MEGHAN MARKLE, LA DUCHESSA SNOB: NIENTE COPERTINA DI VOGUE


Non sarà mai principessa e lo sa bene. Nelle vene della duchessa di Sussex, al secolo Meghan Markle, moglie del principe Harry, non scorre sangue blu e suo figlio Archie Harrison Mountbatten-Windsor è solo il settimo nella linea di successione al trono d’Inghilterra. Praticamente destinato a essere principe a vita, senza poter indossare la corona reale.

La duchessa Meghan, come tutti sanno, è un’ex attrice statunitense ma le sue origini in realtà sono afro-americane. Il suo sangue, in pratica, non solo non è blu ma è anche una specie di cocktail. Cosa che non è stata particolarmente apprezzata dalla famiglia reale ma tant’è, al cuor non si comanda e a quello di uno dei nipoti prediletti di Queen Elizabeth, Harry figlio del principe Carlo e della rimpianta Lady Diana, non si può di certo porre veti.

Donna di mondo, già divorziata, Meghan è una duchessa particolare, molto meno legata all’etichetta di Buckingham Palace, almeno rispetto alla cognata Kate Middleton, duchessa di Cambridge e moglie di William, fratello di Harry. Sarà per questo che ha accettato, sembra di buon grado, il ruolo di editor per un mese della prestigiosa rivista di moda Vogue. Una special guest in redazione, giusto il tempo di legare il suo nome al numero della rivista più importante dell’anno: quello di settembre.


Un ruolo che, a quanto pare, non ha precedenti: è la prima volta nei 103 anni di storia di Vogue in Inghilterra che la rivista cede il timone, seppur a tempo determinato, a un’ospite. Di ciò Meghan è certamente fiera anche se ha subito declinato l’offerta di comparire sulla copertina di settembre dell’importante rivista. “Sarebbe troppo vanitoso”, con queste parole si sarebbe giustificata. Molto meglio lasciare lo spazio non a una ma a ben quindici donne che, come si legge in una nota dell’account Sussex Royal, «alzano l’asticella per l’uguaglianza, la gentilezza, la giustizia, l’apertura mentale. Il sedicesimo spazio è uno specchio, inserito perché quando avrete il numero in mano, possiamo vedere voi stesse come parte del collettivo.».

Molto modesta, non c’è che dire. Tuttavia questo atteggiamento a me appare decisamente snob e la modestia non del tutto sincera.


Non dimentichiamo che la celebre cognata della Markle, Kate Middleton, è già comparsa come cover girl per Vogue in occasione del centenario di fondazione della rivista, quindi non su un numero qualsiasi.

Nemmeno la mancata suocera di Meghan, la principessa del Galles Diana Spencer, di nobiltà ben più antica degli stessi eredi della regina Elisabetta, disdegnò di comparire sulla copertina di Vogue. Non una volta ma ben quattro. La prima la ritrae nel giorno del suo matrimonio e uscì nell’agosto del 1981. L’ultima cover risale invece alla sua morte e fu pubblicata nel numero di ottobre del 1997. A parte la pubblicazione postuma, possiamo dire che con il suo consenso fu immortalata per ben tre copertine.


Ora io mi chiedo per quale motivo reale (nel senso di vero… mi si perdoni il gioco di parole!) Meghan abbia rinunciato ad essere cover girl per un giorno. “Troppo vanitoso”? Ma andiamo…

A me questo atteggiamento appare invece un po’ choosy nonché snob. A meno che la ragione non sia un’altra.

Da settimane, infatti, si rincorrono voci secondo le quali la duchessa di Sussex, leggermente appesantita dalla recente gravidanza, sia oggetto del cosiddetto body shaming. Si tratta di un vero e proprio esempio di cyberbullismo: con la diffusione sui social di fotografie che ritraggono gente più o meno comune, si assiste ad un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di chi non ostenta un fisico perfetto. Non stupiamoci che alcune persone appartenenti al mondo dello spettacolo e non solo, godendo di una certa fama, attirino le critiche degli hater. Cito un esempio abbastanza eclatante di cui ho parlato in un altro post: quello di Vanessa Incontrada che negli anni ha messo su qualche chiletto senza tuttavia perdere il suo fascino e la simpatia. Ma queste virtù per gli hater sono perlopiù trascurabili.

Tornando alla moglie di Harry, non si può certo dire che sia bellissima né che abbia lo stile e la classe della celebre cognata Kate. Di certo non può essere paragonata alla principessa Diana, ma chi potrebbe mai esserlo?
Forse avrà pensato che, con quei chili in più, avrebbe sfigurato se messa a confronto con le splendide donne di Casa Windsor che l’hanno preceduta.

