SCATTI RUBATI IN SPIAGGIA PER DERIDERE SUI SOCIAL: L’INSANA MODA DI QUEST’ESTATE


L’inizio di quest’estate è stato caratterizzato da un’insana, quanto inspiegabile ai più, moda diffusa sui social: fotografare donne (perché non i maschi?) con qualche imperfezione fisica, naturalmente a loro insaputa, per deriderle on line.

Si tratta perlopiù di signore o signorine un po’ sovrappeso, con la cellulite, che mostrano il proprio fisico imperfetto (ma la perfezione esiste?) in bikini con la massima noncuranza. Almeno così sembra.

In realtà, chi può dire che ci sia, da parte di queste donne, la massima disinvoltura nell’esibirsi sull’arenile o sotto l’ombrellone? Spesso, infatti, l’apparenza cela un’intima sofferenza che si cerca di nascondere, la rassegnazione a mostrarsi senza coprirsi per il semplice fatto che è un diritto di tutti poter andare in spiaggia e abbronzarsi, senza morir di caldo con camuffamenti vari.

Parallelamente a questo vero e proprio cyberbullismo, su Twitter un tale – a me sconosciuto – ha diffuso una specie di “decalogo” in cui consiglia l’abbigliamento adatto alle over 29. Secondo questo tizio, infatti, dopo i 29 anni (ventinove, ma vi rendete conto?), il fisico femminile è soggetto al decadimento quindi è assolutamente vietato esibire in pubblico un fisico non perfetto. Per l’esattezza, l’individuo avrebbe definito “scadute” le ragazze con più di 29 anni. 😦

Questi due fatti, secondo me, devono far riflettere.

Il “decadimento fisico” è del tutto naturale. L’invecchiamento inizia, effettivamente, dopo i 20 anni. Ci sono donne di 50 o 60 anni che ne dimostrano molti meno, si curano, vanno in palestra, talvolta ricorrono a qualche ritocchino (non sto parlando, ovviamente, di chi si sottopone a veri e propri interventi di chirurgia estetica), in poche parole non vogliono invecchiare male. Perché si invecchia, inutile negarlo. Si può, quindi, evitare o almeno ritardare il “decadimento” ma questa è una scelta personale su cui non si può né si deve discutere.

Io ho iniziato a curare (sarebbe meglio dire “osteggiare”) la cellulite a 15 anni. Ci sono donne che non sanno cosa sia nemmeno a 80 anni e più. Mia madre, per esempio.

La mia vita è contrassegnata da lotte con la bilancia a cadenze più o meno regolari (ogni cinque-sei anni circa). Chiaramente sono andata in spiaggia sempre in bikini, con 10 kg in più o 10 in meno. Ho esternato noncuranza? Onestamente no. Mi sono sentita più a mio agio con il peso forma raggiunto che con i chili in eccesso. Ma questo è un fatto personale che non deve portare a giudizi gratuiti o, cosa ben peggiore, a derisioni ingiustificate da parte di gente che nemmeno mi conosce. Il solo fatto che qualcuno possa “rubare” degli scatti per prendermi in giro a mia insaputa mi fa orrore. E pena. Sì, credo che certa gente sia proprio penosa.

C’è senz’altro qualcuna che avrebbe bisogno di un nutrizionista (per salvaguardare la salute non certo per motivi estetici!), ma chi si dovrebbe arrogare il diritto di farglielo notare? Se il sovrappeso o l’obesità non è un problema per l’interessata, perché mai dare consigli non richiesti?
Questo discorso vale, naturalmente, anche per i maschi.

Sorrido pensando all’ultima visita, due anni fa, dall’angiologo. Una persona squisitamente gentile che ha messo a tacere tutti i miei dubbi su alcune vene varicose (o almeno a me sembravano tali) e che, di fronte alla mia esternazione ingenua “Certo, anche il peso ha la sua responsabilità, dovrei dimagrire almeno una decina di chili…”, ha replicato: “Ma signora, non si faccia problemi! Sa come mi apostrofano i miei colleghi medici? “Ciccione!“. E si fece una bella risata.
Solo allora mi resi conto della mia scarsa delicatezza nel parlare di “peso” davanti a un omone di almeno 120 kg.

