SIETE IN CERCA DI UN BEBÉ? NON TENTATE D’ESTATE… O FORSE SÌ


L’Italia è un Paese di vecchi. Negli ultimi 50 anni le nascite non sono solo calate drasticamente ma più che dimezzate: si è passati da una media di 2,4 figli per donna, a 1,3 e le mamme sono decisamente più vecchie, con un età media di circa 32 anni. Gli uomini, invece, diventano padri circa a 35 anni.

Spesso il desiderio di mettere su famiglia c’è ma o non viene realizzato per problematiche dovute perlopiù a motivi economici oppure si rimanda la nascita del primo figlio che è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere unico.

Il demografo Alessandro Rosina spiega che spesso ciò succede «perché i giovani sono sempre più costretti a spostare in avanti il percorso di raggiungimento dell’autonomia rispetto ai genitori, e l’età media di uscita da casa è ormai a 30 anni, mentre nel resto d’Europa si attesta sotto i 25. E una volta che si arriva a una certa autonomia, le possibilità sono due: o rinunci ad avere un figlio, o non vai oltre il primo. Non a caso, il numero medio di figli per donna da noi è di 1,34, tra i più bassi d’Europa, dove pure la fertilità resta comunque ai livelli minimi. Non si va oltre il primo figlio sia perché il primo si fa già molto tardi, e quindi poi sorgono le complicazioni legate all’età, sia per difficoltà economiche, legate all’assenza o alla precarietà del lavoro e all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia».

Tralasciando le questioni economiche che certamente mettono un freno, bisogna anche considerare che il cosiddetto orologio biologico è implacabile ma non, come si è portati a pensare, solo per le donne.

Si sa che il declino della fertilità femminile inizia dopo i 35 anni, anche se già al compimento dei 30 una donna ha superato il picco di fertilità che inizia praticamente alla comparsa delle prime mestruazioni (tra i 10 e i 14 anni). Per l’uomo, invece, si è sempre pensato che non ci fosse un limite (celebre è il caso di Charlie Chaplin che ha fatto figli fino a 73 anni) e anche ora ci sono padri-nonni, ultracinquantenni, che in modo molto disinvolto continuano a far figli anche dopo i 60 anni. Tuttavia uno studio recente dell’Università di Harvard rivela che l’età degli uomini ha, sulle chance di iniziare una gravidanza, un impatto più significativo di quanto si creda.

L’infertilità oggi non può essere considerata un problema esclusivamente femminile. Un tempo, invece, la capacità di procreare da parte dei maschi era fuori discussione. Orgoglio maschile.

Una biologa esperta in riproduzione, Laura Dodge, ha studiato i dati relativi a 19 mila cicli di fecondazione in vitro eseguiti a Boston e dintorni tra il 2000 e il 2014. Le donne sono state suddivise in 4 fasce di età: sotto i 30 anni, tra i 30 e i 35 anni, tra i 35 e i 40 anni e tra i 40 e i 42 anni. Per gli uomini si è fatto altrettanto, con una fascia extra per gli over 42. A questo punto si è cercato di capire come l’età di lui o di lei potesse influenzare il successo del trattamento. La studiosa ha, quindi, scoperto che per le donne con meno di 30 e un partner tra i 30 e i 35 anni, le probabilità di nascita viva dopo fecondazione in vitro sono state del 73%; ma se l’uomo aveva tra i 40 e i 42 anni, le chance scendevano al 46%.

Ma lasciamo da parte dati e statistiche e andiamo al topic. C’è un periodo dell’anno più favorevole per l’inizio di una gravidanza? Parrebbe di sì: la primavera.

Una ricerca condotta dall’Ospedale universitario di Zurigo, pubblicata sulla rivista Chronobiology International, ha rivelato che il liquido seminale ha le dimensioni e la forma più salutari per fertilizzare un ovocita nei mesi di marzo, aprile e maggio. Ma non basta: anche l’ora in cui si consuma un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione avrebbe la sua importanza. I ricercatori svizzeri hanno analizzato 12.245 campioni di sperma provenienti da 7.068 uomini, raccolti presso il laboratorio di andrologia del Dipartimento di Endocrinologia Riproduttiva dell’Ospedale, tra il 1994 e il 2015, scoprendo che quelli raccolti al mattino presto, prima delle 7 e 30, hanno mostrato i più alti livelli di concentrazione spermatica e conta di spermatozoi, oltre che una loro morfologia, cioè una forma, normale.