Intanto, per non rischiare un sovrappeso irrecuperabile, la duchessa ha dichiarato che lei ed Harry non avranno più di due figli.

Chissà, magari Meghan è sincera quando sostiene che apparire sulla copertina di Vogue sia troppo “vanitoso”. Ciò non toglie che, affermando ciò, è come se considerasse troppo vanitose Kate e Diana.

[immagine sotto al titolo da questo sito; le cover di Vogue sono tutte tratte dal sito di IoDonna che è anche la fonte principale della notizia]

LETTURE SOTTO L’OMBRELLONE: “MEET ME ALLA BOA” di PAOLO STELLA

PREMESSA
I romanzi di cui tratto qui vengono denominati “letture sotto l’ombrellone” esclusivamente perché questo è un blog estivo e “vacanziero”. Guardando la homepage, si nota facilmente che i commenti sono classificati come “chiacchiere sotto l’ombrellone” e i lettori che costituiscono la cosiddetta comunity vengono chiamati “vicini di ombrellone”. Quando ho deciso di dedicare qualche post del mio temporary blog alle letture, mi è venuto spontaneo classificare la categoria come “Letture sotto l’ombrellone” senza l’intenzione di sminuire o giudicare mediocre un romanzo nel momento in cui decido di portarmelo in spiaggia. Per sapere quali sono le caratteristiche che per me deve avere un libro da leggere in spiaggia, leggete QUI.
Grazie.

L’AUTORE
Paolo Stella è nato a Milano il 12 marzo 1978 ma è forlivese d’adozione. Dopo la maturità scientifica si iscrive alla Facoltà di Architettura a Firenze senza portare a termine gli studi.
Fin da giovanissimo si sente attratto dal mondo dello spettacolo, grazie anche a un corso di teatro frequentato ai tempi del liceo. Decide quindi di proseguire su questa strada, seguendo un corso di teatro tra il 1993 e il 1997, partecipando a un seminario sul metodo Strasberg e ad alcuni laboratori tenuti da Francesca De Sapio.
Nel 2002 raggiunge la notorietà con la partecipazione al talent Amici di Maria De Filippi che gli permette di coltivare il suo talento d’attore, ottenendo delle parti in varie fiction tv (Incantesimo 7, Un ciclone in famiglia in cui recita per ben tre stagioni accanto ad attori del calibro di Massimo Boldi e Barbara De Rossi, Donna detective a fianco di Lucrezia Lante Della Rovere) e film come Last Minute Marocco, La terza madre, diretto da Dario Argento, e Penso che un sogno così. Dal 2004 al 2007 gira anche dei cortometraggi e degli spot pubblicitari.
L’amicizia con Emma Marrone, anche lei diventata famosa grazie alla partecipazione al talent Amici, ha portato Paolo Stella alla direzione creativa del videoclip del singolo L’isola della cantante salentina, in cui l’attore compare anche in un cammeo, e alla regia del video di altri due singoli, Effetto domino, in collaborazione con Alex Grazioli, e Mi parli piano in cui si vede un altro cammeo di Paolo.

Attratto anche dal mondo del web, nel 2011 inizia l’attività di blogger, seguita da quella di influencer, incominciata grazie alla collaborazione con la rivista on line Elle.it e incoraggiata dall’amore che Paolo nutre per gli scatti e soprattutto per la bellezza. Iniziando a seguire la moda e a scrivere per i giornali diventa una web star (quando si dice nomen omen…) molto seguita soprattutto su Instagram. Il trampolino di lancio nel mondo fashion è costituito dall’attività di testimonial per importanti brand che ha spinto Stella, poco più di un anno fa, a creare con due amici una società di web strategy: la Grumble Creative.

Nel frattempo Paolo coltiva anche la passione per la scrittura, fino alla pubblicazione che lui stesso definisce “casuale” del suo primo romanzo Meet me alla boa (Mondadori, 2018). In una recente intervista per Il Resto del Carlino, a firma di Stefania Cugnetto, racconta:

«Scrivo da sempre, in modo molto personale ed intimo. Anni fa curavo anche un mio blog ma la scrittura istantanea e veloce del web non soddisfa totalmente il mio bisogno di introspezione. Questo romanzo l’ho scritto sette anni fa, avevo bisogno di farlo per affrontare un momento doloroso della mia vita ma non avrei mai pensato di pubblicarlo».

Così un attore, regista e influencer con la pubblicazione di un romanzo rimasto a lungo nel cassetto è balzato in poche settimane al top delle classifiche dei libri più venduti di questa estate.