La grassezza a volte è una questione mentale. La dieta dimagrante, infatti, deve partire da una forte motivazione. A nulla vale il non vedersi come si vorrebbe, ad avere razionalmente ben presente quanto si vorrebbe indossare meglio un vestito o quanto a proprio agio si starebbe senza avere il fiatone per un semplice passo accelerato. Ciò non toglie che per nessun motivo al mondo si debba essere giudicati per il peso o altre imperfezioni fisiche.

Un po’ di tempo fa ho letto un bell’articolo di Costanza Rizzacasa d’Orsogna pubblicato su “La7”, settimanale del Corriere della Sera. Ne consiglio la lettura per comprendere come dietro a ogni “grassezza”, o anche eccessiva magrezza, si nascondono motivazioni che nessuno, se non i diretti interessati, può davvero conoscere. Giudicare è sempre sbagliato, giudicare senza sapere è semplicemente un’idiozia. Il rispetto per le persone e per la loro unicità (perché questa è la caratteristica di ogni individuo) è un diritto inalienabile.

Riporto alcuni passaggi tratti dalla parte finale dell’articolo di Costanza (se volete leggerlo tutto questo è il LINK):

«Questo è il MIO corpo. Non me ne vergogno in alcun modo. Non devo giustificarlo. Anzi, sapete che c’è? Mi piace tutto del mio corpo». Ho detto, «Wow, chi è questa donna? Si ama davvero o è solo un atteggio?». Ed è stato quello il momento. Il momento in cui ho capito che non siamo noi, grassi, brutti, diversi, a dover cambiare o nasconderci per non essere bullizzati e irrisi, siete voi che non dovete bullizzare e irridere. Ho ingoiato insulti per tre anni, non ce la faccio più. Ho deciso d’imparare a piacermi. […] Sono una donna grassa e merito rispetto. Merito di essere accettata. Adesso.»

Io forse non avrei usato il termine “accettata”. Perché l’accettazione di sé deve prima di tutto partire da noi e non per questo essere approvata e condivisa.
Mi piace molto, invece, il fatto che la giornalista e scrittrice abbia ammesso: «Ho deciso d’imparare a piacermi». Aggiungo che piacersi significa volersi bene e questo è ciò che conta di più per vivere felicemente l’essere sé stessi.

P.S. AVVERTIMENTO AGLI IDIOTI DEL WEB:

Anche quest’estate andrò in spiaggia in bikini (nonostante i 29 anni li abbia superati da un bel po’…), mi coprirò con il pareo solo per sedermi al bar (per una questione di igiene e una elementare forma di educazione) e non mi vergognerò del mio fisico anche se ho ancora qualche chiletto da smaltire, la cellulite e qualche ruga in più causata dal dimagrimento veloce degli ultimi mesi (non sono tonica e non amo la palestra, che ci posso fare?).
Volete rubare qualche scatto e deridermi sui social? Vi avverto che rischiate, anche se vi nascondete dietro ai nickname (oltre all’intelligenza vi manca il coraggio). LEGGETE QUA.

Io sono stata giovane e bella, voi probabilmente intelligenti mai.

[nell’immagine la modella curvy Ashley Graham da questo sito]

SIETE IN CERCA DI UN BEBÉ? NON TENTATE D’ESTATE… O FORSE SÌ


L’Italia è un Paese di vecchi. Negli ultimi 50 anni le nascite non sono solo calate drasticamente ma più che dimezzate: si è passati da una media di 2,4 figli per donna, a 1,3 e le mamme sono decisamente più vecchie, con un età media di circa 32 anni. Gli uomini, invece, diventano padri circa a 35 anni.