Ora, questa cosa mi ha fatto tornare in mente le mie peripezie per rimanere incinta. Avevo appena 26 anni e ci misi ben 10 mesi prima di realizzare il mio desiderio di maternità. Ciò dimostra che anche quando la donna è nel picco di fertilità per età anagrafica, non significa che una gravidanza arrivi al primo tentativo.

Benché i medici – ne consultai più d’uno – mi dicessero che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché “i figli non arrivano quando decidete voi”, io e mio marito ci sottoponemmo a una serie di analisi per escludere un’infertilità patologica. Trovai un ginecologo, una specie di angelo (che comunque si intascò molte centinaia di migliaia di lire… ad ogni esame e/o visita partiva un centone), che prese a cuore la mia situazione e per eliminare ogni dubbio mi consigliò di sottopormi al post-coital test o test di Hühner. Si tratta di un esame di laboratorio che consente di studiare le proprietà del muco cervicale nel periodo periovulatorio, e permette di apprezzare la mobilità degli spermatozoi del partner all’interno del muco stesso. Il medico mi spiegò che ci poteva essere anche una sorta di incompatibilità tra il mio muco e lo sperma di mio marito… lascio immaginare lo sconforto provato nel pensare che forse non avevo trovato proprio l’anima gemella. 😦

Ma perché la ricerca svizzera (riportata dall’Ansa) ha risvegliato vecchi ricordi? Ve lo spiego: il post-coital test era fissato verso mezzogiorno, nell’ambulatorio del mio ginecologo. La regola dice che per questo test il rapporto sessuale deve aver luogo nelle 6-12 ore precedenti la raccolta del muco… quindi per noi quel mattino di 31 anni fa la sveglia suonò alle 6. Quella ricerca ancora non era stata fatta ma posso assicurare due cose: mettersi la sveglia per fare l’amore non è proprio il massimo e poi quel mese non rimasi incinta, anche se il mio medico confermò che era tutto a posto e che non c’era motivo di preoccuparsi. «Vada in vacanza» – disse, rassicurandomi – «non ci pensi, si rilassi e vedrà che presto rimarrà incinta.». Detto fatto.


Il 31 agosto del 1987, nel giorno del mio secondo anniversario di matrimonio, scoprii di aspettare il mio primogenito Matteo.

Lo so che la mia esperienza non conta nulla di fronte alle ricerche scientifiche ma il mio intento, quando ho deciso di scrivere questo post, era quello di rassicurare chi desidera fortemente un bimbo che pare non abbia intenzione di arrivare. Potete fare l’amore a qualsiasi ora e stagione ma, come disse il mio ginecologo-angelo, “i figli non arrivano quando decidete voi”. E ciò vale, purtroppo, anche per tutte le gravidanze indesiderate che spesso finiscono con un’interruzione volontaria.

Il mio primogenito aveva solo 14 mesi quando scoprii di essere nuovamente incinta. Confesso che non piansi di gioia, come per il primo, ma nemmeno per un istante pensai di non volere quel figlio che non era proprio un campione di tempismo. Ricordo che quando mi recai dal ginecologo per metterlo al corrente del fatto e timidamente protestai perché ci avevo messo tanto per il primo mentre questo bimbo era stato concepito senza il minimo sospetto al 26° giorno del ciclo, il medico disse: “Be’, signora, una volta aperta la strada…”.

[fonti: focus.it; ivitalia.it; adnkronos.com; vanityfair,it; immagine 1 da questo sito; immagine 2 da questo sito; immagine 3 da questo sito; immagine 4 da questo sito]

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IL MATRIMONIO IN ITALIA: BELLO, CARO MA DURA POCO

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Più convivenze che matrimoni. Questa sembra essere la regola, di questi tempi. Ma convolare a nozze non è ancora passato di moda anche se spesso ci si sposa “tardi”, si sostengono spese assurde a costo di indebitarsi per i prossimi dieci anni… e magari il matrimonio dura di meno!

Iniziamo dall’età. In Italia ci si sposa, in media, a 35 anni (per lui) e 33 (per lei). Secondo una ricerca condotta da Zankyou, portale di nozze, sui 20 Paesi presi in considerazione, l’Italia si è classificata agli ultimi posti. Eppure un’altra ricerca, condotta da Nicholas Wolfinger, sociologo americano e insegnante presso l’Università dello Utah, rivela che le possibilità di divorzio tra le coppie di sposi dipendono dall’età e che il periodo migliore è compreso tra i 25 e i 32 anni. Quindi, stando a questi dati, gli sposi italiani hanno maggiori possibilità di divorziare.

Ma quanto dura un “matrimonio all’italiana”? In media 15 anni (dati ISTAT 2013), anche se è appurato che la passione ha una vita molto più limitata: 2 anni appena. Ma non bisogna disperare: se si rimane assieme, pare che dopo una fasce discendente si verifichi un altro picco di passione in età matura. Sarà vero?