IL ROMANZO
In Meet me alla boa si racconta la storia d’amore tra Franci (Francesco Stella, personaggio che al di là del cognome ha molto in comune con l’autore Paolo) e Marti, nome che racchiude in sé quelli delle due nonne, Maria e Matilde, facile compromesso per non scontentare nessuno. Lui è un attore, lei fa parte del mondo della moda e ciascuno vive nelle due capitali consacrate: lui a Roma e lei a Parigi. Un incontro fortuito in occasione di un evento mondano parigino fa scattare quella scintilla che nessuno dei due aveva messo in preventivo: un colpo di fulmine che alla fine diventa una storia importante, più di quanto i due amanti riescano davvero a confessarsi.

L’incipit del romanzo è drammatico: un evento luttuoso costringe Franci a fare i conti con il dolore e l’assenza, metabolizzati in quei trenta passi (che caratterizzano anche i capitoli del romanzo) che l’uomo deve compiere, i più difficili della sua vita, fino alla consapevolezza che la sua esistenza non sarà mai più quella di prima.

Ci siamo toccati in questa vita, basta una volta, si rimane lì, collegati dalla verità di un attimo, per sempre. (pag. 201 dell’edizione citata)

Il mondo fatuo dello spettacolo e della moda, in cui ciò che conta principalmente è apparire, si fa pian piano squarciare dalla profondità dell’essere. Passo dopo passo, Franci ripercorre non solo le varie tappe dall’incontro con Marti fino all’ineffabile crudeltà del destino, ma attraverso la consapevolezza dei suoi errori, che paiono perseguitarlo fin dalla fanciullezza e che il ragazzo cerca di mascherare con un’illusoria sicurezza di sé, riesce anche a superare l’apparente fragilità grazie alla forza del suo amore per Marti.

E riderò di me e del mio prendermi sul serio, della mia assurda presunzione di essere meglio di qualcun altro, delle scelte da fare e delle persone a cui sorridere. […] E anche il giorno in cui venni a trovarti, Marti, e tu mi aspettavi in fondo alle scale della metro. E io, preso dall’entusiasmo, mi affrettai a raggiungerti. E inciampai. Caddi per tre rampe, mi si aprì la valigia e feci volare la mia roba dappertutto. E mi squarciai il mento. […] Ma alla fine di quella scala c’eri tu e andava bene così.
Anche con il mento rattoppato.
Anche con le mie mutande sparse per la metro.
Anche se avevo fatto la mia solita figura dell’imbranato.
Alla fine di ogni scala ci sei tu.
Alla fine si muore, e forse è questa l’unica cosa che può salvarmi adesso. (pp. 126-127 dell’edizione citata)

L’ultima volta che Franci e Marti si incontrano, alla stazione, lui viene derubato. Tutto perso, le mie foto, i miei video, quello che scrivo nelle pause, anni di piccole storie. (pag. 86)
Ma i beni materiali, quelle cose alle quali crediamo di non poter rinunciare, non sono solo cose che un ladro porta via, sono attimi di vita. Ciò che ci appartiene è un pezzo della nostra storia, ci si sente defraudati anche se in fondo si tratta solo di oggetti. Eppure c’è qualcosa di più profondo che scaturisce da un semplice furto: la consapevolezza della solitudine.

Non ho più le nostre foto. Mia madre direbbe: «Le persone importanti non rimangono nelle immagini, ma nel cuore, dove nessuno può rubarle».
A me pare che invece ti abbiano proprio rubata, strappata dal mio abbraccio, lacerando i pezzi della nostra storia. […]
Non credo che arriverò alla fine di questo corridoio vivo. È davvero troppo.
I miei buoni propositi, l’ottimismo a tutti i costi, quel bastardo di lato positivo da cercare in ogni cosa, la giusta prospettiva da trovare sempre in qualsiasi situazione… tutte minchiate. Finché pensavo fosse un cellulare, okay, si può anche fare. Ma ora no.
Sono solo. (pag. 88 dell’edizione citata)

Ma davvero tutto è perduto? No, c’è ancora una boa, quella boa cui aggrapparsi per rimanere a galla.