Spesso il desiderio di mettere su famiglia c’è ma o non viene realizzato per problematiche dovute perlopiù a motivi economici oppure si rimanda la nascita del primo figlio che è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere unico.

Il demografo Alessandro Rosina spiega che spesso ciò succede «perché i giovani sono sempre più costretti a spostare in avanti il percorso di raggiungimento dell’autonomia rispetto ai genitori, e l’età media di uscita da casa è ormai a 30 anni, mentre nel resto d’Europa si attesta sotto i 25. E una volta che si arriva a una certa autonomia, le possibilità sono due: o rinunci ad avere un figlio, o non vai oltre il primo. Non a caso, il numero medio di figli per donna da noi è di 1,34, tra i più bassi d’Europa, dove pure la fertilità resta comunque ai livelli minimi. Non si va oltre il primo figlio sia perché il primo si fa già molto tardi, e quindi poi sorgono le complicazioni legate all’età, sia per difficoltà economiche, legate all’assenza o alla precarietà del lavoro e all’impossibilità di conciliare lavoro e famiglia».

Tralasciando le questioni economiche che certamente mettono un freno, bisogna anche considerare che il cosiddetto orologio biologico è implacabile ma non, come si è portati a pensare, solo per le donne.

Si sa che il declino della fertilità femminile inizia dopo i 35 anni, anche se già al compimento dei 30 una donna ha superato il picco di fertilità che inizia praticamente alla comparsa delle prime mestruazioni (tra i 10 e i 14 anni). Per l’uomo, invece, si è sempre pensato che non ci fosse un limite (celebre è il caso di Charlie Chaplin che ha fatto figli fino a 73 anni) e anche ora ci sono padri-nonni, ultracinquantenni, che in modo molto disinvolto continuano a far figli anche dopo i 60 anni. Tuttavia uno studio recente dell’Università di Harvard rivela che l’età degli uomini ha, sulle chance di iniziare una gravidanza, un impatto più significativo di quanto si creda.

L’infertilità oggi non può essere considerata un problema esclusivamente femminile. Un tempo, invece, la capacità di procreare da parte dei maschi era fuori discussione. Orgoglio maschile.

Una biologa esperta in riproduzione, Laura Dodge, ha studiato i dati relativi a 19 mila cicli di fecondazione in vitro eseguiti a Boston e dintorni tra il 2000 e il 2014. Le donne sono state suddivise in 4 fasce di età: sotto i 30 anni, tra i 30 e i 35 anni, tra i 35 e i 40 anni e tra i 40 e i 42 anni. Per gli uomini si è fatto altrettanto, con una fascia extra per gli over 42. A questo punto si è cercato di capire come l’età di lui o di lei potesse influenzare il successo del trattamento. La studiosa ha, quindi, scoperto che per le donne con meno di 30 e un partner tra i 30 e i 35 anni, le probabilità di nascita viva dopo fecondazione in vitro sono state del 73%; ma se l’uomo aveva tra i 40 e i 42 anni, le chance scendevano al 46%.

Ma lasciamo da parte dati e statistiche e andiamo al topic. C’è un periodo dell’anno più favorevole per l’inizio di una gravidanza? Parrebbe di sì: la primavera.

Una ricerca condotta dall’Ospedale universitario di Zurigo, pubblicata sulla rivista Chronobiology International, ha rivelato che il liquido seminale ha le dimensioni e la forma più salutari per fertilizzare un ovocita nei mesi di marzo, aprile e maggio. Ma non basta: anche l’ora in cui si consuma un rapporto sessuale finalizzato alla procreazione avrebbe la sua importanza. I ricercatori svizzeri hanno analizzato 12.245 campioni di sperma provenienti da 7.068 uomini, raccolti presso il laboratorio di andrologia del Dipartimento di Endocrinologia Riproduttiva dell’Ospedale, tra il 1994 e il 2015, scoprendo che quelli raccolti al mattino presto, prima delle 7 e 30, hanno mostrato i più alti livelli di concentrazione spermatica e conta di spermatozoi, oltre che una loro morfologia, cioè una forma, normale.