Ma torniamo ai novelli sposi.
Uno dei motivi per cui non ci sposa oppure si rinvia di anni il matrimonio, preferendo a volte una convivenza more uxorio, è la spesa cui si deve far fronte per rispettare la tradizione: abiti, bomboniere, ricevimento, viaggio di nozze… Insomma, parliamo di cifre di cui i giovani e giovanissimi non dispongono, complice anche l’incertezza lavorativa, con contratti che non garantiscono una sicurezza a lungo termine.

Solo per il ricevimento, ad esempio, gli sposi italiani si accollano una spesa notevole: in media 130 euro a persona. Naturalmente, nelle classifiche si collocano ai primi posti per numero di invitati: tra i 100 e i 200. Fate un po’ il conto voi!

Le famiglie aiutano relativamente perché spesso i giovani che desiderano sposarsi si indebitano: ben il 68% di coppie chiede un finanziamento per sostenere le spese.

In conclusione: in Italia il matrimonio è “attempato” (insomma, relativamente…), costa molto e dura poco. Ma non è detto che un’unione non possa essere felice per tutta la vita. Dipende da tanti fattori: la stima, la fiducia, i compromessi… soprattutto l’amore.

Ci si ama ogni giorno di più o di meno. L’amore non ammette punti morti,
se non cresce cambia direzione
.

(Elie Wiesel)

[Fonti: linkiesta.it, lovopedia.net immagine da questo sito]

SE IL TOPLESS IN SPIAGGIA E’ QUELLO DI BIANCA BALTI… CHE ALLATTA

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Ho più volte affrontato il tema dell’allattamento al seno sul mio blog principale (in particolare QUI e QUI). Nell’ultimo post cui rimando sono stati postati molti commenti, tutti favorevoli all’allattamento materno, ma tra questi alcuni non condividevano il fatto di “esibire in pubblico” il seno mentre si allatta. Naturalmente il problema, in questi casi, non è mai la mamma, che considera quel gesto il più naturale del mondo e, quindi, nulla da nascondere; il disagio è, invece, quello di chi, pur senza volerlo, assiste a questo “spettacolo”.

Una polemica del genere è stata recentemente suscitata dalle foto postate sul web da una nota modella italiana, Bianca Balti, mamma di due bambine, l’ultima delle quali, nonostante abbia superato l’anno di età, viene ancora allattata al seno.

La modella ha postato su Instagram delle foto in cui la sua bambina, Mia, è attaccata al seno in spiaggia, in un luogo pubblico. Questo scatto ha attirato le critiche di molte persone, eppure il brelfie (il selfie durante l’allattamento sui social) sembra essere una vera e propria moda nello star system. La Balti non è la prima e neanche l’ultima a mostrarsi con la piccola attaccata al decolleté. Inoltre non vedo dove sia il problema visto che nelle spiagge italiane il topless è diffuso, anche se in minor misura rispetto a un tempo. Quindi, ciò che disturba pare essere non il seno al vento di per sé, quanto il fatto che si “pubblicizzi” una azione che dovrebbe rimanere privata.

In genere, non apprezzo molto che le “dive” postino selfie di continuo sui social, solo per dimostrare quanto sono belle, magre e ben vestite. Trovo che sia puro esibizionismo e non capisco il motivo per cui queste foto ottengano migliaia di “like”. Ma il caso di Bianca Balti è diverso. Vi spiego perché.

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La modella, tempo fa, era stata criticata per aver mantenuto qualche chilo in più dopo la gravidanza (vedi foto in alto). Vi posso assicurare che, nonostante quello non fosse il suo peso forma, avrei voluto che la mia bilancia lo segnasse.
Ora, a distanza di mesi, Bianca è rientrata nella taglia 40 (beata lei!), con qualche sacrificio, sì, ma senza rinunciare all’allattamento. Chi ha un minimo di esperienza in materia, saprà che è molto difficile far scendere l’ago della bilancia finché si allatta un neonato. Mia, però, ha un anno e allattarla non richiede certamente lo sforzo e l’impegno dei primi mesi. Trovo, quindi, che le foto postate da Bianca Balti siano un messaggio positivo in tal senso.

Un altro motivo per cui non ritengo disdicevole il brelfie è che una “voce” autorevole, trattandosi di un personaggio noto, sia sempre utile per incoraggiare le donne ad allattare i bambini. Non dimentichiamo che il latte materno è in assoluto il miglior alimento per un neonato e che l’allattamento al seno dovrebbe essere protratto per almeno sei mesi.