C’è un biglietto, strappato su un lato, scritto a penna blu. Riconosco la tua calligrafia perché è un casino.
Meet me alla boa.
Ogni volta che ne avrai bisogno
. (dalla quarta di copertina)

***

Dire quello che penso di Meet me alla boa è tutt’altro che facile.
Seguo Paolo Stella dal 2011, da quando dopo la perdita di un caro amico decise di aprire un blog su WordPress, Oh my blog! Fin da subito ho apprezzato il suo stile che in parte ho riconosciuto nel romanzo. Solo in parte perché ci sono le sequenze narrative che devono raccontare i fatti e Paolo adotta uno stile fresco e giovanile, non perfetto se vogliamo dal punto di vista linguistico, ma di ciò ha consapevolezza perché per lui la scrittura ha una funzione salvifica e in questo caso la creatività non è legata tanto alla penna quanto al mondo interiore che prepotentemente esce dalle pagine del libro. Infatti, in un’intervista per sportinromagna.it, alla domanda “Come ti sei approcciato alla stesura del libro?”, Stella risponde:

«Sedendomi alla scrivania e scrivendo. Senza mai aver fatto un corso di scrittura o avendo la minima idea della struttura di un libro. Semplicemente buttavo giù parole e pensieri e magicamente avevano un senso.»

Ma non c’è scrittura senza storia, senza ispirazione che proviene in parte dai fatti della vita, belli o brutti che siano. In Meet me alla boa, come spiega in numerose interviste l’autore stesso, ci sono molti elementi autobiografici. Non è un caso che il protagonista si chiami Francesco, un caro amico di Stella la cui morte rappresenta anche l’input per l’apertura del blog. Nello stesso blog troviamo un post che riprende il titolo del romanzo (o, per meglio dire, il romanzo riprende il titolo di quel post) e rileggendolo, dopo aver portato a termine la lettura dell’opera prima di Stella, ho ritrovato in nuce la trama stessa del libro.
Per questo motivo per me non c’è stato quell’elemento sorpresa – oh, ma questo influencer, questa web star sa pure scrivere e lo sa fare bene! – che forse ha colpito tanti nella lettura. Per me è stata la riscoperta di un Paolo-scrittore che avevo già individuato, anzi, che avevo incoraggiato a coltivare questa passione e, pur senza assumermi ovviamente alcun merito per il successo che il romanzo sta avendo e giustamente merita, sono felice che Paolo abbia potuto dimostrare anche il talento di scrittore.

Poi, accanto alla scrittura-che-racconta-storie c’è la scrittura dell’anima. Infatti nel romanzo lo stile cambia spesso, si fa più frammentato quando la parola scritta diventa veicolo dei moti dell’anima. Ed è questa senza dubbio la scrittura di Paolo che preferisco.

P.S. Nel post Meet me alla boa sul blog di Paolo Stella, il 6 gennaio 2012 ho lasciato un commento. Tra le altre cose, ho scritto: Non smettere di scrivere, non farlo perché la scrittura aiuta molto a superare i momenti difficili e ad indagare nella nostra anima.
Grazie per avermi ascoltato. 😉

[FONTI PER LA BIOGRAFIA: Wikipedia.it, Ansa.it, Il Resto del Carlino, da cui è tratta anche la foto che ritrae l’autore, Forlitoday.it, rockol.it, radiotitalia.it]

USA: 19ENNE CACCIATA DAL CENTRO COMMERCIALE PERCHÉ IN SHORT O PERCHÉ IL FISICO NON È PERFETTO?


Leggo sul Corriere.it che in Alabama una ragazza di 19 anni è stata allontanata da una boutique del centro commerciale Belleair Mall di Mobile perché i pantaloncini troppo corti e aderenti avrebbero attirato l’attenzione dei clienti turbandoli. Dopo essere stata cacciata, Gabrielle Gibson si sente umiliata e posta sul suo profilo social il selfie che la ritrae con l’abbigliamento incriminato (vedi foto sotto il titolo, tratta dal medesimo link del Corriere.it). Il risultato? Il post è rimbalzato su moltissimi tabloid anglosassoni, dal Mirror al Sun, diventando una notizia, soprattutto perché la giovane Gabrielle ha dato una personale interpretazione a quanto successo.

La ragazza, infatti, crede che siano state le sue forme rotonde contenute a stento nei pantaloncini di jeans, piuttosto che l’outfit scelto in una caldissima giornata estiva, a suscitare l’imbarazzo e la reazione del personale che Gabrielle definisce “bigotta”. Tant’è che lo stesso giornalista del Corriere.it, Giuseppe Gaetano, conclude l’articolo con questo quesito: «vigilantes e direttore avrebbero reagito con lo stesso zelo se, invece della povera Gabrielle, si fosse presentata alla cassa Naomi Campbell in calzoncini strappati e maglietta sopra l’ombelico?».

Non è difficile credere che la maggior parte degli utenti del web abbia dato ragione a Gabrielle. La giornata era caldissima quindi è giusto alleggerire l’abbigliamento tanto più che stiamo parlando di una 19enne che dovrebbe aver il diritto di vestirsi come preferisce senza dover dar conto a nessuno. Altro discorso, infatti, si potrebbe fare per una donna in età che, caldo o non caldo, non dovrebbe mai andare oltre a un certo limite di decenza. Pure nel caso di Naomi Campbell, splendida 48enne con un fisico da paura, un abbigliamento come quello di Gabrielle sarebbe comunque poco indicato.