Ora, questa cosa mi ha fatto tornare in mente le mie peripezie per rimanere incinta. Avevo appena 26 anni e ci misi ben 10 mesi prima di realizzare il mio desiderio di maternità. Ciò dimostra che anche quando la donna è nel picco di fertilità per età anagrafica, non significa che una gravidanza arrivi al primo tentativo.

Benché i medici – ne consultai più d’uno – mi dicessero che non c’era nulla di cui preoccuparsi perché “i figli non arrivano quando decidete voi”, io e mio marito ci sottoponemmo a una serie di analisi per escludere un’infertilità patologica. Trovai un ginecologo, una specie di angelo (che comunque si intascò molte centinaia di migliaia di lire… ad ogni esame e/o visita partiva un centone), che prese a cuore la mia situazione e per eliminare ogni dubbio mi consigliò di sottopormi al post-coital test o test di Hühner. Si tratta di un esame di laboratorio che consente di studiare le proprietà del muco cervicale nel periodo periovulatorio, e permette di apprezzare la mobilità degli spermatozoi del partner all’interno del muco stesso. Il medico mi spiegò che ci poteva essere anche una sorta di incompatibilità tra il mio muco e lo sperma di mio marito… lascio immaginare lo sconforto provato nel pensare che forse non avevo trovato proprio l’anima gemella. 😦

Ma perché la ricerca svizzera (riportata dall’Ansa) ha risvegliato vecchi ricordi? Ve lo spiego: il post-coital test era fissato verso mezzogiorno, nell’ambulatorio del mio ginecologo. La regola dice che per questo test il rapporto sessuale deve aver luogo nelle 6-12 ore precedenti la raccolta del muco… quindi per noi quel mattino di 31 anni fa la sveglia suonò alle 6. Quella ricerca ancora non era stata fatta ma posso assicurare due cose: mettersi la sveglia per fare l’amore non è proprio il massimo e poi quel mese non rimasi incinta, anche se il mio medico confermò che era tutto a posto e che non c’era motivo di preoccuparsi. «Vada in vacanza» – disse, rassicurandomi – «non ci pensi, si rilassi e vedrà che presto rimarrà incinta.». Detto fatto.


Il 31 agosto del 1987, nel giorno del mio secondo anniversario di matrimonio, scoprii di aspettare il mio primogenito Matteo.

Lo so che la mia esperienza non conta nulla di fronte alle ricerche scientifiche ma il mio intento, quando ho deciso di scrivere questo post, era quello di rassicurare chi desidera fortemente un bimbo che pare non abbia intenzione di arrivare. Potete fare l’amore a qualsiasi ora e stagione ma, come disse il mio ginecologo-angelo, “i figli non arrivano quando decidete voi”. E ciò vale, purtroppo, anche per tutte le gravidanze indesiderate che spesso finiscono con un’interruzione volontaria.

Il mio primogenito aveva solo 14 mesi quando scoprii di essere nuovamente incinta. Confesso che non piansi di gioia, come per il primo, ma nemmeno per un istante pensai di non volere quel figlio che non era proprio un campione di tempismo. Ricordo che quando mi recai dal ginecologo per metterlo al corrente del fatto e timidamente protestai perché ci avevo messo tanto per il primo mentre questo bimbo era stato concepito senza il minimo sospetto al 26° giorno del ciclo, il medico disse: “Be’, signora, una volta aperta la strada…”.

[fonti: focus.it; ivitalia.it; adnkronos.com; vanityfair,it; immagine 1 da questo sito; immagine 2 da questo sito; immagine 3 da questo sito; immagine 4 da questo sito]

IL MATRIMONIO IN ITALIA: BELLO, CARO MA DURA POCO

sposi
Più convivenze che matrimoni. Questa sembra essere la regola, di questi tempi. Ma convolare a nozze non è ancora passato di moda anche se spesso ci si sposa “tardi”, si sostengono spese assurde a costo di indebitarsi per i prossimi dieci anni… e magari il matrimonio dura di meno!

