocero una caparra (arrha), quale pegno del contratto matrimoniale.

Ma veniamo a tempi più recenti.
Tra pochi giorni ricorre il trentesimo anniversario del mio fidanzamento. Noi abbiamo fatto le cose per benino: pranzo con i parenti, strettissimi perché altrimenti ne sarebbe uscita una specie di prova generale del pranzo di nozze, e scambio degli anelli, brillante per me e anche per lui (più piccolino, eh!). Ricordo che, per non gravare sul bilancio familiare dei miei, ho venduto un po’ di ninnoli ricevuti in occasione del battesimo e della Prima Comunione, anche se mia mamma non ne voleva sapere. Ma, insomma, un po’ di orgoglio ci vuole in certe situazioni. Mi fidanzavo io con lui mica i miei!

Poi, la tradizione voleva che il matrimonio si celebrasse entro un anno dal fidanzamento ufficiale anche se noi ne abbiamo attesi due … causa mia, dovevo laurearmi e, onestamente, di tempo per pensare alle nozze non ne avevo.

Ricordi romantici che, comunque vadano le cose, rimarranno per sempre impressi nella mente e nel cuore.

Ma ora?
Non se se ci avete fatto caso ma, specie quando si parla di vip, basta che due vengano visti assieme ad una cena e dal giorno dopo sono fidanzati. Poi magari questa sorta di fidanzamento dura un mese o due. Nei casi più fortunati qualche anno e immancabilmente il fidanzamento si rompe senza che i diretti interessati convolino a giuste nozze.

Non sarebbe più semplice usare parole come “compagno/a”, ragazzo/a”, “simpatia” (per legami che sorgono all’alba e si concludono al tramonto)?

Sarò fissata, ma io alle parole do un certo significato. Anche a casa, quando parlo delle ragazze dei miei figli, dico “ragazza” mica fidanzata. Poi, anche se i legami durano per più di un anno, il termine “fidanzata” non riesco proprio ad usarlo. Forse perché uno dei due figli, soprattutto, è così volubile che di sentirmi ogni volta futura suocera proprio non ne sento la necessità.

[immagine da questo sito]

LUCARELLI OFFENDE L’INNOCENTE SANTIAGO E LA NONNA DE MARTINO LO DIFENDE

Santiago De Martino
A risvegliarci da questo sonnolento e caldo week-end postferragostiano ci pensa, fortunatamente, Selvaggia Lucarelli. La giornalista, si fa per dire, e opinionista, idem, ha espresso il suo parere, modestissimo, sul bambino più famoso del web, che al Royal Baby fa un baffo: Santiago De Martino, il rampollo di casa Rodriguez. Perché, come fa notare la Lucarelli, alla fine ciò che conta è lei, la bella Belen, e il suo affettuosissimo e attaccatissimo clan. C’è pure qualcuno che, riferendosi alla fortunata coppia regina del gossip, parla dei Demartiguez.

Insomma, il piccolo Santiago, chiamato dalla mamma amorevolmente mi bombom, non sarebbe un bel bambino. Il fatto è che, visti i suoi bei genitori, forse ci si sarebbe aspettati un figlio più bello di quanto non sia Santiago.
Commenta Selvaggia: «Se po’ di’ che se so visti bambini più belli e che con una madre così a Santiago je poteva anda’ meglio o per punizione non riuscirò più a prendere sonno perché le gemelline di Shining mi fisseranno ai piedi del letto fino al 2018? No perché noi gli vogliamo bene uguale a Santiago eh».

Ora, lo stile Lucarelli personalmente non lo sopporto e poi c’è modo e modo di dire le cose. Il bambino, effettivamente, non è bellissimo ma, se posso esprimere il mio parere ancor più modesto di quello della Lucarelli, ha un faccino paffuto e simpatico e due magnifici occhi blu che raramente si son visti in un trottolino di pochi mesi.

Stupisce, forse, che in difesa del nipotino abbia parlato non una del clan Rodriguez (Belen, Cecilia, sua sorella, e la madre) ma la signora Maria Rosaria Scassillo in De Martino, mamma di Stefano. Con educazione e fermezza, oltreché con estrema obiettività, ha replicato al commento acido della Lucarelli: «Per mia abitudine non commento mai nulla, lo faccio per evitare di scatenare polemiche. ma stavolta no, non mi va giù! Fin quando si toccano Stefano e Belen, diciamo che, come dicono i soliti stupidi, fa parte del gioco, del rovescio della medaglia dell’essere famosi. Ma quando si parla di un bambino le bocche dovrebbero tacere. Non perché Santiago oggettivamente è un bambino bellissimo, ma perché dare dei giudizi su un’anima innocente è cattiveria, perfidia. Ricordiamo ogni tanto alla signora Lucarelli che se non ci fossero persone come Stefano e Belen lei non avrebbe motivo di esistere e dovrebbe a quel punto imparare un vero mestiere per poter continuare a vivere. Perché a dire il vero non solo loro ma anche tante altre persone non sanno ‘sta Lucarelli che mestiere fa!»

Vi risparmio la risposta, ancor più acida, della Selvaggia di nome e di fatto. La potete leggere QUI. Dirò solo che la signora Lucarelli, dall’alto della sua laurea in giornalismo, fa notare alla nonna di Santiago l’ignoranza del congiuntivo. Vi basti questo.
Infine, a sua discolpa, invita i felici genitori a postare le foto dei tramonti a Formentera anziché dei bambini se non volete che se ne parli e finisce lì.

Su quest’ultima affermazione vorrei soffermarmi a riflettere.
Fin da quando è nato il bambino, i due promessi sposi (hanno annunciato le nozze per il 20 settembre) non si sono mai sottratti ai flash dei fotografi. Voi direte: ma neanche prima, anzi, si può dire che fra i paparazzi ci sguazzassero ben volentieri, anche dopo l’incidente in moto occorso ai due agli inizi della loro relazione. Quello che, secondo me, è ammirevole è il fatto che tutte le fotografie e i video che hanno come protagonista Santiago De Martino sono stati pubblicati su Fb e altri canali pubblici e gratuiti. Nessuna esclusiva a pagamento per i giornali di gossip e questo è notevole. Poi, cosa avverrà per le nozze non è dato sapere ma già il fatto di non aver messo in vendita le foto del piccolo fa loro onore.

Quando alla nonna De Martino, le vorrei dire: suvvia, non sia così severa nei giudizi, in fondo da buona napoletana dovrebbe sapere che ogni scarrafone è bello a nonna sua.

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