Quale sia la verità non è dato sapere. Ma qualora avesse ragione la ragazza, è necessario riflettere sui modelli che il web ha portato avanti negli ultimi anni, almeno negli ultimi 10.

Come i corsi e ricorsi storici, la moda degli short ritorna almeno ogni vent’anni. In auge negli anni Settanta, furono lasciasti nel cassetto fino ai Novanta, rispolverati e così via per gli anni successivi, fino ai giorni nostri.

Scriveva Maria Teresa Veneziani, sempre sul Corriere, nel 2015 in un articolo intitolato Quegli shorts troppo corti che scandalizzano gli adulti:

Gli short sono tornati. Invadono città assolate, parchi e notti d’estate, massimo simbolo di violazione autorizzata dei canoni estetici e non solo. […] Il buon gusto è il solo limite, risponderebbero stilisti incontestabili. Ma la storia della moda è lì a dimostrare che il concetto di buon gusto cambia. […] E pazienza se il nuovo short in jeans troppo strizzato e stretto, agli occhi degli adulti rischia di alimentare esibizionismo e voyerismo.
Per le ragazze è semplicemente la divisa in cui si riconoscono. L’affronto agli adulti che un po’ le osservano severe. Una violazione autorizzata dalla moda da rendere pubblica e condividere sui social.

La mania dei selfie postati in rete dalle donne di spettacolo in lingerie o in ogni caso con abbigliamento provocante e succinto – siano esse attrici, modelle o fashion blogger – non costituisce un buon modello soprattutto per le ragazze giovani. Esibire un fisico perfetto, senza un filo di pancia, con il seno rifatto, il lato b allenato con ore di palestra (sempre che non ci sia anche lì lo zampino del chirurgo estetico…) può veicolare il messaggio secondo il quale solo la perfezione estetica rende la donna attraente e desiderabile.


Ma, come cantavano Jo Squillo e Sabrina Salerno all’inizio degli anni Novanta, oltre le gambe c’è di più (perdoniamo la svista sintattica). E pazienza se anche le due cantanti si esibivano in abiti succinti e se proprio negli anni Novanta ci fu un revival dei pantaloncini. Quel che conta non è necessariamente da esibire perché se è vero che oltre le gambe c’è di più è anche vero che una testa pensante spesso fa scappare gli uomini e non li attira come i pantaloncini o gli abiti succinti in generale. Poi, se c’è qualcuno che rimane e non si dà alla fuga, allora è il momento di dimostrarsi interessate e poco importa se c’è un po’ di cellulite sulle cosce e se il punto vita misura più di 60 centimetri.

[foto Jo Squillo e Sabrina Salerno da questo sito]

LE GIACCHE DI MELANIA

In Europa noi abbiamo la cancelliera Angela Merkel, fan delle giacche. Ne sfoggia di ogni taglio e colore ma, purtroppo, in quanto a stile lascia un po’ a desiderare.

Oltreoceano c’è un’altra fan delle giacche che però non sfigura mai, nemmeno se ne indossa una in vendita da Zara al costo di 39 dollari.

Sto parlando, ovviamente, di Melanija Knavs, ex modella slovena naturalizzata americana, meglio nota come Melania Trump. Tanto detesto il marito Donald, Presidente degli USA, quanto adoro lei, il suo stile e la sua eleganza, la capacità di essere sempre a posto, educata e modesta, se vogliamo. Non deve essere facile quando ci si porta appresso un marito ingombrante come il suo. Ma tant’è, di sicuro ha fatto bene i conti quando l’ha sposato, anche se probabilmente non aveva idea che un giorno sarebbe diventata non una semplice first lady ma la first lady.


Il parka indossato nella recente visita a McAllen, sul confine tra Texas e Messico, al campo dei bambini che il marito aveva separato dai genitori emigranti si adattava perfettamente alla situazione. Non entro nel merito della questione (sappiamo tutti che se il Presidente Trump ha cambiato idea lo si deve alla moglie che si è immediatamente dissociata), mi limito solo a parlare della giacca che ha suscitato non poche polemiche per la scritta sulla schiena: “I really don’t care. Do U?”. Il marito si è affrettato a spiegare, tramite Twitter, che il disinteresse della moglie era rivolto alla fake news e non alla “questione migranti”.

