FIDANZATI PRO TEMPORE

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Una volta il fidanzamento era una cosa seria. E doveva esserlo per forza: la parola, infatti, rimanda al latino fides che significa “fedeltà” ma anche “parola data”.

Nell’antica Roma, ad esempio, il termine che rimandava alla promessa di matrimonio era sponsalia. Poi noi abbiamo adottato le parole sposo e sposa per indicare i coniugi ma in realtà i termini sponsa e sponsus identificavano proprio i fidanzati. Non lasciamoci ingannare dalle parole, comunque. Per noi hanno un non so che di romantico mentre nell’antichità il fidanzamento costituiva praticamente l’atto preliminare di compravendita: lo sponsus, infatti, il giorno del fidanzamento donava sì alla donna l’anello nuziale (anulus pronubus), simbolo di fedeltà, ma consegnava anche al futuro suocero una caparra (arrha), quale pegno del contratto matrimoniale.

Ma veniamo a tempi più recenti.
Tra pochi giorni ricorre il trentesimo anniversario del mio fidanzamento. Noi abbiamo fatto le cose per benino: pranzo con i parenti, strettissimi perché altrimenti ne sarebbe uscita una specie di prova generale del pranzo di nozze, e scambio degli anelli, brillante per me e anche per lui (più piccolino, eh!). Ricordo che, per non gravare sul bilancio familiare dei miei, ho venduto un po’ di ninnoli ricevuti in occasione del battesimo e della Prima Comunione, anche se mia mamma non ne voleva sapere. Ma, insomma, un po’ di orgoglio ci vuole in certe situazioni. Mi fidanzavo io con lui mica i miei!

Poi, la tradizione voleva che il matrimonio si celebrasse entro un anno dal fidanzamento ufficiale anche se noi ne abbiamo attesi due … causa mia, dovevo laurearmi e, onestamente, di tempo per pensare alle nozze non ne avevo.

Ricordi romantici che, comunque vadano le cose, rimarranno per sempre impressi nella mente e nel cuore.

Ma ora?
Non se se ci avete fatto caso ma, specie quando si parla di vip, basta che due vengano visti assieme ad una cena e dal giorno dopo sono fidanzati. Poi magari questa sorta di fidanzamento dura un mese o due. Nei casi più fortunati qualche anno e immancabilmente il fidanzamento si rompe senza che i diretti interessati convolino a giuste nozze.

Non sarebbe più semplice usare parole come “compagno/a”, ragazzo/a”, “simpatia” (per legami che sorgono all’alba e si concludono al tramonto)?

Sarò fissata, ma io alle parole do un certo significato. Anche a casa, quando parlo delle ragazze dei miei figli, dico “ragazza” mica fidanzata. Poi, anche se i legami durano per più di un anno, il termine “fidanzata” non riesco proprio ad usarlo. Forse perché uno dei due figli, soprattutto, è così volubile che di sentirmi ogni volta futura suocera proprio non ne sento la necessità.

[immagine da questo sito]

LE PAROLE DELL’ESTATE: VACANZE E FERIE

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A parte che non so perché le mie siano vacanze e quelle degli altri ferie, come mai abbiamo in italiano due parole così simili nel significato? Qual è la loro origine?

Generalmente si usa il termine “vacanza” per indicare i periodi di interruzione delle lezioni per gli studenti. Le “ferie” sono, invece, i periodi di riposo dal lavoro ma spesso, quando ci si rivolge ad amici e conoscenti, si usa chiedere: “Dove vai in vacanza?” oppure “Dove passerai le ferie?”. Insomma, alla fine i due termini sono equivalenti se riferiti ad un periodo di riposo che si passa fuori casa. Poi c’è chi, come me, le ferie se le passa in casa ma questo è un altro discorso.

Passiamo all’etimologia. Il termine “vacanza” deriva dal latino vacantia, neutro plurale sostantivato di vacans, participio presente di vacare che significa “essere vuoto, libero”. La vacanza, dunque, è un periodo in cui si è “liberi” da impegni, siano essi di studio o di lavoro.
Una curiosità: la parola “vacanza” viene usata anche per ruoli e cariche, che si dicono appunto vacanti quando non ci sia nessuno che le ricopre. Oppure, chi come me insegna, sa bene che, essendo scaduto il contratto da anni, sulla busta paga ci viene riconosciuta una cifra, peraltro assai modica, come indennità di vacanza contrattuale. Certo, in questo caso la parola assume un significato tutt’altro che piacevole.

La parola “ferie” ha una storia molto più complessa. Il sostantivo feria, usato nel latino tardo, preferendolo al classico feriae -arum, è collegato con festus “festivo” che nel mondo romano indicava il giorno dedicato al culto pubblico e privato nel quale era proibito (nefas) esercitare il potere giudiziario e convocare comizi. Le feriae più famose della storia sono quelle di Augusto, titolo attribuito all’imperatore Ottaviano, successore di Cesare. Da Feriae Augusti deriva poi il nostro ferragosto (ne ho parlato in modo diffuso QUI).
In origine, dunque, il termine feriae era utilizzato per indicare le feste.

Non so quanti di voi si siano chiesti perché, se parlando di “ferie” ci riferiamo a periodi di festa, l’aggettivo “feriale” indica, invece, i giorni della settimana lavorativi. Questo interrogativo me lo ponevo spesso da bambina, quando consultavo l’orario di un autobus e mi pareva assurdo leggere due orari diversi per “festivo” e “feriale”, visto che secondo me i termini potevano essere considerati sinonimi.

Ecco, dunque, svelato l’arcano. Con la diffusione del Cristianesimo, l’aggettivo “feriale” è passato ad indicare i giorni della settimana (esclusi il sabato e la domenica) dedicati alla celebrazione di un santo. Per evitare i consueti nomi, di origine pagana, i giorni vennero distinti con un numero progressivo dal lunedì (feria secunda) al venerdì (feria sexta), mentre il sabato mantenne la denominazione ebraica e la domenica, primo giorno della settimana, venne indicata come “giorno del Signore”.
L’aggettivo feriale ha seguito, semanticamente, la via del calendario ecclesiastico, indicando giorni lavorativi, ovvero dedicati al culto dei “santi ordinari”.
Nel francese, invece, è rimasto il significato antico nella formula jours fériés, ossia “giorni festivi”.

Che siano ferie o vacanze, buon riposo a tutti!

[fonti: Accademia della Crusca e Unaparolalgiorno.it]