Iniziamo dall’età. In Italia ci si sposa, in media, a 35 anni (per lui) e 33 (per lei). Secondo una ricerca condotta da Zankyou, portale di nozze, sui 20 Paesi presi in considerazione, l’Italia si è classificata agli ultimi posti. Eppure un’altra ricerca, condotta da Nicholas Wolfinger, sociologo americano e insegnante presso l’Università dello Utah, rivela che le possibilità di divorzio tra le coppie di sposi dipendono dall’età e che il periodo migliore è compreso tra i 25 e i 32 anni. Quindi, stando a questi dati, gli sposi italiani hanno maggiori possibilità di divorziare.

Ma quanto dura un “matrimonio all’italiana”? In media 15 anni (dati ISTAT 2013), anche se è appurato che la passione ha una vita molto più limitata: 2 anni appena. Ma non bisogna disperare: se si rimane assieme, pare che dopo una fasce discendente si verifichi un altro picco di passione in età matura. Sarà vero?

Ma torniamo ai novelli sposi.
Uno dei motivi per cui non ci sposa oppure si rinvia di anni il matrimonio, preferendo a volte una convivenza more uxorio, è la spesa cui si deve far fronte per rispettare la tradizione: abiti, bomboniere, ricevimento, viaggio di nozze… Insomma, parliamo di cifre di cui i giovani e giovanissimi non dispongono, complice anche l’incertezza lavorativa, con contratti che non garantiscono una sicurezza a lungo termine.

Solo per il ricevimento, ad esempio, gli sposi italiani si accollano una spesa notevole: in media 130 euro a persona. Naturalmente, nelle classifiche si collocano ai primi posti per numero di invitati: tra i 100 e i 200. Fate un po’ il conto voi!

Le famiglie aiutano relativamente perché spesso i giovani che desiderano sposarsi si indebitano: ben il 68% di coppie chiede un finanziamento per sostenere le spese.

In conclusione: in Italia il matrimonio è “attempato” (insomma, relativamente…), costa molto e dura poco. Ma non è detto che un’unione non possa essere felice per tutta la vita. Dipende da tanti fattori: la stima, la fiducia, i compromessi… soprattutto l’amore.

Ci si ama ogni giorno di più o di meno. L’amore non ammette punti morti,
se non cresce cambia direzione
.

(Elie Wiesel)

[Fonti: linkiesta.it, lovopedia.net immagine da questo sito]

UNA PIZZA AL POSTO DELL’ANELLO? PER FORTUNA E’ UNO SCHERZO

pizza anello 1
Si chiama prizzapizza proposal – ed è una nuova moda che impazza su Reddit, un sito Internet di social news e intrattenimento, dove gli utenti registrati (chiamati “redditors”) possono pubblicare contenuti sotto forma di post testuali o di collegamenti ipertestuali [links] (informazioni da Wikipedia).

L’idea bizzarra è quella di ritoccare con photoshop delle fotografie in cui, generalmente da parte dell’uomo, viene fatta una proposta di matrimonio. Al posto dell’anello, o di una mazzo di fiori o altri doni speciali, gli utenti di Reddit si stanno divertendo a creare con il fotoritocco immagini esilaranti di uomini in ginocchio con la pizza in mano.

In alcuni casi, i redditors si divertono ad introdurre delle didascalie giocando con le parole, generalmente della lingua inglese. Ad esempio, la frase “voglio passare il resto della mia vita con te” si trasforma in “Baby, I Want to spend the rest of olives with you”, giocando con le parole inglesi life (vita, al plurale lives) e olives, (olive). La fetta di pizza nella mano dell’uomo, nell’atto di porgerla alla donna, naturalmente è alle olive. (foto sotto il titolo)

Le bizzarrie linguistiche non finiscono qui: ecco che la pizza alla marinara (in inglese l’aggettivo rimane tale) è un pretesto per chiedere alla dolce metà: “Will you marrynara me?”, storpiando il verbo marry che in inglese significa appunto “sposare” (foto sotto)

pizza anello2

Se siete curiosi, trovate altre foto ritoccate sulle pagine del Corriere.it (dallo stesso link sono tratte le immagini).