Rimane il fatto che l’outfit di Melania era impeccabile pure indossando un capo da pochi dollari, pantaloni bianchi e sneakers della stessa tinta. Con l’abbronzatura, poi…

Certo non sempre Melania fa i suoi acquisti negli shop on line a buon mercato. Diciamo che gli stilisti fanno a gare per vestirla. Come dar loro torto?


Il 27 maggio 2017, in occasione del G7 che si è tenuto nella splendida Taormina, Melania Trump ha scelto di vestire italiano, indossando un’eccentrica giacca di Dolce & Gabbana. Si tratta di un capo molto appariscente (anche se non credo che intenzionalmente volesse oscurare le altre first lady presenti) con fiori in rilievo che, diciamolo, addosso a un’altra avrebbe potuto apparire un po’ kitsch, anche per la presenza sovrabbondante della pochette in pendant. Lei, però, era semplicemente divina.


Tutt’altro abbigliamento è stato scelto quando sono stati ospiti a casa sua il Presidente francese Macron e signora. Melania ha scelto un total white di Michael Kors Collection, rubando la scena, questa volta sì, a Brigitte Macron che tuttavia era molto elegante con addosso un capo di gran pregio firmato Louis Vuitton.
Oltre al discusso cappello, la particolarità della mise di Melania stava soprattutto nella giacca che accompagnava il tubino al ginocchio: il taglio asimmetrico con il cannoncino sul lato sinistro e la cintura alta che stringe la vita non è di certo un capo che ogni donna possa indossare con disinvoltura.


L’eleganza e la sensualità di Melania non vengono meno neppure quando la giacca, accompagnata dal pantalone a formare il tailleur, ha un taglio maschile.
In occasione del recente incontro alla Casa Bianca tra il Presidente Donald Trump e il primo ministro canadese Justin Trudeau, la first Lady americana ha indossato un tailleur grigio e gessato firmato Ralph Lauren. I pantaloni a palazzo con vita alta e lunghi oltre misura si accompagnavano alla giacca a un solo bottone, lasciata aperta e morbida. La camicia bianca abbottonata fino in gola era resa meno formale da una cravatta nera senza nodo. A dare un tocco di femminilità al look mascolino, le scarpe décolleté dal tacco altissimo che, però, erano coperte dai pantaloni.

Lo scorso settembre, durante un incontro con il principe Harry d’Inghilterra, Melania ha osato forse un po’ troppo, a mio parere, nell’indossare un tailleur più femminile ma che, forse a causa dei pantaloni troppo larghi e della giacca a doppio petto che non le cadeva a pennello e le allargava il giro vita, non mi è parso un look vincente. Il completo di Dior aveva una fantasia pied de poule che tendenzialmente ingrassa e non rende giustizia nemmeno a un fisico da mannequin come quello della signora Trump.

Molto più graziosa, secondo me, quando indossa la gonna (a meno che non si tratti di un abbigliamento casual come quello con il parka verde).
Certamente elegantissimo, ma non apprezzato da tutti, il completo azzurro indossato in occasione dell’insediamento del marito Donald un anno e mezzo fa. Anche questa volta il “mago” è lo stilista Ralph Lauren che forse si è ispirato al look anni Sessanta della First Lady più amata dai cittadini americani: Jacqueline Kennedy. La giacca molto corta copriva un abito semplicissimo a tubino, ma le maniche a tre quarti, impreziosite dai guanti lunghi in tinta, e il collo a scialle molto alto, hanno creato un capo elegante e raffinato. I capelli raccolti, che la signora Trump non ama molto, davano il tocco finale a un look azzeccato per l’occasione.

Ciò non toglie che Melania riesca ad essere speciale anche vestendo un semplice completo verde militare.
A pochi mesi dall’insediamento del marito alla Casa Bianca, durante la visita del Presidente argentino Mauricio Macri e consorte, l’ex modella ha scelto un completo stile militare, reso sexy dall’apertura di alcuni bottoni laterali della gonna stretta, opera dello stilista franco-americano Joseph Altuzarra. Anche questa giacca che accompagna il tubino è impeccabile: la vita stretta e le vezzose bordure presenti su entrambi i capi, rendono il completo meno militare e più elegante. Completano il tutto le décolleté bicolor, naturalmente dal tacco altissimo, firmate dallo spagnolo Manolo Blahnik.

Insomma, con la sua eleganza e con il suo guardaroba quale donna non vorrebbe essere al suo posto? Certamente non al fianco del marito Donald Trump. Ma questo è un dettaglio.