C’è ancora un motivo per cui approvo la decisione della Balti di postare le foto: il fisico bello, tonico, non eccessivamente magro, serve a screditare le voci secondo le quali la gravidanza sia da considerare un demone per le donne che “usano” il proprio corpo per mestiere (spero di non essere fraintesa!).
Sono sempre più le modelle o donne dello spettacolo che non rinunciano alla maternità. E pazienza se fanno un po’ di fatica per smaltire i chili di troppo (la Balti in gravidanza è aumentata di 20 kg, il che mi pare anche eccessivo) o se le curve sono più generose dopo una o più gravidanze. La maternità, in ogni caso, rende ancora più bella qualsiasi donna.

[fonte della notizia Corriere.it da cui è tratta anche l’immagine selfie; altra immagine da questo sito]

PANCIONI AL VENTO

pancioni al mare
Sarò all’antica, anzi, è inutile che usi il futuro dubitativo: lo sono. Punto.
Io non posso vedere al mare le future mamme in bikini. Almeno non quelle dal sesto mese in su.

Grazie al cielo ho partorito un figlio ad aprile e uno a marzo. Al mare con il pancione, quindi, non ci sono mai stata. Ma se mi fossi trovata incinta d’estate, avrei certamente indossato uno di quei costumi interi con tanto di gonnellino che si usavano allora. Certo, anche venticinque anni fa c’erano le mamme col pancione che prendevano il sole in bikini, ma erano rare. E oggigiorno non pretendo certo che le future mamme si presentino in spiaggia con costumi premaman antiquati. Secondo me, come sempre è preferibile la giusta via di mezzo.

Martedì ero al mare e di future mamme ne ho viste parecchie. Da un lato ne sono felice perché, nonostante i tempi siano quelli che sono, c’è ancora chi ha il coraggio di metter su famiglia. Inoltre, sono stata piacevolmente sorpresa nel vedere delle mamme giovani. Una rarità, di questi tempi, visto che l’età delle primipare va sempre più in là, verso i 40 anni e oltre. E non parliamo delle mamme cinquantenni.
Dall’altro lato, non capisco questo bisogno di prendere sole sul pancione. A parte che non ne vedo la necessità in assoluto, visto che le donne normali, quelle che poi non vanno a finire sulle copertine delle riviste, difficilmente escono con la pancia di fuori. Anch’io, del resto, prendo sole in bikini ma solo perché il costume intero mi fa sudare troppo. Avessi, però, un pancione di sette-otto mesi eviterei.

L’altro giorno la mia attenzione è stata catturata da una mamma, incinta credo all’ottavo mese e con un bimbo di un paio d’anni. Era seduta sulla riva del mare all’ora di pranzo. La temperatura era prossima ai 30°C. Ho pensato fosse un’incosciente, per sé e per il bambino. Indossava un costume due pezzi rosso e aveva la faccia più rossa del costume. Il bambino era bordeaux e non portava nemmeno un cappellino in testa. Ogni momento la poveretta si doveva alzare, con tutta la difficoltà immaginabile, e correre dietro al figlioletto che non ne voleva sapere di fare castelli di sabbia vicino a lei. Insomma, una vera tortura.

Le donne incinte le vedi lontano un miglio. Mi riferisco sempre a quelle dal sesto mese in poi. Procedono arrancando, con le gambe larghe, quando si chinano per prendere le palette e i secchielli dei figli piccoli non sono davvero un bello spettacolo.
A un certo punto ne vedo una nel mare, l’acqua le arrivava circa al pube. Aveva un pancione così basso e bello tondo, quasi un pallone di quelli che una volta si usavano per saltarci sopra, a mo’ di canguro. Ho temuto che fosse in procinto di sperimentare il parto in acqua sulla spiaggia di Grado.

huntziker incinta
Insomma, sarò una rompipalle, anzi lo sono, non serve il futuro, ma io questi pancioni al vento non li capisco. Poi vedo le foto delle mamme famose sulle riviste on line (nella foto in alto Michelle Huntziker che, però, è al sesto mese e ha un fisico che le può permettere di esibire il pancione ancora contenuto) e mi convinco che fanno scuola. E tutte, come brave scolarette, seguono la lezione.

Senza contare l’insana abitudine di dipingersi la pancia esibendo le foto sui social network. In questo caso, ha fatto scuola la cantante Elisa, ormai mamma bis. Inguardabile!

[foto sotto il titolo da questo sito, dove si trovano anche dei consigli per stare in spiaggia durante la gravidanza; foto Huntziker da Vanity Fair]