Questa “notizia” mi ha fatto, però, riflettere sull’anello di fidanzamento: si usa ancora? Certamente, come cantava Marylin, “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”. I diamanti non si disprezzano e ricevere un anello, come promessa di matrimonio, fa sempre piacere. Però ho l’impressione che i giovani d’oggi siano più pratici e forse un po’ meno romantici. Sarà anche colpa della crisi oppure delle tradizioni che, con il passare delle generazioni, vanno scomparendo.

Scherzi a parte, un bel trancio di pizza è sicuramente più economico. Credo, però, che nella realtà il malcapitato rischi di ritrovarsi la pizza spiaccicata in faccia. 🙂

TOGLIERE LA TOVAGLIA A FINE PASTO? NON CHIEDETELO AD UN UOMO!

sparecchiareDiciamolo: gli uomini non si fanno in quattro per aiutare in casa. E quando lo fanno, hanno un modo tutto loro di fare le cose. Non tutti, certamente, e infatti non voglio che qualcuno pensi che il mio discorso sia estendibile a tutti gli esseri umani di sesso maschile esistenti sul globo …

I miei tre uomini (marito e due figli, per chi non lo sapesse) fanno ciò che chiedo, ciò che non chiedo non fanno (adattamento del celebre motto del maestro Manzi, utilizzato nella valutazione dei suoi scolari: “fa quel che può, quel che non può non fa”). Quanto un uomo è servizievole, d’altronde, dipende da quanto la donna è capace di farsi servire. Io non ho questa gran capacità, purtroppo. In più ho il terribile vizio di pensare che io faccia meglio le cose rispetto a tutti gli altri (nell’ambito familiare, s’intende) e che mi costi maggior fatica chiedere, spiegare, dare istruzioni rispetto all’arrangiarmi.

Detto questo, non dovrei nemmeno lamentarmi. Be’, lo faccio di rado.
Una cosa che decisamente mi fa impazzire è la tovaglia che rimane sul tavolo a fine pasto. Mi capita raramente di assentarmi prima che la tavola sia sparecchiata, ma le poche volte in cui lascio questa incombenza ai miei tre uomini, la tovaglia rimane immancabilmente ben stesa sul tavolo (con tanto di briciole, ovviamente).

Una volta l’ho lasciata lì a pranzo. Il commento è stato: be’, te la trovi già pronta per cena. 😦
Terminato il pasto serale, di proposito ho lasciato l’incombenza di sparecchiare ai tre uomini. Ritornata in cucina dopo qualche tempo, ecco la tovaglia (con le briciole che ormai formavano mucchietti più o meno alti a seconda del posto occupato dal commensale) lì, stesa sulla tavola. Bene, la lascio fino a domattina.

L’indomani, spostando i mucchietti di briciole da una parte, ho usato la tovaglia già pronta ( 😥 ) per fare colazione (normalmente uso una tovaglietta più adatta al primo pasto della giornata). Ho apparecchiato per gli altri e sono andata al lavoro.
All’ora di pranzo la tovaglia era sempre lì. Ho sbraitato. Sguardi interrogativi. Ho detto: “E’ mai possibile che ‘sta cavolo di tovaglia è lì da 24 ore?“. Domanda inutile, anzi, ha suscitato maggiore perplessità perché era più evidente che stava là da 24 ore, che domande faccio?

Morale: l’ho tolta io alla fine del pranzo, mugugnando e sperando che potesse servire da lezione. Ma figuriamoci!
Cinque minuti fa ho lasciato la tovaglia sulla tavola. Sapete dov’è? Sempre là.

[immagine da questo sito]