[IMMAGINI DA: Amica; Quotidiano.net; Amica; donna.fanpage; footwearnews.com; adnkronos.com]

LE ADOLESCENTI E L’ESTATE: MODE PERICOLOSE

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Nell’adolescenza ci si costruisce un’immagine ideale di sé basata sui criteri del gruppo, delle sue mode, della sua morale, dei suoi valori. Ci si sente belli o brutti nella misura in cui ci si avvicina o meno a questa immagine ideale di sé. Seguire una moda, quella del gruppo, è un modo di affermarsi e anche di portare la divisa del gruppo, ciò che gli altri hanno deciso di indossare. È un segno di allineamento, di integrazione; nella moda e nel gruppo (il «branco») ci si sente spesso al riparo. Dal momento che non ci si piace più, si cerca di vedersi belli nello sguardo degli altri.
Ma le mode cambiano incessantemente e i canoni della bellezza mutano a seconda delle epoche e delle culture. Per seguire una moda si finisce spesso con il nascondere le cose belle e mostrare ciò che di meno bello si possiede.
[F. Dolto, I problemi degli adolescenti, Milano, Tea Pratica, 1998]

Quanto possono essere considerate attuali queste considerazioni della pediatra e psicoanalista francese Françoise Dolto? Ancora più attuali, direi, se consideriamo che oggi, con la diffusione dei social network e la continua connessione dei giovani con il mondo web, la moda del gruppo non è più solo relegata all’interno delle amicizie di scuola o di cortile, ma è molto più ampia e i miti non sono più la ragazza bella, bionda, con gli occhi azzurri e abiti griffati del proprio giro o il belloccio di turno, attorniato da ragazze in adorazione, ma quelle persone irraggiungibili, che non sono a portata di tatto, che fanno capolino dagli smartphone e dai tablet, a ricordarti che tu, ragazza/o “normale”, sei una nullità. Almeno questo è ciò che pensano i giovani d’oggi alle prese con i modelli ammiccanti dalle foto postate su Fb o Instagram.

Tutto questo, a detta degli specialisti, è oltremodo dannoso per le giovani menti ancora in cerca di una identificazione in un mondo sempre più globale.

Come osserva Maura Manca sul blog Adolescienza, i social stessi diventano testimoni delle problematiche alimentari, specialmente nella stagione estiva in cui quasi ogni centimetro del proprio corpo è esposto alla sguardo di milioni di utenti. Sto parlando ovviamente dei corpi in “vetrina”, perfetti grazie alla natura benevola o, con maggiore probabilità, ai trucchi di photoshop, che tante adolescenti – perché le femmine su questo argomento sono più suscettibili – ammirano quasi in adorazione tentando di avvicinarsi almeno un po’ a quei modelli di bellezza ideale.

Continua Manca, riferendosi all’adolescenza:

«È un’età difficile, ricca di contrasti emotivi che prendono forma sulla forma corpo. L’autostima spesso è legata alla propria immagine corporea che a sua volta è legata ai canoni estetici imposti dalla società. La loro vita è accompagnata da conflitti e ring interni in cui accettazione e non accettazione dibattono quasi quotidianamente.

Il peso dell’approvazione degli altri grava particolarmente in questi anni ed è una motivazione che può fungere, insieme alla rete social e sociale, da rinforzo positivo e negativo.»

belen-rodriguez-lato-bI dati, se non proprio allarmanti, sono preoccupanti: 4 adolescenti su 10 non si accettano e vogliono cambiare il proprio corpo. Ma non solo le ragazze sono esposte al rischio di disturbi alimentari per poter uguagliare la perfezione delle pance piatte, seno prosperoso, lato B tonico delle molte vip (nella foto a lato Belen, se non l’aveste riconosciuta…) che generosamente espongono in vetrina le loro belle forme.

Si assiste, infatti, ad un numero crescente di maschi che rischia di ammalarsi di ortoressia (ossessione per un’alimentazione sana), vigoressia (ossessione per la propria massa muscolare, sempre insufficiente ai loro occhi) fino ad arrivare all’estremo rischio dell’anoressia (restrizione alimentare o rifiuto del cibo per paura di ingrassare), patologie che fino ad ora avevamo considerato una prerogativa quasi esclusivamente femminile.

Tuttavia, secondo il mio parere, bisogna distinguere tra il controllo del peso, quand’è necessario per smaltire qualche chiletto in più, e l’ossessione per un corpo perfetto che porta gli adolescenti ad infliggersi diete fai da te, pericolosissime, senza una reale necessità di controllare il peso. In quest’ultimo caso si parla di una vera e propria patologia: la dismorfofobia, vale a dire il percepirsi in modo diverso dalla realtà, un disturbo da cui sono afflitte donne magrissime, talvolta addirittura sottopeso, che continuano a vedersi e percepirsi come grasse.

Rivolgendo l’attenzione ai gossip (d’altronde questo è un blog estivo e affronta anche argomenti leggeri…), l’ultima a cadere nella trappola del corpo perfetto, è la modella e attrice, 19 anni appena, fidanzata del primogenito dei coniugi Beckham.

chloeChloë Grace Moretz è stata, infatti, accusata sui social di essere grassa, in particolare di avere le cosce troppo tornite. Grazie anche alla collaborazione del fidanzato Brooklyn Beckham, patito della boxe, si è allenata in palestra per migliorare la sua silouette e ora orgogliosa, dalle pagine di Instagram, sfoggia un corpo più snello (in modo quasi impercettibile, a mio parere): appena qualche centimetro perso sul giro coscia e la ragazza assicura che non ha intenzione di andare oltre. In fondo lei si piace così. La cosa più importante, per non cadere nel tranello delle mode on line, è proprio questa.

[immagine sotto il titolo da questo sito; immagine Belen Rodriguez da questo sito; immagine Chloë Grace Moretz da Corriere.it]

CURVY E’ BELLO, ANZI BELLA!

Candice Huffine
Candice Huffine è americana, ha 29 anni e si è guadagnata le pose nel mitico calendario Pirelli. Embè, direte, che c’è di strano? Sarà una modella come tante altre. Modella sì, come le altre no.

Candice ha un visino incantevole ma una statura non proprio nella norma, 180 cm, anche se è vero che le modelle e le miss sono per lo più alte. E che dire, allora, dei 90 kg portati con grazia e disinvoltura?

Le misure canoniche delle miss, 90-60-90, già abolite nel 1990 dal concorso per la reginetta italiana, sono sostituite da numeri decisamente più abbordabili: 96, 83, 108. Be’, forse un po’ troppo …

Insomma, una bella ragazza un po’ pienotta che certamente può consolare molte coetanee che la 40-42 se la sognano. Considerando il rapporto peso-altezza, effettivamente Candice è un po’ in sovrappeso ma di certo non è obesa. Lo dico perché sul Corriere si sta scatenando una discussione proprio in merito alle curve che qualcuno non gradisce.

Il mito della magrezza a tutti i costi sta scomparendo? Proprio ieri ho scritto un post sulla mitica Marilyn che aveva le sue forme senza tuttavia essere grassa. Per di più aveva davvero un vitino da vespa che la bella Candice non ha.

Si sta tornando finalmente alle curve morbide che generazioni di belle donne del cinema e dello spettacolo hanno esibito con grande disinvoltura?

Forse perché magra (taglia 40, per intenderci) non lo sono stata mai, mi sono sempre chiesta che cosa ci trovino gli uomini nelle donne pelle e ossa. Ma forse il problema di qualche chilo in più o in meno non se lo fanno loro, ce lo facciamo noi donne.

[immagine da questo sito]

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VORREI CHE UN UOMO MI SPIEGASSE …

LA PERSONAL SHOPPER

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La mia amica oggi mi ha eletta personal shopper.

Tu sei sempre perfetta, mi ha detto, hai molto gusto nel vestire, nell’abbinare i colori, nello scegliere i gioielli (meglio dire “bigiotteria” perché di gioielli non ne ho tanti mentre lei sì, ne ha di molto preziosi) e tutti gli accessori.

Però, ragazzi, è una fatica. Al mattino devo decidere in anticipo quali abiti indossare per scegliere il trucco. Durante il periodo scolastico devo prendere le decisioni la sera prima perché mio marito si alza dopo di me e io ho tutto in camera, bigiotteria e calze. Avete presente la fatica che si fa dovendo prendere dai cassetti e scrigni vari le collane, i braccialetti e gli anelli? E l’orologio? Mica ne ho uno solo e non posso mettere al polso quello dorato se gli altri accessori sono d’argento, non posso indossare quello con il cinturino smaltato di nero se poi mi vesto con abiti marrone …
E le calze? Al tatto mica si possono distinguere quelle nere dalle blu o dalle marroni oppure dalle grige! Forse si riesce ad indovinare quelle che hanno 20 denari o 40, oppure le calze a rete.
E non parliamo dello smalto.

Voglio dire: sarò anche perfetta, sarò abile negli abbinamenti ma nulla si ottiene senza fatica.

E poi questo ruolo da personal shopper mi fa onore da un lato ma dall’altro, andando in giro per negozi, mi viene pure voglia di comprare qualcosa anch’io. Insomma, ho appena letto un articolo sullo shopping compulsivo … dirò alla mia amica che se lei ha trovato un uomo e vuol rifarsi il guardaroba, io l’uomo ce l’ho e ho pure una famiglia che devo contribuire a mantenere. Tutt’al più le posso dare dei consigli via e-mail. Meno pericoloso.